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La mafia e’ il vero cancro della societa’ civile

Roma - 26 gen 2023 (Prima Pagina News)

“La mafia? E’ il vero cancro della società civile. La Massoneria è da sempre in difesa della legalità”.Questo che segue è il testo integrale dell’intervista di Pino Nano al Gran Maestro della Massoneria d’Italia Stefano Bisi per “Bee Magazine”, il giornale diretto da Mario Nanni storico Caporedattore Centrale della pagina politica dell’ANSA. 

Garbo,cortesia,sobrietà e rigore assoluto nelle risposte che ci da. Questo è stato con noi ieri Stefano Bisi, Gran Maestro della Massoneria Italiana, un uomo che è alla guida del Grande Oriente d’Italia dal 6 aprile 2014, oggi al suo secondo mandato per il quinquennio 2019-2024. 

Senese, classe 1957, Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica, giornalista di lunga esperienza, una laurea in Scienze dell’amministrazione a Scienze Politiche all’Università di Siena, e una lunga esperienza nel mondo della comunicazione. Ha lavorato nei periodici “Siena Nord” e “La Gazzetta di Siena”, e, con qualifica di direttore, nelle emittenti “Antenna Radio Esse” e “Televideosiena”. Ma è stato anche Vicedirettore del Gruppo Corriere, che comprende le edizioni di Perugia, Terni, Siena, Arezzo, Grosseto, Rieti e Viterbo.

Prima di essere eletto Gran Maestro, Bisi ha ricoperto numerose cariche, locali e nazionali, e ha governato il Collegio circoscrizionale della Toscana per due mandati, dal 2007 al 2013. Appartiene – sottolinea lui stesso per chi volesse saperne di più- al Rito di York ed è 33esimo grado del Rito Scozzese antico e accettato. E’ autore di vari saggi, fra i quali “Mitra e Compasso”, libro dedicato al rapporto tra chiesa cattolica e massoneria, lo “Stradario massonico di Siena”, “Massofobia”, “Diario di viaggio. Appunti da una traversata” e coautore di “Sindaci in rosso” (con Vittorio Feltri Renato Brunetta), “Sindaci in bianconero” e di “Massoneria FAQ.”.Come cronista ha ricevuto diversi premi, alcuni di grande prestigio professionale, “Paolo Maccherini”, “Giornalista sportivo dell’anno”, “Porsenna”, “Medioevo presente”. 

Lo cerchiamo per capire meglio, dopo le polemiche sull’arresto di Matteo Messina Denaro e i tanti richiami giornalistici alle logge massoniche che avrebbero coperto la latitanza dell’ultimo “fantasma di Cosa Nostra”da che parte sta la Massoneria ufficiale, quella non deviata, e a Palazzo Giustiniani troviamo un “collega giornalista” che le cose che pensa non le manda a dire. Diretto, immediato, e soprattutto consapevole del suo ruolo di garante del Grande Oriente d’Italia.

-Gran Maestro, circa 40 anni fa, la Massoneria, che ha una storia secolare, fu colpita da una vicenda che la portò al centro dell’attenzione: lo scandalo delle liste P2. Di colpo, la massoneria, da entità notoriamente riservata ma non occulta, si trovò investita di polemiche, interrogativi poco benevoli. Ora, dopo l’arresto del capo della mafia Matteo Messina Denaro, la massoneria è tornata sotto i riflettori della stampa. 

I magistrati fanno riferimento alla massoneria cosiddetta ‘deviata’ e non alla massoneria ufficiale e men che meno al Goi. Chiariamo subito che non è emerso alcun ruolo della massoneria in ordine alla latitanza o all'arresto di Matteo Messina Denaro, per cui questo ‘gran parlare’ è a sproposito. Le ripeto, non risulta alcun procedimento penale avente ad oggetto la massoneria del Goi o peggio la sua vicinanza alla criminalità, la responsabilità del singolo, ove accertata in via definitiva, resta tale e non coinvolge l’associazione massonica di appartenenza. Le dico anche che il regolamento del Goi prevede delle regole di controllo di rigore, ma esse non possono legittimare attività investigativa paragonabile a quella di una Procura della Repubblica 

-L’ex gran Maestro Di Bernardo in una intervista alla Repubblica, edizione di Palermo, ha affermato: molte logge sono piene di mafiosi. Lei cosa risponde?

Non risponde al vero. Le verifiche eseguite dalla Commissione Antimafia dopo il sequestro degli elenchi  lo smentiscono; non ci sono mafiosi. Ad ogni buon conto il Grande Oriente d’Italia ha conferito mandato ai propri avvocati di avviare ogni più opportuna iniziativa a tutela del buon nome dell’associazione massonica che rappresento e della onorabilità dei suoi associati.

