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“ UN PAESE SENZA”

(riceviamo da Alessandro Petti di Roma e volentieri pubblichiamo)

Favole e realtà
Dove è possibile vivere senza classe dirigente e senza vergogna

Se è vero che le favole – quelle vecchie e quelle nuove – contribuiscono a educare la mente in quanto sono il luogo di tutte le ipotesi, ci danno chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, aiutano (non solo i bambini) a conoscere il mondo…, allora ricorrerò ancora una volta a una favola - una favola più precisamente dell’indimenticabile, indimenticato, Gianni Rodari (premio Andersen 1970, il Nobel della letteratura infantile) – per capire meglio la realtà nella quale stiamo vivendo.

La favola si intitola “Il Paese senza punta” (la potrete trovare in “Favole al telefono”, edizioni Einaudi) e racconta la storia di Giovannino Perdigiorno che era un gran viaggiatore. Viaggia e viaggia, una volta capitò in un paese senza… qualsiasi cosa ed oggetto che avesse una punta: spigoli delle case, chiodi, sciabole, matite, e perfino le spine delle rose!
Tanto che quando tentò di coglierne una, si accorse subito che le sue spine non pungevano, perché non avevano la punta!
- Ma che paese è questo? – domandò Giovannino, sempre più sorpreso, ad una guardia.
- Il Paese senza punta – rispose la guardia… E adesso, per favore, mi dia due schiaffi.
Giovannino spalancò la bocca come se dovesse inghiottire una torta intera – racconta Rodari.
- Per carità, non voglio mica finire in prigione per oltraggio a pubblico ufficiale. I due schiaffi semmai dovrei riceverli io, non darli.
- - Ma qui usa così – spiegò la guardia -, per una multa intera quattro schiaffi, per mezza multa due soli.
- Ma è ingiusto, è terribile.
- Certo che è ingiusto e terribile – disse la guardia -. La cosa è infatti tanto odiosa che la gente, per non essere costretta a schiaffeggiare dei poveretti senza colpa, si guarda bene dal fare niente contro la legge. Su, mi dia due schiaffi, e un’altra volta stia più attento.
- Ma io non le voglio dare nemmeno un buffetto sulla guancia…
- Quand’è così – concluse la guardia – dovrò riaccompagnarla alla frontiera.

Quante cose ci insegna questa bellissima favola!

Immaginate innanzitutto, per un momento, se vigesse anche da noi la legge che vige nel “Paese senza punta”: assisteremmo quasi certamente a una strage di guardie picchiate ogni giorno a sangue e, per contro, alla bella vita di una pletora di governanti circolanti a piede libero…
In un Paese infatti come l’Italia, in cui la regola sembra essere diventata soprattutto disattendere le regole anzi, peggio, disprezzarle, l’unico baluardo sarebbero le guardie…
Ed è, guarda caso, proprio la Magistratura italiana – insieme al Presidente della Repubblica, che ne è di diritto alla presidenza - a porsi oggi come baluardo del rispetto delle leggi, della nostra bella Costituzione e dello Stato di diritto, lo Stato cioè che tutela in modo eguale i diritti di tutti i cittadini.
Una istituzione fondamentale, la Magistratura, che, tuttavia, invece di essere apprezzata, onorata, sostenuta, difesa e amata dagli italiani, per la difesa sistematica che fa giorno dopo giorno del rispetto delle regole e delle leggi, proprio dall’indifferenza degli italiani è stata lasciata sola.
Per la maggioranza infatti degli italiani - grandi anarchici, egoisti, indifferenti - tutto sta bene come sta e, in sostanza, la menzogna vale quanto la verità.
Nessuna rivolta organizzata si registra, peraltro, nemmeno contro l’aspetto forse più deteriore di questi nostri brutti tempi caratterizzati dalle menzogne - e dalle protesi, sia follicolari sia penee – berlusconiane: “la volgarità trionfante e lo schianto culturale – come scrive Curzio Maltese – che non sembra mai toccare il fondo: non un singolo film, romanzo, saggio politico, o qualsivoglia frutto del pensiero che meriti di rimanere; bensì una televisione di serie B imitativa di vecchi format americani, una teoria politica mal tradotta dal reaganismo, più una serie infinita di barzellette, slogan da stadio e ghirigori avvocateschi, … il folclore della Lega, la Padania e il dio Po. Al confronto, il fascismo era un movimento di intellettuali”.
Tutto ciò con il sostegno di una maggioranza cortigiana disposta a votare qualsiasi legge ad personam e a dichiarare in Parlamento il falso – come nel caso della “nipote di Mubarak” – pur di mantenersi al potere. “Ma quello a cui non si riesce ad abituarsi – scrive sempre Maltese – è alla pretesa dei delinquenti di infangare gli onesti, alla volontà dei ladri di mettere in galera le guardie”.
Proprio come nella favola – non ve lo dicevo poco fa? – di Gianni Rodari.

Ma è, poi, tutta l’Italia di oggi ad essere un “Paese senza”. Un Paese, per incominciare, senza classe dirigente, laddove per definizione classe dirigente è quel gruppo di persone che nella gestione del potere e della cosa pubblica antepone l’interesse generale (del Paese) ai propri interessi particolari di azienda, partito, organizzazione.
In base a questa definizione universalmente accettata il nostro Paese è, pertanto e a tutti gli effetti, un Paese senza Presidente del Consiglio, poiché in tutt’altri interessi - e processi - personali ed aziendali affaccendato, nel disprezzo sia del buon governo, sia del rispetto delle comuni leggi, sia di quelle della semplice decenza; un Paese senza Ministro degli Esteri, in quanto incapace di esprimere un proprio pensiero che sia uno; un Paese senza Ministro della Difesa, letteralmente “mimetizzato” nella difesa del Padrone piuttosto che di quella dei nostri delicati equilibri interni e internazionali; un Paese senza Ministro dell’Agricoltura, anche se – come ha dichiarato subito dopo la sua, recentissima, nomina – un paio di volte è stato in un agriturismo; un Paese senza Ministro perle Riforme, impegnato ogni volta che può presso le sorgenti del fiume Po a riempire un ampolla, che dovrebbe funzionare come una specie di acqua della Madonna, ma per leghisti. Etc, etc. Divertitevi voi a proseguire questo esercizio tanto viene facile farlo.

Ha scritto su “La Stampa” Massimo Gramellini: “Il vero tratto distintivo di questa casta di macchiette non è più nemmeno l’incompetenza. E’ la mancanza di vergogna”.
Insomma, siamo proprio “un Paese senza”. Un Paese indifferente, e senza vergogna.
Alessandro Petti
Roma