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Spending review, Renzi accelera

Guido Colomba
La crisi economica italiana sta determinando nell'opinione pubblica la percezione di ciò che è necessario fare per salvare il Paese: lotta alla burocrazia, riduzione della spesa dello Stato e ritorno al manifatturiero (senza tralasciare cultura e turismo). E' troppo? Tutto il mondo occidentale ci attende al varco. Innanzitutto il vertice europeo di domani. Solo i "talk show" televisivi e i commentatori vecchia maniera, abituati ai rituali della Seconda Repubblica, sembrano non accorgersi di nulla. Anzi continuano a tirare la volata a vecchi boiardi (politici ed economici) della nomenclatura italiana arricchiti dalle pratiche del neo-capitalismo di Stato. Anche la Gdf ha voltato pagina con metodi nuovi (tra cui lo scambio automatico delle informazioni tra Stati) nella lotta alla corruzione, fonte primaria dell'evasione (i sequestri di beni mafiosi nel 2013 sono stati pari a 4,7 miliardi). Il gettito di gennaio è cresciuto di oltre quattro miliardi (+7,7%). E' in questo contesto che Matteo Renzi sta avendo uno straordinario successo. Naturalmente è atteso alla verifica dei fatti. Ci riuscirà? La positività dell'incontro bilaterale con Angela Merkel è tutta qui: l'Italia vuole cambiare rotta. Anche il Financial Times dà credito al nuovo primo ministro italiano ma si accoda a quanti dubitano delle cifre e dei possibili risultati. Eppure, la stessa Merkel ha mostrato più interesse nella riforma costituzionale messa in cantiere dal nuovo governo specie nei confronti delle Regioni. L'articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera (17 marzo) descrive con efficacia le spese folli delle Regioni (generate dal Titolo V), dalle "ambasciate" estere, ai rimborsi dei gruppi consiliari, fino alla eccedenza di personale dipendente (24.400) su un totale di 79mila. E' evidente che bisognerà fare largo uso degli ammortizzatori sociali così come già avviene con la Cig nel settore delle imprese. A Berlino la Merkel, parlando con Renzi, ha riconosciuto che anche la Germania su questi stessi temi (spesa pubblica, occupazione e produttività) ha dovuto attendere i risultati dopo due-tre anni. Intanto la prima rivoluzione interna, in termini di lotta ai mandarini della burocrazia, è quella che ha portato a Palazzo Chigi dal Tesoro la "spending review" di Carlo Cottarelli. Ora, Matteo Renzi in prima persona si è assunto la responsabilità nella gestione della spesa pubblica (Saccomanni aveva congelato Cottarelli per tre mesi). I primi risultati già si vedono: nel 2014 maggiori  risparmi per 5 miliardi, cui seguiranno 18,1 miliardi nel 2015 e 33,9 nel 2016. Sono dati complessivi che vanno depurati delle somme già impegnate dai precedenti governi. La manovra si integra con il Job Act (nuova disciplina dei contratti a termine) per il quale è previsto un drastico calo del contenzioso. Di pari passo si profila un rilancio dell'edilizia correlato al "Piano-Scuole" dove sono già arrivati 5mila progetti dai sindaci di tutta Italia in risposta all'invito del premier di "finanziare una scuola in ogni comune". Sullo sfondo vi è il braccio di ferro con i Sindacati. Renzi ha sepolto il "metodo Cgil" che ha dominato l'Italia dal dopoguerra. Un azzardo e una speranza. (Guido Colomba)

Peggio di cosi'