-Pare che il medico che curava Messina Denaro sia massone. Il che ha suscitato perplessità e una domanda: quel medico avrà comunicato ai suoi fratelli massonici questo segreto? Da questo interrogativo poi ne sono sorti altri: ci sono e quali punti di contatto tra la massoneria e la mafia, a parte le comuni prime due iniziali dei nomi?

Se si riferisce a Tumbarello, egli è iscritto al Grande Oriente d’Italia ed è stato sospeso a tempo indeterminato ossia per tutto il tempo necessario ad avere certezze; se dovesse risultare innocente, come ci auguriamo, verrà revocata la sospensione, mentre se sarà condannato in via definitiva verrà espulso per sempre. Ad ogni buon conto oltre alle iniziali, la massoneria del Grande Oriente d’Italia non ha nulla in comune con la mafia.

-Pensa di fare una inchiesta interna, tesa ad accertare l’esistenza di legami di singoli associati con la mafia e comunque con organizzazioni criminali? La domanda sorge anche perché secondo quanto ha dichiarato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, su certi fronti – il commercio di droga – la ndrangheta ha superato e forse soppiantato la mafia.

I controlli del Grande Oriente d’Italia sui propri associati sono molto rigidi ma non consentono inchieste di tipo giudiziario. Il Procuratore Gratteri parla chiaramente solo di massoneria cosiddetta <<deviata>> e non della massoneria del Grande Oriente d’Italia; il suo riferimento al traffico di droga non lo comprendo.

-Domanda ovvia ma inevitabile: la massoneria che giudizio dà dei poteri criminali diffusi in Italia attraverso mafia, ndrangheta, camorra, sacra corona unita?

Di netta, ferma  e continua condanna. Sono cancri per la società.

-La massoneria, nella percezione del comune cittadino, è vista come un potere chiuso, forte e pervasivo. Questa percezione le sembra esatta? O va corretta? E in che senso?

 Non credo sia questa la percezione del cittadino comune; la conoscenza della storia  dei paesi democratici e del primario ruolo assunto dalla massoneria, le manifestazioni pubbliche con centinaia di partecipanti,  la indiscussa onorabilità di molti massoni del Grande Oriente d’Italia del passato e del presente  non possono giustificare quella errata percezione, salvo che non si tratti di pregiudizio.  

-Massoneria e politica: che rapporti ci sono?

Vi e’ il massimo rispetto per la politica, ciascun massone è libero di aderire o meno a partiti e votare come crede,  ma all’interno del tempio non ci si intrattiene in questioni di politica.

Una catastrofe planetaria entro due anni

 https://www.popularmechanics.com/technology/security/a42660926/global-catastrophic-mutating-event-coming-in-2-years/Global Catastrophic Cyber Event Coming in 2 Years, Report Says

Tutta l’ex Jugoslavia nella UE per il futuro dell’Italia

Prodi: «Trieste capofila di un porto unico, da Fiume a Ravenna»
L’ex premier ed ex presidente della Commissione parteciperà venerdì a un evento di Units: «Importante anche per il futuro dell’Italia l’ingresso di tutti i Paesi dell’ex Jugoslavia nell’Ue»

Intrervista di Paola Bolis a Romano Prodi su Il Piccolo 

Se la ricorda “benissimo, e anche con un po’ di nostalgia”, quella notte del 2004 in cui da presidente della Commissione europea partecipò, sul piazzale della Transalpina, alla grande festa per l’ingresso della Slovenia (con altri nove Paesi) in Europa. E venerdì a Gorizia Romano Prodi tornerà per parlare di un percorso che sin qui ha portato Gorizia e Nova Gorica a lavorare insieme al progetto Go!2025, di un presente che deve vedere Trieste e l’Italia attendere un ingresso rapido dei Balcani nell’Ue, di un futuro che l’Europa potrà giocare da protagonista solo se diverrà realtà politica. Perché a chiedergli della guerra in Ucraina, finirà “quando Cina e Usa si metteranno d’accordo”, risponde l’ex premier.

Professore, nel 2003 lei rassicurò il popolo sloveno: “L’Ue rispetterà la vostra identità”, disse.

