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LA STORIA (NON) INSEGNA Che cosa possiamo raccontare ai nostri figli?

Alessandro Petti

    
Siamo - in Italia, in Europa, nel mondo che vi partecipò - nel pieno delle celebrazioni del Centenario della I Guerra mondiale. Di quel massacro che provocò - tra assalti ancora a campo aperto e all’arma bianca da un lato; e l’impiego, per la prima volta nella storia, di nuove tecnologie devastatrici come i cannoni a lunga gittata, le mitragliatrici e i primi carri armati, dall’altro – 9 milioni di morti in battaglia. Dei quali 650.000 italiani. Erano tutti giovani, anzi, la maggior parte giovanissimi, ciò che è costato il sacrificio di un’intera generazione di uomini. Molti di essi  erano i nostri nonni.

Ciò nonostante, per i problemi lasciati irrisolti dalla Grande Guerra del 1915-1918, e nel tragico ripetersi degli errori nella Storia, vent’anni dopo il mondo ci ricascava. Era la II Guerra mondiale. Di cui sono stati appena celebrati, sulle spiagge della Normandia, i 70 anni dalla sua conclusione. I morti solo tra i militari furono 22 milioni e mezzo, ma tutte le vittime furono 71 milioni. Molti dei quali erano, invece, i nostri padri.

Guerre devastanti – non solo “regionali” ma ormai anche “multi-regionali” – sono oggi in corso in Medio Oriente e in Africa. E stanno falcidiando altre generazioni di giovani: sia vittime del tutto innocenti, sia, al contrario, vittime “invasate” dal radicalismo di un’ideologia o dalla folle interpretazione di una religione.

Poi c’è l’Europa.
Nella quale, appunto, appena 70 anni fa ci si sparava gli uni contro gli altri (più precisamente ci si contrapponeva tra chi voleva la democrazia da una parte e i nazi-fascisti dall’altra). Ma subito dopo la fine di questo conflitto, si è tornati a contrapporsi nuovamente in una guerra definita, questa volta, “fredda” (tra chi aveva eretto un muro “di regime” tra Europa centro-orientale e il nostro occidente); un muro che a Berlino è stato, come ben sappiamo, una vera e propria barriera di cemento, caduta la quale ci siamo illusi che l’Europa potesse diventare finalmente un giardino, di belle speranze.
Certo, con molte erbacce: vedi i leader populisti che sono arrivati al potere in Ungheria, Polonia e Turchia (che non è affatto Medio-Oriente) e l’ascesa in Francia della destra razzista della famiglia Le Pen; o la presenza di agguerriti movimenti indipendentisti e “regionalisti” in Spagna, in Gran Bretagna, in Belgio etc e anche in Italia (basti pensare alle posizioni pre-politiche e qualunquiste di quei due arruffa-popolo di Salvini e Grillo).

L’Europa è quindi, oggi, un giardino minacciato. Ma non dal fiume di immigrazione disperata (che quando regolarizzata può portare anche ricchezza e pagare ad es., con i contributi che versa, parte delle pensioni degli italiani); bensì da coloro che, nonostante tutto quello che avrebbe dovuto insegnargli la Storia, vogliono ancora dividersi, andare per proprio conto, seguire i propri nazionalistici interessi e tornaconti, rifiutare lo straniero e forse chissà, un giorno, pur di difendere i propri privilegi, tornare a spararsi.

In questo quadro, che cosa possiamo raccontare ai nostri figli?
Qualche suggerimento ce lo dà un Sondaggio sui bisogni dell’adolescenza appena realizzato dal ‘Garante per l’infanzia’. Racconta una generazione che si rivolge agli adulti per avere delle risposte, che ha archiviato ‘il conflitto’ ma chiede al mondo adulto nuove guide, nuovi leader (v. Papa Francesco, Obama, Ban Ki-moon, il segretario delle Nazioni Unite). L’attualità politica non li interessa, ma chiede più giustizia, verità, lavoro naturalmente, e di “avere qualcosa in cui credere”, una bussola per il proprio futuro.
Molto rinchiusi nel privato, sono pieni di connessioni (elettroniche) ma con pochissime relazioni (umane).

Che terreno fertile per chi volesse, e sapesse, fornire buone idee e modelli alti di comportamento, per figure che facciano da guida, buoni maestri capaci di generare fiducia, valorizzando quell’enorme serbatoio di freschezza, intelligenza e bellezza che sono i nostri ragazzi!
Queste idee, questi modelli alti, questa prospettiva, questa guida avrebbe dovuto esserla, anzi, dovrebbe essere, l’Europa: quella disegnata da Altiero Spinelli però, mentre era obbligato al confino sull’isola di Ventotene durante il fascismo; non certo quella assai minore, fatta di veti e di burocrati e fine a se stessa, oggi a guida Angela Merkel (e non solo).

Vorrei chiudere queste poche riflessioni con una delle più belle pagine della letteratura italiana di guerra, tratta dal Sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia di Mario Rigoni Stern. Una pagina, sul finale del libro, che narra di un fatto vissuto realmente dal grande scrittore e che non si può secondo me solo raccontare, ma che si deve leggere, e si deve far leggere, e che perciò qui di seguito integralmente trascrivo.
“Compresi gli uomini del tenente Danda saremo in tutto una ventina. Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini.Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro.
Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mniè khocetsia iestj, - dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E di ogni mia boccata. – Spaziba, - dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, - mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.
Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini, un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di più del rispetto che gli animali della foresta hanno uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finchè saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta, potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli uomini e diventare un costume, un modo di vivere.

Ecco, questo ad esempio possiamo raccontare, anzi far leggere, ai nostri figli.