Alberto Pasolini Zanelli
Ultimi sviluppi della “primavera ucraina”: la Russia si annette la Crimea, gli Stati Uniti rompono le relazioni diplomatiche con la Siria e in Lettonia marciano le SS. Le relazioni fra questi eventi possono sembrare vaghe e assurde, ma in certi appuntamenti della storia la logica dominante è quella del surreale. Qualcosa del genere accadde, su scala per ora incomparabilmente maggiore, esattamente cento anni fa, più o meno negli stessi luoghi e si chiamò Grande Guerra, il primo conflitto moderno. Come se gli eventi delle ultime ore facessero parte di una rivisitazione da Museo degli Errori e degli Orrori. Alcuni saranno esaminati, criticati, giustificati in mezzo mondo nei giorni che seguono.
Per ora il record fra le torbide suggestioni è detenuto dallo spettacolino di Riga. Nella capita lettone un paio di migliaia di ottantenni e novantenni, alcuni indossando le uniformi delle Waffen SS, hanno marciato, con passo alquanto meno marziale di allora, per ricordare le battaglie del 1944, al tempo del riflusso militare, della ritirata definitiva delle armate di Hitler e dell’avanzata decisiva di quelle di Stalin. Fra i due mali, molti lettoni scelsero quello che pareva loro il minore e si arruolarono in centomila per combattere i russi con la divisa di chi gli forniva le armi e la divisa. Non gli importava troppo, a quel punto, che la Germania nazista fosse stata corresponsabile della loro consegna alla Russia staliniana nel trattato di “non aggressione” firmato nel 1939.
Non accadde solo nei Paesi baltici ma anche, per esempio e in misura maggiore, in Ucraina, terra che non era parte del “baratto” ma che aveva subito da parte dei “bolscevichi” uno dei più crudeli genocidi del ventesimo secolo che pur ne fu così ricco. Accadde fra il 1932 e il 1933, quando Stalin “perdette la pazienza” nei confronti dei kulaki, i coltivatori diretti ucrarini che si sottraevano agli obblighi della collettivizzazione, fra cui quello di fornire a prezzi stracciati cibo alle città. La “misura antisciopero” fu semplice: i soldati “rossi” circondarono le aree dei kulaki e li fecero morire di fame, a centinaia di migliaia, forse a milioni. Rimase nella loro memoria, quella operazione, sotto la parola ucraina Holodomor, molto simile a Olocausto.
Così quando le armate naziste invasero l’Ucraina i superstiti si schierarono con loro per regolare i conti con i russi. Avevano un leader, Stepan Bandera, si organizzarono come in una divisione delle SS che continuò a combattere anche dopo la fine del Reich, collaborando in tutti i modi a quell’altro Olocausto. Alla caduta dell’Unione Sovietica i nostalgici confluirono in un partito, Svoboda (Libertà) che oggi conta trentasei deputati su 450 al Parlamento di Kiev ed è alleato del partito Patria il cui leader è Julija Timoshenko e da cui proviene l’attuale primo ministro ucraino Arsenij Yatsenjuk. In Lettonia è tutto più tranquillo, lo scontro è per ora verbale, la parata, scortata dalla polizia, ha dato origini soltanto a uno scambio di invettive e lancio di carote tra i pensionati SS e i lettoni di origine russa.
Gli ucraini sono di sangue più caldo e soprattutto sono “circondati”, più o meno affettuosamente, da “tifosi” e autorevoli protettori all’estero. La Guerra Fredda, che si sforza di rinascere proprio nel centenario della Grande Guerra, la più grande e la più stupida nella storia dei conflitti umani, fa finora più strada dove il clima e il “sangue” sono più caldi. Per qualche motivo la crisi nata in Ucraina dimostra affinità singolari con i fenomeni analoghi che, in un contesto ben diverso, vanno sotto il nome di Primavera Araba, fra i governi tentati dalla “mano dura” dei regimi autoritari e opposizioni che alle urne preferiscono la piazza. È una strana malattia che si diffonde e ritrova certe sue radici. In Ucraina si rendono omaggi alla statua di Bandera, in Bosnia, a Sarajevo, si portano fiori a quella di Gavrilo Princip, il “patriota” serbo che uccise un arciduca asburgico e diede inizio al tutto.