E infatti, in Europa le abbiamo rispettate le diversità? Sì, tanto che Paesi come Polonia e Ungheria su molti temi si sono messi di traverso grazie al totale rispetto delle identità, fatti salvi i princìpi fondamentali – libertà, uguaglianza, uguale trattamento delle minoranze – sui quali non si può transigere in quanto universali. I Paesi che quella notte entrarono in Ue sono cresciuti e si sono sviluppati a un ritmo molto superiore non solo rispetto all’epoca precedente, ma anche a quello degli altri Paesi europei.

Andiamo verso Go!2025, Gorizia e Nova Gorica capitale europea della cultura 2025. Può essere questo un modello di società europeo?

Non “può” essere, lo è. Cosa c’è di più identitario della cultura? Certo la comune identità si deve sviluppare anche in altri settori, ma la collaborazione nella cultura è la più importante di tutti.

Dieci anni dopo quel 2004, lei scriveva che quest’area non aveva saputo cogliere le opportunità che si erano aperte. E oggi?

Quando cadde la “cortina di ferro” pensavo a un più forte dinamismo di Trieste, che vedevo come liberata dai vincoli. Ma negli ultimi tempi il porto rinasce, Trieste ricomincia, con una certa fatica, a essere punto di raccordo con il Nordest dell’Europa: è questa la vocazione che la deve spingere ancora tanto più avanti, guidando un raggruppamento di porti da Ravenna a Fiume, forte di essere lo scalo con fondali unici e il più capace di sviluppo di tutta l’area. Pensare a un porto unico è indispensabile se si vuole fare concorrenza al Nord Europa. Vedo buoni sviluppi nella internazionalizzazione di Trieste che, come infrastruttura e posizione geografica, è peraltro “messa bene”, diciamo così.

Dopo l’ingresso della Croazia in Schengen, resta il nodo dei Balcani fuori dall’Ue. Mentre Mosca non perde occasione per farsi avanti.

Se fossi rimasto per altri cinque anni a Bruxelles avrei fatto di tutto per completare l’allargamento a tutti i Paesi dell’ex Jugoslavia, Albania compresa: sono parte dell’Europa. Che facciamo, scontentiamo la Serbia fino a che non entrerà nell’orbita russa? L’ampliamento è importante per l’Italia e ancor più per il Nordest e Trieste. Basta pensare a come si è sviluppato il porto del Pireo, a come fa concorrenza oggi a aree che dovrebbero essere naturalmente di Trieste. Dobbiamo rifletterci.

Ma sul Pireo la Cina ha giocato un ruolo importante.

E perché non lo può giocare anche a Trieste? Il problema non è la proprietà delle banchine: su questa avete dibattuto già anche troppo! Il problema è avere traffico ed essere capaci di smistarlo. Un porto deve essere aperto a tutto il mondo per definizione. E sotto questo aspetto le cose sembrano andare meglio.

Il ministro Tajani ha definito i Balcani un’opportunità e una necessità per l’Italia, rilanciando sul ruolo che il Paese può giocare. L’Italia lo ha trascurato?

Mi pare proprio di sì. Sono diventato furibondo, avrei reagito in modo fortissimo quando la Francia ha impedito l’avvio dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord: non era solo un problema di questi due Paesi, era un messaggio, “dovete fare una coda lunga lunga”. Ma per l’Italia i Balcani sono un’apertura assolutamente possibile e potenzialmente molto importante per il futuro.

Come gestire la rotta balcanica dei migranti?

Se lei mi insegna come governare il flusso dall’Africa, io le insegno come governarlo dai Balcani… È una questione da gestire a livello europeo, e non lo si può fare neanche del tutto…

Lei ha detto che la guerra in Ucraina ha reso ancora più importante per l’Europa fare un passo avanti su politica estera e difesa. Come?

C’è una sola via: che la Francia si decida a mettere in comune le prerogative di politica estera che solo essa ha: il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza Onu e l’arma nucleare. Sarebbe la spinta per un vero esercito europeo che oggi manca. È semplice: o ci mettiamo insieme o non avremo alcuna voce in capitolo nella Nato.

Quando finirà la guerra in Ucraina?

Quando Cina e Usa si metteranno d’accordo.

Quale ruolo giocano nelle tensioni europee i Paesi di Visegrad?

Il ruolo che si gioca sempre nella politica interna, quello degli interessi particolari. Ma non hanno alcuna intenzione di uscire dall’Ue, o di farsi marginalizzare. Il problema è che l’Italia, con altri Paesi cuore dell’Europa – Francia, Spagna, Germania… – giochi un ruolo di calamita. Poi certo, ci sono le differenziazioni, ma proprio per questo ribadisco la necessità di una Europa a due velocità: i Paesi di Visegrad non entreranno da subito nell’esercito europeo, ma quando lo avremo costituito anche loro si renderanno conto che la difesa dei propri interessi dipende dall’Ue.

