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Dopo Mubarak

Abbiamo seguito con un certo divertimento le contorsioni dei bravi giornalisti delle TV americane inviati al Cairo. Dopo i cazzotti in faccia rimediati da Anderson Cooper della CNN e le minacce rivolte a Christiane Amanpour, ex CNN e approdata a lauto prezzo alla Abc, la maggior parte delle riprese e' stata fatta dalle camere degli alberghi prospicienti Tahrir Square . Il discorso di Mubarak alla televisione ed il successivo annuncio delle sue dimissioni fatto dal vicepresidente hanno consentito a questi inviati di mescolarsi tra la folla sollecitando le reazioni dei festanti.
Hanno saputo scegliere giovani che si esprimevano in buon inglese. E per la prima volta abbiamo visto la telecamera soffermarsi sui volti di giovani donne con il capo coperto.
Pero' da qui a dichiarare che l'Egitto e' avviato sulla strada della democrazia ne corre. Come abbiamo scritto all'indomani dei primi sommovimenti che sono costati alla fine di 18 giorni piu' di trecento morti, l'Egitto ha subito negli ultimi anni una pervicace e diffusa propaganda islamica. Il paese e' cambiato ed il suo affermato laicismo resta un privilegio di una importante minoranza acculturata, con figli che studiano all'estero (molti in America), interessi commerciali, professionali e imprenditoriali non marginali.
Ma questi giovani che parlavano in inglese ai microfoni delle televisioni occidentali difficilmente saranno cooptati nella nuova forma di governo che scaturira' dalle elezioni di settembre. Sempre che i militari, i quali oggi garantiscono l'ordine, non preferiscano rimandare alle calende greche la consultazione democratica giustificando il tutto con la necessita' di ricostruire le strutture portanti del paese dopo i trenta anni di dittatura di Hosni Mubarak.
Il popolo egiziano conta 80 milioni di individui. Il tasso di accrescimento e' tra i piu' alti del mondo. Oltre il 45% della popolazione vive al di sotto della soglia di poverta'.
Se andranno alle urne per chi voteranno questi milioni di diseredati? Per chi propone loro una democrazia all'americana? O piuttosto per chi fa appello alle radici della loro fede religiosa che, dove prende il potere in forma teocratica, non garantisce certo la costituzione di una societa' di tipo occidentale?
Questo e' l'interrogativo per chi voglia considerare la situazione con un minimo di razionalita'.
Quanto a Mubarak la sua uscita di scena ci ricorda quella di Tito. Tito e' riuscito a garantire per decenni con la paura e la tortura un collante unitario. La sua scomparsa ha innescato la esplosione e la frammentazione della Jugoslavia che era riuscito a controllare. Altri morti, altre fosse comuni, altri odi religiosi.
Al punto che non sembra tanto azzardato auspicare che il governo dei militari possa continuare. Il che allenterebbe la tensione dei vicini di Israele.