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Federalismo all'amatriciana

Dal nostro corrispondente dal Canada Claudio Antonelli riceviamo e pubblichiamo
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La parola “federalismo” è onnipresente nella stampa italiana. Un po’ come “manovra” ed altri termini dai contorni evanescenti, creati dagli addetti ai lavori e usati a bizzeffe da tutti. Ma cosa significa questo “federalismo” cui la parte virtuosa dell’Italia aspira con tutte le forze e da cui gli italiani sono quotidianamente bombardati? Nella maniera assai particolare in cui è abitualmente usato in Italia, il termine “federalismo” ha assunto un significato in aperta contraddizione col suo significato originario. Anche perché solo in casi estremi al lapidario “federalismo” viene aggiunto l’attributo “fiscale” che aiuta un po’ a far luce su questo strano “federalismo all’italiana”. Chi, per sapere cosa gli italiani intendano per “federalismo”, decidesse di consultare un dizionario, rischierebbe di rimanere sorpreso. Il “De Felice-Duro”, ad esempio, dà questa spiegazione: “Federalismo: Dottrina e movimento intesi all’unione di due o più stati in un organismo unico supernazionale, e cioè in una confederazione o in uno stato federale.” Il mai tramontato “Dizionario Moderno” di Alfredo Panzini alla voce “federalismo” innalza quasi un inno all’unificazione italiana: “Nella storia del Risorgimento italiano, la tendenza di coloro che movendo dalle ragioni dell’etnografia, della storia, dell’economia, ecc., intesero fondare l’unità mercé la federazione delle varie parti della nazione (Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari).” Se vigesse quindi la nozione classica di “federalismo” (che è alla base del federalismo europeo da cui è nata l’EU) oggi Bossi, ardente federalista, andrebbe collocato nel Pantheon degli eroi dell’unità d’Italia; unità che invece è di là da venire.
Nella normale lingua italiana, “federalismo”, dunque, esprime la nozione del voler stringere i legami su cui si costruisce una Nazione, e non del contrario ossia del voler allentarli attraverso il decentramento con un certo grado di autonomia. Ma è proprio in quest’ultimo senso che il “federalismo” viene inteso dall’Italia virtuosa che si dice stanca del forte accentramento amministrativo, politico, fiscale che – sostengono in tanti– va a vantaggio esclusivo delle parti meno produttive della penisola; le quali poi corrispondono a quelle dell’ex Regno delle due Sicilie. Il programma attuale “federalista” italiano di cui tutti parlano mira insomma a “disfederare” l’Italia e non a federarla.
La Lega, che ha come cavallo di battaglia il federalismo, vuole paradossalmente ciò a cui mirano nel contesto canadese tanti “antifederalisti”, i quali, in opposizione ai sostenitori del federalismo, rivendicano appunto un aumento del carattere autonomo del Québec, minacciando in caso contrario l’indipendenza. Il “federalismo” all’italiana, quindi, paradossalmente coincide con l’“antifederalismo” alla quebecchese, poiché in entrambi i casi si aspira al decentramento, all’autonomia, minacciando altrimenti la separazione. Anche negli USA, i termini “federal”, “federalism” evocano in primo luogo il legame federale unitario, e solo in via subordinata pongono l’accento su un certo grado di autonomia delle singole parti.
Ma cosa volete, dopo i western all’italiana di Sergio Leone, dove trionfava l’individualismo anarchico dei cowboy “all’italiana” e dove era completamente assente la componente “Nation building” (così presente invece nei veri western americani), abbiamo oggi il federalismo alla Bossi, dove non è il “legamento” ma lo “slegamento” a primeggiare. Il nostro, insomma, è un federalismo assai particolare che, in omaggio a Leone, potremmo addirittura definire “federalismo-spaghetti”.


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