La allarmano alcuni segnali di contiguità del centrodestra italiano oggi al governo con qualcuno di quei Paesi?

Dipende dalla politica che farà l’Italia. La proposta – avanzata da alcuni – di essere più vicini ai Paesi periferici come la Polonia o i baltici è un’idea destinata a fallire. Certo mi preoccupa perché non favorirebbe gli interessi italiani. In ogni caso finirebbe presto perché non abbiamo scelta, dobbiamo essere uniti ai grandi paesi con i quali abbiamo costruito l’Europa.

Ora il Brasile, prima Capitol Hill… Può accadere anche in Europa?

La democrazia è messa a rischio da chi non accetta la democrazia. Finora qui in Europa – e siamo 27 Paesi – non è mai successo. Ci ho pensato: significa che la più profonda difesa della democrazia è l’Europa.

Anche se svolta a destra?

Dipende dalle scelte che faranno i nuovi governanti. Se mi chiede cosa farei io se fossi al governo lo potrei dire. Cosa faranno gli altri, non lo so.

«Nel 1960 morivano ogni anno 20 milioni di bambini sotto l'età di cinque anni.

Federico Rampini per il “Corriere della Sera”

«Nel 1960 morivano ogni anno 20 milioni di bambini sotto l'età di cinque anni. Nel 2012 ne sono morti 6,6 milioni, e in percentuale sulla popolazione l'ecatombe si è ridotta a un quinto. Sono ancora troppi. Abbiamo gli strumenti per scendere sotto i tre milioni in 15 anni.

I costi per il trattamento dell'Hiv-Aids sono stati ridotti del 99%, da più di 10.000 dollari a meno di 200 dollari all'anno. In molti paesi l'incidenza dell'Hiv-Aids è scesa oltre il 50%, e il regresso riguarda anche l'Africa sub-sahariana. Le morti per malaria in Africa sono diminuite del 33%.

Questa battaglia va fatta, con più risorse di prima, anzitutto per ragioni umanitarie. Ma è un investimento intelligente perché è la risposta migliore ai flussi migratori: un miglioramento delle condizioni di salute, delle opportunità di sviluppo umano, contribuisce a far restare le persone nei loro Paesi d'origine. Rallenta anche l'esplosione demografica, perché l'eccesso di natalità purtroppo è una risposta perversa alle decimazioni inflitte dalle epidemie».

Così Bill Gates mi esponeva il suo «ottimismo lucido e razionale», in una camera del Willard Hotel di Washington: quello dove nell'Ottocento nacque l'attività del lobbismo.

Era il 2 dicembre 2013. Pochi minuti prima Gates era uscito dalla Casa Bianca al termine di un lungo e proficuo incontro con Barack Obama, uno dei leader con cui ha creato un solido rapporto di collaborazione.

Ma nel lungo colloquio con Gates la parte che mi colpì come più innovativa non era il suo discorso umanitario, per quanto importante.

Il co-fondatore della Microsoft, protagonista della rivoluzione informatica degli anni Settanta e Ottanta, per 22 anni consecutivi l'uomo più ricco del mondo, aveva da poco lanciato con la moglie Melinda e con l'amico Warren Buffett The Giving Pledge , l'impegno a donare: una dichiarazione d'intenti che i tre avrebbero proposto a tutti i miliardari del mondo per diffondere le nuove regole della filantropia.

Da un altro punto di vista era una solenne promessa di diseredare i propri figli e nipoti. Quel giorno di dieci anni fa lui mi spiegò così la sua filosofia: «Penso che dal punto di vista dell'uso delle risorse di una nazione, non sia ideale lasciare i grandi patrimoni in eredità. Quando vuoi vincere le prossime Olimpiadi, non selezioni per la tua squadra nazionale i figli dei vecchi campioni olimpici.

Dal punto di vista della società, è sbagliato che una minoranza di privilegiati abbiano tanti mezzi senza dovere lavorare per meritarseli. Non si fa un favore ai propri figli lasciandogli tanto, è demotivante». Coerente con l'annuncio di allora, oggi all'età di 67 anni Gates ha già versato in beneficienza 50 miliardi di dollari, e continuerà a devolvere così la stragrande maggioranza del suo patrimonio.

Quel capitalista che mi spiegava un decennio fa la sua decisione di diseredare i tre figli, mi riconciliava con l'etica protestante del capitalismo.

