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Immigrati, migranti, rifugiati, disperati...

Una questione non solo di vocabolario

Fare questioni di semplice vocabolario, ossia di pertinenza dei termini usati in riferimento ai cosiddetti "immigrati" di Lampedusa può apparire cinico. Ma è necessario. Infatti, se li definiamo “immigrati”, "rifugiati", "profughi" prima ancora che sbarchino, poi non potremo più fare marcia e dare loro una nuova qualifica. Qualcuno, timidamente, comincia ad usare la parola “migranti”. Speriamo solo che non venga processato per revisionismo. In inglese vi è una varietà di termini: "migrants", "asylum seekers", "refugee claimants", "asylum claimants" , etc. Lo stesso in francese. Nella Svizzera italiana è stato persino coniato il lemma "asilante". In Italia, terra di San Francesco, l'attributo che fa unanimità è "disperati". E quindi "chiedete e vi sarà dato", anzi "prima che voi parliate vi diamo subito un permesso temporaneo di soggiorno, ma poi cercate di andare altrove." E ancora: "Solidarietà con voi, ma vi scaricheremo sul gobbo degli altri europei, obbligati ad essere solidali con noi dal trattato di Shengen".
Noi "italiani all'estero", alias mafiosi, conosciamo fin troppo bene l’impatto di certi termini identificativi. In Canada, anche dopo decenni di residenza regolare, noi, néo-québécois e néo-canadiens, come ci chiamavano un tempo, continuiamo ad essere per tutti degli “immigrants”. In Italia invece basta riuscire ad avvistare da lontano, avventurosamente e in gruppo, il confine italiano per essere chiamati, ipso facto, profughi e rifugiati. L'Italia non verifica nulla. Neppure il paese da cui i disperati provengono conta. Del resto, come fare a saperlo? Si conosce comunque il continente... Ed è già qualcosa.
E così si incoraggiano tantissimi a venire nel paese dei balocchi (dove il balocco per antonomasia non è usato più per fare figli...) Esaminiamo ora con un esempio concreto la conseguenza dell’uso di certi termini al posto di altri. A giudizio del primo ministro francese François Fillon, coloro che in provenienza dalla Tunisia sbarcano a Lampedusa non sono né immigrati né profughi, ma nella quasi totalità “immigranti economici clandestini”. Il suo ragionamento, circa la maniera in cui l'Italia dovrebbe trattarli - secondo lui: rispedirli da dove sono venuti oppure tenerseli per sé - potrà apparire molto duro, ma non manca di logica. Fillon: "Non vi è alcuna regola che preveda l’accoglimento sul territorio europeo e la libera circolazione degli immigranti economici clandestini. Una gran parte dei cittadini tunisini che sono arrivati in Italia, non hanno i requisiti potenziali, (“n’ont pas vocation”) come certuni lo propongono, per essere ripartiti nei diversi paesi europei, essi invece hanno i requisiti potenziali (ils ont vocation") per ritornare nel loro paese.” Per il Vaticano e per Napolitano essi hanno invece la vocazione giusta.
La nozione di frontiere nazionali ha per gli italiani una connotazione diversa da quella in vigore in Francia, in Germania e negli altri paesi europei, i cui governi infatti divergono dalla posizione “universalistica”italiana, e secondo la quale:" Siamo tutti esseri umani" ; “Ieri eravamo noi italiani ad emigrare in America...”
A questi italiani giungerà come una forte sorpresa il fatto che i critici più impietosi del caos e dell'abusivismo immigratorio italiano, siamo proprio, noi emigrati italiani –"emigranti" come ci chiamano in Italia. Noi infatti, per esperienza diretta, abbiamo una chiara idea delle regole che ogni terra d'immigrazione deve imporre - per non precipitare nel caos (o, nel caso italiano, per non aggravarlo) - sia ai candidati allo status di rifugiato sia ai "migranti-immigranti-immigrati" economici.
Claudio Antonelli
Montreal
Canada


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