Crimea: il referendum

Alberto Pasolini Zanelli
L’esito del referendum in Crimea era scontato. Putin aveva dalla sua la demografia, la forza militare e, una volta tanto, il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Non sono scontate, invece, le conseguenze di quel voto e dunque è urgente, per tutti, cercar di contenerne la gravità. E intanto riconoscere gli errori di tutti domandarsi chi ha perso e quanto. Nascerà, nella migliore delle ipotesi, un mini Stato, uno fra i tanti, anche se con molta storia dietro e con inquietanti paralleli con crisi passate. L’Europa è impegnata in una sua giornata della memoria cent’anni dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, che avviò il declino dell’Europa. Il parallelo fra il 1914 e il 2014 è certo eccessivo, ma non di più del paragone corrente e frettoloso con un’altra crisi che si chiamò e si chiama Monaco, il luogo in cui si tirarono le somme di una guerra assurda e si gettarono le basi per una nuova e ancor più sanguinosa.
Guardare al passato serve sempre, ma in questo caso è più urgente forse fare gli scongiuri, che però evidentemente non bastano. Bisognerebbe anche ricordarsi che la fine della Guerra Fredda, un quarto di secolo fa, non è di quei miracoli che si ripetono ogni volta che se ne sente il bisogno. Dai toni anacronistici del presente confronto Est-Ovest nessuno ha guadagnato e difficilmente qualcuno guadagnerà. Non la Russia, dedita in queste ore a festeggiare la decisione dei fratelli di lingua che “tornano a casa” ma anche a proeccuparsi della tensione che estende alle sue altre frontiere occidentali, dalla Polonia al Baltico e soprattutto dell’economia: la caduta del rublo e della Borsa di Mosca, l’accentuazione del declino economico e la necessità di concentrarsi ancora di più sulle esportazioni energetiche. Agli ucraini andrà anche peggio. Gran parte della crisi odierna nasce dal loro bisogno di emergere da una catastrofe economica. Se anche l’Occidente in qualche modo li aiuterà, difficilmente ciò potrà compensare l’emorragia che verrà dalla cessazione delle sovvenzioni petrolifere di Mosca. La prospettiva è un salto dalla padella nella brace.
E l’Occidente? Non ha ancora cominciato a confessare di avere commesso errori, anche gravi, difficili da correggere senza perdere la faccia. Gestita con saggezza la situazione che ha portato alla crisi avrebbe potuto venire a vantaggio di tutti, col consolidamento di uno Stato-cuscinetto con l’Ucraina idealmente collocato fra l’Europa e la Russia. Il governo di Kiev aveva l’acqua alla gola e ha cercato di farsi aiutare dall’una e dall’altra, con agevolazioni e prestiti pagabili con la firma a qualche trattato. L’Europa era l’opzione preferita, ma l’Europa di oggi, inchiodata all’euro e all’Austerity, non se l’è sentita finora di mostrarsi più generosa con gli ucraini di quanto lo sia con i suoi soci fondatori nella parte meridionale della sua geografia. Yanukovich si è sentito obbligato a buttarsi nelle braccia di Mosca e l’ha pagata cara, rovesciato da un “golpe di piazza”. I suoi successori hanno invertito la rotta con ancora più fretta ma difficilmente troveranno a Occidente un porto per le loro ansie.
Occidente significa soprattutto Germania, non solo per il suo attuale primato continentale ma anche per l’intensità degli scambi con Mosca. Se alle sanzioni antirusse si arriverà davvero, Berlino ne sarà a sua volta colpita, essendo il principale partner commerciale dell’Ue (il secondo, non dimentichiamolo, è l’Italia). Rimane, come sempre, l’America, ma Washington dà l’impressione di oscillare fra la riflessione e la sfida. La colpa viene fatta ricadere come sempre su Obama, spesso accusato di essere un sor Tentenna anche da chi dovrebbe sapere bene che le oscillazioni della Casa Bianca sono in gran parte l’effetto delle pressioni, a tratti spasmodiche, dei “falchi” su un presidente sospettato di essere una “colomba”. Il “partito della guerra”, che preme per un’azione preventiva contro il “revanscista” Putin, consiste prevalentemente nell’estrema destra ma non solo: vi si arruola anche un’ala della sinistra democratica nostalgica dei tempi in cui gli Stati Uniti erano davvero onnipotenti. Sono loro a rilanciare l’eterno paragone con Monaco, efficace ma  spesso fuorviante.