Non ci sarà mai un Gates junior alla guida di Microsoft dopo il fondatore Bill, così come non c'è un Jobs junior alla guida di Apple dopo la scomparsa di Steve. Per essere sicuri di non affidare l'azienda in mani sbagliate, i più iconici capitalisti americani diseredano i figli alla nascita. Mi ha sempre colpito la distanza con i nostri capitalisti: parlano di meritocrazia ai convegni della Confindustria, poi guardi i loro cognomi e le loro storie, molti sono rampolli ereditari, figli di papà o nipoti del nonno fondatore.

L'immagine pubblica di Gates è passata attraverso cicli estremi, alternando trionfi e controversie. Per me e per due o tre generazioni di occidentali, così come per tanti Baby-Boomer e Millennial cinesi indiani russi, lui era stato in gara con Steve Jobs per l'Oscar dell'imprenditore più autorevole e carismatico dell'era digitale. La mia prima traversata coast-to-coast degli Stati Uniti, nel 1979, aveva coinciso con l'avvio della primissima transizione verso un'era digitale.

All'epoca avevo appena cominciato a lavorare come giornalista del Partito comunista italiano, guidato da Enrico Berlinguer: scrivevo sul settimanale Rinascita . Quell'America aveva due facce per noi ventenni della sinistra europea: da un lato ci spalancava la visione di un'economia post industriale, una visione di modernità e integrazione, di ecologia, di rispetto delle diversità.

Gates, allora ventenne, era il pioniere di una rivoluzione tecnologica democratica: mettere un personal computer su ogni scrivania.

Oggi sembra banale e il computer è già stato sostituito da tablet e smartphone - ma allora non lo era affatto.

Poi subentrò la disillusione. Su Gates e non solo. I ragazzi rivoluzionari, una volta create delle imprese straordinariamente avanzate e competitive, si trasformavano in aspiranti monopolisti, ostacolavano la concorrenza, fino a costruire dei colossi dominanti. Erano stati hippy, figli dei fiori, o comunque idealisti e sovversivi da giovani. Per poi diventare dei Robber Baron («baroni ladri») trasferendo nell'era digitale il modello che i Rockefeller avevano incarnato nel capitalismo delle banche e del petrolio. Dopo Gates, anche Jobs con Apple, i fondatori di Google Larry Page e Sergei Brin, Mark Zuckerberg con Facebook, avrebbero vissuto la stessa metamorfosi.

Gates fu il primo in ordine cronologico, come dimostrò la causa antitrust lanciata contro Microsoft da Mario Monti commissario europeo.

Nel nostro incontro di un decennio fa Gates si era messo alle spalle la prima battaglia antitrust contro Bruxelles. Era impegnato in una sua transizione personale: una dopo l'altra abbandonava le cariche societarie, nella Microsoft e in altre aziende, indirizzandosi verso l'impegno a tempo pieno come filantropo (la Bill & Melinda Gates Foundation divenne la sua unica attività dal 2020). Non era un percorso tranquillo. Al nuovo traguardo lo attendevano altre polemiche.

Come paladino delle campagne di vaccinazioni in Africa e in tutto il mondo, e della lotta al cambiamento climatico, Bill si è attirato sospetti e accuse, in particolare dal mondo della destra sovranista. Almeno quanto George Soros - altro miliardario filantropo e progressista - Gates è diventato protagonista designato delle teorie del complotto. Lo si è accusato di esercitare uno strapotere nel business dei vaccini, tema che ha acquistato una visibilità enorme durante la pandemia. È diventato il globalista per antonomasia, grande capo di tutte le cospirazioni ordite da un'élite finanziaria onnipotente, un establishment determinato a calpestare gli interessi dei popoli.

Poi c'è stato il divorzio da Melinda French. Dopo 27 anni di matrimonio e 34 anni vissuti insieme, la separazione ebbe inizio in modo soft, consensuale e amichevole. Fino a quando la stampa americana rivelò che la causa scatenante era l'amicizia passata di Bill con Jeffrey Epstein, condannato per stupri e pedofilia, morto suicida in carcere.

Un'altra discesa agli inferi per Gates.

Più di recente, un riscatto è venuto sul fronte geopolitico: Microsoft è stata applaudita per il ruolo determinante che svolge nel difendere l'Ucraina dai cyber-attacchi della Russia. Un esperto come Ian Bremmer ha stilato questa classifica peculiare delle potenze che aiutano di più la resistenza di Kiev: al primo posto gli Stati Uniti, al secondo l'Inghilterra, al terzo Microsoft, al quarto la Polonia. Può aver pesato l'eredità dell'atteggiamento «filo-governativo» di Gates su molti dossier del passato, e fors' anche un suo ruolo personale dietro le quinte.

