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Quanto pesa il consenso?



Vanessa Gloria  (MICRI 5)
La storia dell’umanità affonda le sue radici nel logos, dalle narrazioni degli aedi e dei rapsodi nacque la coscienza collettiva e l’identità fatta di eroi, divinità, tragedie, amori. Un popolo quello greco che ricorrendo alla dialettica e alla logica ha attraversato i secoli, e influenzato l’intero corpo pensante occidentale.
Il logos dunque appartiene a tutti gli uomini, ma ognuno agisce e si rappresenta la realtà secondo una propria e personale saggezza.
E’ impossibile negare che l’uomo sociale sia fatto di parole, agendo e scegliendo sulla base di proprie convinzioni, ma soprattutto secondo quell’insieme di influenze e interferenze provenienti dal mondo esterno, modella la realtà e quindi l’epoca in cui vive.
Chi oserebbe mai negare che la storia occidentale non si fondi sulla ricerca del consenso nelle sue molteplici forme?
Dalle riflessioni, empiriche ed umane del Machiavelli, all’Enciclopedia illuminista, dalla Rivoluzione Francese al Risorgimento, il comune denominatore è proprio il consenso, nelle sue molteplici forme politiche, culturali, popolari, nazionali.
E forse mai come nel ‘900, con l’avvento della più grande massificazione delle volontà, delle scelte e delle menti che il dialogo dallo sguardo e dalla bocca è diventato un fatto di pancia. Non sarà poi che durante quel famoso processo di Norimberga alla domanda sul se e come punire chi avesse ucciso eseguendo l’ordine dell’autorità, non si trattasse in fondo anche di una questione di consenso? Si sa, i regimi, con le loro strutture capillari, con le loro gerarchie e paure, si nutrono di consensi, per annichilire le volontà individuali e costruire un corpo unico fatto di potere e violenza.
Da qui allora sorge spontanea una domanda: nell’epoca dell’informazione, dove le notizie sono fruibili a portata di pollice quanto pesa il consenso? La risposta è abbastanza semplice: oggi il consenso vale tutto.
Media e politica sembrano sempre più intrecciarsi nella ricerca dei consensi, l’uno utilizza l’altro per aumentare l’indice di gradimento. Sempre più poltroncine bianche nei talk show, sempre più commensali alla mensa mediatica garantiscono uno share più elevato, e soprattutto una vetrina a tutto tondo per chi siede o spera di sedere tra gli scranni del potere.
Ma c’è di più nella società odierna la questione del consenso deve esser letta congiuntamente con il diffuso disinteresse collettivo verso l’informazione “difficile”. I media sempre più generalisti hanno disabituato i fruitori del servizio a quell’analisi critica che forse fino a qualche decennio fa ancora non era così demodè. Così la politica ha capito bene che per ottenere consenso non basta più parlare di ideali, di diritti umani, di tutela delle libertà, temi troppo complessi e tediosi per un’audience, che in maggioranza è cresciuta a soubrette e lustrini colorati. Ed ecco allora che il mondo politico tende a costruire il consenso ricorrendo a slogan, frasi populiste, falsi miti e false promesse, tutto diventa un grande palcoscenico, dove ognuno dice la sua e alla fine non si dice nulla.
Allora raggiungere il consenso diventa la gara a chi la dice più grossa, a chi fa scendere quel deus ex machina stupendo gli spettatori, che volentieri subiscono l’azione.
E a questo punto, c’è di più, intervengono i social networks e secoli di studi retorici, di Filippiche ciceroniane terminano in centoquaranta caratteri. Non sarà forse che questi strumenti a detta di tutti democratici non stiano con rapidità fagocitando pezzi di democrazia? Quella voluta e costruita col sangue e con le lacrime, quella descritta e racchiusa nella nostra Costituzione, insultata spesso nei salotti bene della televisione, e violentata durante i comizi pre-elettorali. Povera Democrazia, ridotta a dei voti su un blog stellato, e a semplici followers su Facebook.
Così la dialettica, il pane della mente e della società viene ridotta ad un cumulo di post-verità, ci son voluti il referendum britannico e l’ascesa di Donald Trump perché nel 2016 questo neologismo entrasse a pieno titolo, come parola dell’anno sulle pagine del prestigioso Oxford Dictionary. A dire il vero non è un fenomeno totalmente nuovo, sembrerebbe anzi che lo stesso Abramo Lincoln, fosse stato vittima della post-verità. Infatti nel 1864 fu accusato di voler creare una super razza americana favorendo matrimoni tra bianchi e neri. Tutto il polverone trovava legittimazione in un pamphlet che fu smentito solo molto tempo dopo le elezioni, un’invenzione dei democratici per mettere i bastoni tra le ruote al rivale. In quel caso Lincoln vinse lo stesso. Oggi chissà probabilmente avrebbe perso.
Non è una cosa nuova, la gente si è sempre fatta un’idea leggendo i giornali, ascoltando racconti e basandosi su voci non totalmente provate, o basandosi su semplici titoli. Ma adesso tutto viene amplificato e diventa virale attraverso la rete, non è più confinato tra le mura di casa tra una chiacchierata ed un'altra sorseggiando un bicchiere di vino, oggi tutto fa il giro del mondo.
Il logos divenendo fake news si snatura di tutto il suo significato più profondo, perde l’accezione dialettica, trasformandosi in semplice notizia virale, screditando il concetto stesso di dato oggettivo e annullando irreversibilmente la distinzione tra fatto e bugia.
In fondo è quanto avviene anche nelle relazioni umane.
E’ l’era della comunicazione eppure sui sentimenti c’è assoluta incomunicabilità, si trascorre così tanto tempo con il display dello smartphone che il tempo per viversi pienamente si sta riducendo sempre di più.
L’essere umano che si trasforma in una somma di likes, è questa la triste la storia del consenso individuale: una continua corsa per la reputazione, per scalare la montagna social fatta di emoticon, post, ricette di cucina e gattini che miagolano.
Le giornate trascorrono tra uno “sta scrivendo”, il commento di un tipo mai visto che assurgendo a Pater Patriae si immola per la comunità social narrando la sua versione dei fatti su questioni di attualità (ovviamente senza aver mai approfondito l’argomento) e un tag da rimuovere immediatamente per paura di perdere likes e quindi consensi.
E’ il circolo vizioso della rete. La psicosi collettiva di essere qualcuno attraverso la propria immagine riflessa sui social: e così l’informazione, la politica, l’amore, la vita diventano tutte una post – verità, una realtà distopica e a portata di touch, dove tutti hanno il diritto di dire tutto, ed il logos, il diritto al sapere, la libertà di espressione nella sua forma più alta degradano ad indiscriminato abuso della parola spogliata di ogni sua razionalità.