Italiani: provate ad amare l'Italia

Questo blog, anche se si chiama "Letter from Washington", anche se viene lanciato da 7500 chilometri dall'Italia o da qualche altro continente nel quale il suo responsabile si trova per ragioni di lavoro o di famiglia, anche se spesso si presenta con articoli in inglese che parlano di quel che succede negli Stati Uniti, anche se...e' comunque sempre con il collo girato verso l'Italia.

Perche' il tormento dell'emigrato e' continuo in un alternarsi di sentimenti di riconoscenza per il Paese che ti  ha dato osipitalita' e l'amore profondo per quella Patria che, talvolta come una 'mala femmena' ti ha intossicato l'anima ma dal cui ricordo  non riesci a staccarti.

Il filtro passionale attraverso cui l'emigrato vive le vicende italiane ondeggia in un accavallarsi di sentimenti talvolta contrastanti. Con l'aggravante che l'emigrante automaticamente mette a confronto la realta' in cui vive (americana) con quello che vede, legge e respira in Italia nei suoi numerosi viaggi nel Bel Paese.

Veniamo al dunque, si chiedera' il Lettore: bene, sto scrivendo da Udine, dopo avere sostato a Roma, Firenze, Genova a tenere qualche conversazione a innocenti ascoltatori. Altri impegni avro' a Milano, e poi Rimini prima di ripartire per gli States.

L'atmosfera generale che sto registrando e' caratterizzata dal solito mugugno, giustificato dalla crisi che morde i bilanci delle famiglie, dall'odio per le varie caste, dalla difesa ad oltranza del proprio 'particulare' e chissenefrega degli altri, dall'invettiva sempre pronta a 360 gradi, dal movimentismo del 'si dovrebbe fare' purche' a fare siano gli altri, dall'idolatria televisiva dei modelli piu' beceri di comportamento e dalla convinzione che siccome tutto si vende e si compra quelle ragazzine di 14 anni hanno capito come si mettono a frutto le doti che mamma natura ha messo a disposizione.

Da questa palude si alzano i miasmi del letame sociale che, stando almeno a quanto diffuso dai media, e' fatto di truffatori, puttanieri, prostitute in ordine sparso, femminicidio in aumento, droga a gogo, turpiloquio.

Obiezione: possibile che tutti gli italiani siano riconducibili a queste categorie mediatiche? No di certo. Papa Francesco ha restituito a tanta gente la voglia di stare insieme, di remare contro la subcultura, di prodigarsi per chi sta peggio di noi. Sono milioni gli italiani che fanno volontariato in maniera silente, senza strombazzamenti.

Ma in una societa' di massa come la nostra e la vostra vincono i 'mass media', e sono loro che continuano a fare opinione e a relegare ai margini l'esercito di coloro che vivono una vita di impegno, di moralita', di pulizia.

Si prenda il caso di Matteo Renzi. Questo blog ha fatto l'endorsement al sindaco fiorentino alla vigilia delle seconde primarie.

Oggi Renzi e' il Primo Ministro italiano. Ha introdotto  un linguaggio politico che si discosta nettamente da quello pomposo e pseudo aulico di chi lo ha preceduto nel difficile compito di trovare un modo per amministrare una nazione di 60milioni di individui, ognuno dei quali e' convinto di essere un ottimo solista. Mentre il cantare in coro e' dalle nostre parti sconosciuto.

Matteo Renzi, vuoi per inclinazione e talento naturale vuoi per scelta di marketing politico, salta il ceto politico di riferimento, si rivolge all'uomo della strada e non disdegna di usare quegli strumenti come le slides che servono per ribadire un concetto evitando le fumisterie del politichese. Ma evitando anche le tonnellate di contumelie e oscenita' alle quali ci  ha abituati, si fa per dire, Grillo.

Ed ecco piovergli addosso le accuse di essere un televenditore di patacche, di sminuire la ritualita' delle Istituzioni, di fare promesse senza costrutto.