Una rivincita di fatto se la prende anche contro i no-vax, in questi giorni in cui l'Occidente segue con apprensione l'arrivo di viaggiatori cinesi, positivi al Covid, vaccinati poco e male. Le accuse contro il Grande Vecchio che trama per vaccinare l'intero pianeta forse appaiono finalmente assurde?

BIG TECH, ECCO CHE COSA CI INSEGNA LA CADUTA DI JACK MA, LA VERSIONE CINESE DI JEFF BEZOS

Federico Rampini per “il Corriere della Sera”

Per capire dove va la Cina di Xi Jinping è illuminante la vicenda dell’imprenditore Jack Ma, di fatto costretto a perdere ogni influenza da un’azienda che lui stesso aveva creato, la piattaforma di pagamenti digitali Ant-Alipay. Il geniale innovatore originario di Hangzhou era stato un mito per una generazione di cinesi, una figura iconica che nel suo paese cumulava il prestigio di personaggi americani come Bill Gates, Steve Jobs, Jeff Bezos o Elon Musk.

La sua caduta in disgrazia si può considerare come un capitolo locale della crisi mondiale di Big Tech. In realtà è una storia diversa da quella che si svolge nella Silicon Valley, perché per molti aspetti è determinata dalla sterzata a sinistra di Xi Jinping, dal suo anti-capitalismo. La caduta di Ma era iniziata da tempo, ha preceduto di anni le difficoltà dei giganti digitali americani. Il suo è un declino preannunciato, che si accompagna sul piano personale ad un semi-esiliMASAYOSHI SON JACK MA

È noto che da molti mesi Ma vive più a Tokyo che in Cina. Anche questo è significativo: l’anti-capitalismo di Xi, ancor prima dei suoi durissimi lockdown anti-Covid, aveva già causato un esodo di ricchi verso l’estero. Nessuno si intenerisce per questi miliardari che hanno sempre un piano B, un secondo passaporto o una residenza estera in cui ricostruirsi una vita altrove.

Però quella battaglia contro le mega-imprese digitali che Xi giustifica in nome della tutela dell’interesse pubblico, dei consumatori e dei lavoratori, rischia di privare la Cina di talenti imprenditoriali che avevano generato una formidabile ondata di innovazioni. Per tornare al parallelismo con la grande rivale: in America i capi di Big Tech vedono i propri patrimoni decurtati dai cali di Borsa, però non sono costretti a fuggire all’estero.

Jack Ma, l’imperatore decaduto del capitalismo cinese, per molti aspetti è soprattutto la versione cinese di Jeff Bezos. Alibaba iniziò emulando Amazon, la regina orientale del commercio online ha finito per superare quella occidentale in termini di volume d’affari e raggio di attività. I due colossi digitali, pur essendo simili, si fanno poca concorrenza.

Quando in passato ci fu una vera gara, per lo più vinse Alibaba: dominando a casa sua, nel mercato più grande del mondo dove Amazon è quasi sparita. Per il resto la multinazionale con sede a Hangzhou (l’ex capitale della seta dove visse Marco Polo) e quella basata a Seattle sulla West Coast si sono spartite le zone d’influenza molti anni fa, prefigurando nell’universo digitale un bipolarismo da guerra fredda. Comunque la cinese è diventata più grossa dell’azienda americana che all’origine la ispirò.

L’avventura di Jack Ma si può leggere come quella di un imprenditore geniale nel suo mestiere ma ingenuo politicamente, perché non ha capito che «volare troppo vicino al sole» (cioè a Xi Jinping) è un errore imperdonabile: vedi la parabola di Icaro secondo gli antichi greci. Quella di Bezos si può interpretare, al contrario, come la sintesi perfetta di un’America dominata dal capitalismo privato, dove i multimiliardari si atteggiano a progressisti, abbracciano cause di sinistra, appoggiano il partito democratico e si spacciano per campioni di ambientalismo.

Nel confronto tra i due sistemi è consigliabile evitare le forzature o le caricature. Visto con gli occhi del consumatore cinese, il «metodo Xi Jinping» può sembrare una garanzia contro lo strapotere dei monopoli digitali, e contro l’eccessiva concentrazione della ricchezza in poche mani.

Nella gara tra America e Cina, il verdetto è ancora aperto su chi riesca a controllare meglio l’abuso di posizioni dominanti da parte delle mega-imprese. Grazie a Jack Ma i giovani cinesi all’inizio del XXI secolo ebbero un idolo nazionale da emulare, invece di inseguire capitalisti americani come Bill Gates e Steve Jobs.

Inoltre la formula Ma, il successo imprenditoriale attraverso il percorso della start-up, è un percorso interessante per dare una risposta alle ansie della generazione dei Millennial cinesi, alle prese con una disoccupazione intellettuale in aumento. Al tempo stesso però il regime diffida dell’uso che questi capitalisti possono fare del loro potere.

Per molto tempo Ma Yun/Jack Ma è stato attento a non occuparsi di politica. Fino a un certo punto. Poi anche lui ha avuto le sue debolezze, incluso un delirio di onnipotenza che gli sta costando caro. La sua storia va osservata da vicino per capire i rapporti tra il potere politico – sempre dominante – e il potere economico nella Cina di oggi.

E dunque per decifrare la natura dell’economia cinese: in che misura si possa definire un’economia di mercato, e dove invece prevale il dirigismo pubblico, il capitalismo di Stato, l’economia «comandata» dal partito comunista. Sono questioni importanti per gli imprenditori cinesi – in certi casi è questione di vita o di morte – ma anche per tante imprese occidentali che operano in quel paese. All’inizio della sua ascesa il partito assecondava il culto della personalità di Jack Ma.

Il segretario comunista di Hangzhou, Wang Guoping, lo coprì di elogi a metà degli anni Duemila, con queste parole: «Una grande azienda di classe mondiale ha bisogno di un’anima, di un capo, di un imprenditore che abbia anche lui una statura mondiale. Jack Ma, io credo, soddisfa il requisito». Negli anni successivi, con il suo gigantismo Alibaba commette gli stessi abusi di posizione dominante di Amazon in Occidente: utilizza il proprio soverchiante potere contrattuale per imporre le sue condizioni ai fornitori, spuntando sconti feroci e imponendo dei rapporto esclusivi.

Il modello Alibaba-Ant-Alipay è ancora più onnicomprensivo di Amazon, cattura il cliente in una relazione che tende a diventare totale, molti consumatori restano sempre all’interno di quell’universo che offre ogni servizio. In una visione che molti cinesi oggi sembrano condividere, l’altolà a Jack Ma è sacrosanto. La Cina riesce dove l’America finora ha quasi sempre fallito: nel piegare alla volontà del governo i big dell’economia digitale.

L’esperimento cinese va osservato senza paraocchi, visto da Pechino infatti è la conferma che là prevale l’interesse collettivo mentre in Occidente il potere politico di Big Tech è soverchiante e spesso incontrollato. A partire dal veto contro la sua quotazione in Borsa nell’autunno 2020, l’offensiva di Xi Jinping prende di mira Ant-Alipay.

Costringe Ant a trasformarsi in una banca, come tale soggetta a tutti gli effetti alle stesse regole, controlli, vigilanza e requisiti di capitalizzazione. Gli argomenti usati dalla banca centrale per conto di Xi sono convincenti. Alipay, il sistema digitale di pagamento, ha un miliardo di utenti.

Al culmine del suo successo, in un solo anno ha gestito transazioni equivalenti a un totale di 17.000 miliardi di dollari. Inoltre ha erogato prestiti a mezzo miliardo di cinesi, a cui ha anche venduto polizze assicurative e fondi comuni d’investimento.

Formidabile macchina da guerra, partendo dalla semplice operazione del pagamento digitale, ha costruito una tale capacità di raccogliere e gestire informazioni sugli utenti, da diversificarsi con enorme successo nel microcredito e nella gestione del risparmio. 690 milioni di cinesi parcheggiano la loro liquidità nel fondo d’investimento monetario di Ant, che amministra 260 miliardi di dollari. Ant ha costruito un vasto «ecosistema» che cattura una quota consistente della popolazione cinese erogando prestiti, e amministrando i risparmi. Il suo fondo monetario è aperto a versamenti a partire da dieci centesimi di euro.

Una delle accuse del governo suona familiare: questo sistema spinge i cinesi a consumare al di sopra delle loro risorse, e a indebitarsi. Insomma è un cavallo di Troia per una americanizzazione delle abitudini di spesa. Inoltre il governo accusa Alibaba-Alipay di abuso di posizione dominante, per il modo in cui controlla i dati degli utenti, e li cattura in un rapporto esclusivo con i suoi servizi.

Un esempio: le app di commercio online di Alibaba non accettano pagamenti con la moneta digitale delle piattaforme concorrenti come Tencent. (I concorrenti fanno la stessa cosa). È un sistema che in Cina viene chiamato «giardino murato», dove il consumatore non può scavalcare il muro di cinta.