Non sappiamo se Renzi sara' in grado di portare a compimento il suo piano di rilancio dell'asfittica economia italiana. Ce lo auguriamo. Ma l'ostilita' dalla quale e' circondato dai padroni del vapore oltre che da larghi settori dell'opinione pubblica sta a dimostrare che in Italia non si puo' essere giovani. Proibito rompere le uova al manovratore che carico di anni e di esperienza si arroga il diritto di indicare il percorso al popolino ebete e impreparato.

Renzi ed i suoi giovani seguaci hanno messo a repentaglio una struttura geriatrica che nulla ha da invidiare alle oligarchie di partito della Unione Sovietica. Far finta di cambiare per mantenere le mani sulle leve del quadro di comando. E la vecchiezza  non e' solo anagrafica. Basta pensare a certi 'giovani' che hanno preceduto Renzi il cui aspetto e comportamento denunciavano l'appartenenza ad una casta di bramini votati solo al perpetuarsi del loro potere e della conventicola di appartenenza.

Molti amici americani ci chiedono se in Italia sia possibile un nuovo Rinascimento.

Noi ne siamo convinti. Purche' l'italiano che vota compia la rivoluzione di leggere attraverso e al di la' delle righe, riscattando la capacita' di agire e pensare con la propria testa.

Ma sorpattuto l'Italiano deve riscoprire l'amore per l'Italia. Quell'amore che  noi italiani che viviamo all'estero portiamo da sempre radicato nel nostro cuore.

Oscar




Mistero Libia

Alberto Pasolini Zanelli
Non tutte le notizie che arrivano dalla Libia sono precise e sicure. Non è confermato, ad esempio, che una petroliera carica di greggio sia in fiamme dopo essere stata presa a cannonate da una nave da guerra al largo di Bengasi, né che una battaglia terrestre sia in corso in conseguenza di un’offensiva di “milizie” partite da Misurata per attaccare Bengasi. Quello che si sa di certo è però più che sufficiente per farsi un’idea del caos che regna in Libia. Truppe separatiste hanno fatto il pieno di greggio a una petroliera che batte bandiera nordcoreana ma che potrebbe essere una nave pirata senza nazionalità e lo ha fatto nonostante precisi, recisi e minacciosi veti del governo di Tripoli. E che, di conseguenza, il primo ministro libico è stato deposto da un voto della Camera, ha fatto immediatamente le valigie ed è scappato in Germania.
Sono solo episodi di una marcia verso il caos in cui il Paese è impegnato fin dall’indomani della defenestrazione e uccisione di Gheddafi, salutata come una “liberazione” non solo dai ribelli ma anche dai governi di una vasta alleanza occidentale, che vi hanno visto una felice continuazione della promettente ondata “democratica” che ancora va sotto il nome di Primavera Araba. Le notizie ufficiali dalla ex colonia italiana sono che il posto del dimissionario Ali Zeidan è stato preso da Abdullah al Thinni, che deterrà il potere per due settimane, in attesa che si trovi qualcun altro disposto a servire più a lungo.
Ma non è solo il premier che manca a Tripoli. Il dicastero dell’Interno, ad esempio, è vacante da lunghi mesi. Si parla di nuove elezioni quasi immediate, ma andrebbe precisato che più ci si appella alle urne meno si scomodano per andarci. All’ultima consultazione ha partecipato solo un quinto dei cittadini che si erano iscritti nei registri elettorali, che già erano un terzo del totale. I libici sanno che la partita si gioca altrove e con altri metodi. Dal giorno della cattura ed esecuzione di Gheddafi, violenze, uccisioni, scontri tribali e altre gesta di guerra civile hanno causato quasi duemila morti. I primi erano guardie e “collaborazionisti” in una resa di conti che purtroppo spesso accompagna le “liberazioni”; ma ancor di più sono state le vittime delle faide fra i “liberatori”, che fin dall’inizio erano divisi e rivali. Una “primavera di sangue” che ha coinciso con la disgregazione dell’ordine pubblico, un po’ ovunque ma soprattutto a Bengasi, luogo in cui la rivoluzione è nata e da cui ha prevalso. Negli ultimi due anni vi sono stati assassinati oltre cento esponenti politici, militari, magistrati e semplici attivisti. Con l’aggiunta, non dimenticata a Washington, dell’ambasciatore americano Christopher Stevens e di tre suoi collaboratori assassinati da una folla che aveva assaltato la sede diplomatica. Stevens era noto per avere prestato tutto l’aiuto possibile alla “rivoluzione democratica”. La misura del disordine pubblico lo ha dato, nelle ultime ore, la risposta del capo della fazione dominante in Bengasi, comandante militare della città: “Non ce ne importa niente di quel che dice il governo. Che facciano quello che vogliono”. E che possano, che si riduce poi allo sguainare rumorosamente una sciabola da un fodero arrugginito e vuoto.
Che questo ultimo incidente sia avvenuto a proposito del petrolio è indicativo e particolarmente grave, in quanto il greggio è l’unico oggetto di esportazione della Libia, la sua linfa vitale senza alternative. È più di un dettaglio. È un esempio di quelli che si moltiplicano in altri Paesi visitati da quella “primavera”, non solo nel mondo arabo. Si pensi alla Siria, ma anche all’Ucraina e, magari, al Venezuela.


Da Angela Merkel un forte appoggio a Matteo Renzi


Guido Colomba
Come andrà l'incontro Merkel- Renzi? Tutto indica che, a Berlino, Matteo Renzi troverà una forte disponibilità a sostegno del suo programma. Vi sono alcune analogie significative. Nel governo delle larghe intese con i socialdemocratici (Spd), Angela Merkel ha già accettato (dopo due mesi di trattativa) il modello di crescita con minori diseguaglianze senza tralasciare le critiche della Casa Bianca (Obama sarà a Roma il 27 marzo) per un ruolo più attivo di Berlino in sede europea. La crisi (Crimea) nei rapporti con Putin ha accelerato l'esigenza di un'Europa più coesa dove la crescita socio-economica è la necessaria base di partenza per uscire dal rischio di una deflazione permanente. Non a caso Il finanziere americano George Soros preconizza una stagnazione di 25 anni se non vi sarà più integrazione europea ed una ristrutturazione del credito soffocato da lacci e laccioli (l'Eba ha fissato 183 regole sugli affidamenti). Il programma annunciato da Renzi soddisfa queste esigenze anche se, paradossalmente, il divario tra annunci e misure concrete in termini di "coperture" è da addebitare alle nuove regole europee (le minori spese nel corso dell'anno sono contabilizzabili in sede di consuntivo) che il governo Monti ha sottoscritto nel 2011 con troppa disinvoltura e senza contropartite (l'Italia non ottiene le deroghe al deficit del 3% così facilmente accordate alla Francia). Ora, ogni misura economica deve ottenere il semaforo verde preventivo della Commissione persino nel passaggio dal 2,6% al 3%. Ecco perchè l'intesa con Angela Merkel può favorire "l'avanti tutta" di Renzi, specie tenendo conto dello "strano monito" che la Bce di Draghi ha diffuso questa mattina nei confronti del deficit italiano. In merito, basterebbe ricordare il peso sull'Italia dei salvataggi europei (Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e Cipro) che hanno fatto salire il debito pubblico italiano di 58 miliardi, quasi 4 punti di Pil. Con una spesa pubblica superiore agli 800 miliardi, la lista della spending review del commissario Carlo Cottarelli (35 miliardi di cui 7 nel 2014) diventa fondamentale tanto da costituire una sorta di "garanzia del successo". Il ministro Padoàn, formalmente ligio alle "regole" europee, lascia trapelare un prudente ottimismo:"la Ue guardi di più alla crescita". Per ora non si è parlato delle 7399 società dove, nel 95% dei casi, vi sono partecipazioni che fanno capo agli enti locali (il totale delle società partecipate è pari a 24182 e producono una perdita globale di 23 miliardi). Una quota rilevante, secondo i dati di Cottarelli, non ha a che fare con la fornitura di servizi. Non è stata rispettata la norma che imponeva la chiusura delle società che per il 90% fatturano per una amministrazione pubblica. Purtroppo, la legge di stabilità varata il mese scorso dal governo Letta, anzichè sanzionare gli enti locali che non hanno obbedito alle scadenze (30 settembre e 31 dicembre) previste da leggi dello Stato, ha rinviato il problema al 2017. Ed è la controprova che i superburocrati hanno strangolato l'Italia. Questo spiega (ma non assolve) la famosa frase di Saccomanni pronunciata nel giugno del 2013: "Non sono rinvenibili tagli di spesa". Ecco perchè nelle priorità del governo Renzi figura la battaglia alla burocrazia.

Stefano Bisi, nuovo Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia



Stefano Bisi, 57 anni, e' il nuovo Gran Maestro del Grande Oriente, la piu' importante Obbedienza massonica italiana.

Succede a Gustavo Raffi che, per quasi quindici anni, ha guidato il GOI , un compito molto pesante, avendo ricevuto un Grande Oriente caratterizzato da una caduta verticale delle adesioni.

Il GM Raffi e' riuscito a  riportare il GOI ad essere una delle principali istituzioni massoniche a livello mondiale.

Ma il merito del Gran Maestro Raffi in questi anni e' stato soprattutto quello di far emergere la Massoneria italiana dalle segrete conventicole in cui era stata rinserrata portandola alla luce del sole, contrastando il calo di immagine determinato dalla P2 e dalle altre pseudo organizzazioni massoniche.

Stefano Bisi si trova a dover gestire adesso il grande successo di adesioni garantito dall'operato di Raffi. Ma il compito del nuovo Gran Maestro del GOI non si riduce certo ad un tranquillo galleggiamento sull'esistente. Da ottimo giornalista dovra' affrontare anche la subcultura sulla base della quale tutti i media italiani, senza eccezioni, si 'divertono' a trattare i temi della Massoneria italiana.

Anche i quotidiani di piu' antica tradizione, i periodici, le testate elettroniche quando devono riferire su eventi che riguardano la piu' antica associazione del mondo, usano sempre una sorta di filtro beffardo, sia pure articolato in diverse temperature.

Ed ecco quindi le battute sui grembiulini e i guanti indossati dai Massoni nelle loro Tornate. Per non parlare delle insinuazioni rivolte a chi si riunisce nei Templi massonici delle citta' italiane, allo scopo di ordire chissa' quali complotti. Una subcultura dura a morire che permea gran parte dell'opinione pubblica italiana.

Quando poi giornalisti e turisti italiani vengono a Washington o in altre citta' degli Stati Uniti si stupiscono per i monumenti e gli edifici massonici che costellano apertamente i centri sotirci delle citta' grandi e piccole, sgranano tanto d'occhi nel vedere le auto che portano sui paraurti gli adesivi di squadra e compasso. Si rendono conto che i Padri Fondatori degli Stati Uniti erano Massoni.

Tempo fa insieme a Stefano Bisi abbiamo firmato un piccolo libro dal titolo: "Massoneria FAQ-Elogio della conoscenza e dell'informazione".

Il responsabile di questo blog ha scritto la parte relativa alla rivoluzione che stiamo vivendo nel campo dell'informazione e della comunicazione. Bisi ha illustrato le principali tematiche massoniche.

Il libro, voluto da Giuseppe Galasso, MV della R:.L:. Montaperti di Siena e pubblicato da Luca Betti editore, si conclude con un dialogo tradotto in vignette tra un massone e una persona che all'Istituzione non crede.

Un modo semplice e diretto per far capire a chi voglia farsi un'opinione corretta, lontana dai tradizionali luoghi comuni, che l'Istituzione si propone il miglioramento etico-morale di chi bussa per entrarvi. Passare da pietra grezza a pietra squadrata non e' un compito facile. Tra i massoni ci sono quelli che ci riescono pienamente. Altri meno. Ma, se non altro ci provano. .

Il ricavato delle vendite di questa iniziativa editoriale e' andato ad un monastero di suore di Siena che operano attivamente e con amore nel sociale.