Ant è diventata una mega-banca ma senza soggiacere alle stesse regole prudenziali delle altre aziende di credito. Pechino esige che sia trasferita dalle mani private di Alibaba-Ant-Alipay a quelle di un ente statale sotto il controllo della banca centrale. Altre 34 aziende del settore digitale, tra cui Tencent, vengono messe sotto pressione perché si adeguino alla lezione di Alibaba. Il carisma del fondatore non è del tutto scomparso. Però i tempi sono cambiati davvero, per lui e per altri miliardari del settore Big Tech.

Il governo e la banca centrale di Pechino ora hanno ottenuto che lui si faccia anche formalmente da parte, cedendo la guida dell’azienda a quadri del partito comunista. Jack Ma continuerà a vivere una vita agiata, più tranquillo a Tokyo che nel proprio paese. Il quesito più generale che riguarda il futuro dell’economia cinese è chiaro: i suoi successori “organici” alla nomenclatura di partito sapranno esprimere lo stesso dinamismo, la stessa creatività?



Soddisfazione nel vedere i Repubblicani distruggersi l’un l’altro.

 Paul Krugman per www.lastampa.it (Dagospia)

 

Kevin McCarthyKEVIN MCCARTHY

Lo ammetto: nell’assistere all’autodistruzione della destra americana sto provando, come molti liberali, un po’ di “MAGAfreude”, una sottile cinica soddisfazione nel vedere i Repubblicani distruggersi l’un l’altro.

 

Del resto, non abbiamo mai assistito a uno spettacolo paragonabile al caos che abbiamo visto questa settimana alla Camera dei rappresentanti. È trascorso un secolo da quando uno speaker non veniva scelto alla prima votazione, e l’ultima volta che ciò è accaduto c’era in ballo una controversia su qualcosa di davvero sostanziale: i repubblicani progressisti (ebbene sì, esistevano già allora) pretesero, e alla fine ottennero, alcune riforme procedurali che speravano che avrebbero favorito la loro agenda.

 

paul krugman 3PAUL KRUGMAN 3

Questa volta, non c’è stata nessuna controversia politica sostanziale: Kevin McCarthy e i suoi antagonisti sono d’accordo su alcune questioni politiche di rilievo come svolgere indagini sul laptop di Hunter Biden e privare l’Agenzia delle Entrate delle risorse necessarie a dare la caccia ai benestanti che evadono le tasse. Le votazioni sono proseguite ben dopo che Kevin McCarthy ha cercato di accontentare i suoi avversari rinunciando alla sua dignità.

 

Tuttavia, se questa scena è stata incredibile – e, sì, anche appassionante – né io né come credo molti altri liberali stanno provando quel genere di esultanza che proverebbero i repubblicani qualora i ruoli dei partiti fossero invertiti. Da un lato, i liberali vogliono che il governo degli Stati Uniti sia in grado di lavorare, il che tra altre cose significa che ci serve una Camera dei rappresentanti convenientemente costituita, anche se gestita da individui che non ci piacciono. Dall’altro, non penso che nella sinistra statunitense (così come è) ci siano molti politici che si definiscono in funzione di quello che molti politici di destra usano per definirsi: i loro risentimenti.

 

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Sì, intendo proprio “risentimenti” e non “rivendicazioni”. Le rivendicazioni riguardano cose che riteniamo di meritarci e che potrebbero essere minori qualora ottenessimo almeno in parte ciò che vogliamo. Il risentimento, invece, è quello che si prova quando si è guardati dall’alto in basso, sensazione che può essere attenuata soltanto danneggiando le persone che, in parte, si invidiano.

 

Si consideri l’espressione (e il sentimento che a essa si accompagna) molto comune a destra: “owning the libs” (tenere in pugno – e provocare – i liberali). Contestualizzato, il termine “owning” non significa far piazza pulita delle politiche progressiste, per esempio respingendo l’Affordable Care Act. Significa, piuttosto, umiliare i liberali a livello personale, facendoli apparire deboli e sciocchi.

 

Non pretenderò che i liberali siano immuni da questi sentimenti. Come ho detto, la MAGAfreude è qualcosa di reale e ne provo un po’ io stesso. I liberali, però, non sono mai sembrati neanche lontanamente interessati a umiliare i conservatori come i conservatori stanno umiliando i liberali. In gran parte, sembra proprio che alla Camera alcuni repubblicani, che si aspettavano di tenere in pugno e provocare i liberali dopo una vittoria rossa a valanga – abbiano inscenato la loro delusione tenendo in pugno, invece, Kevin McCarthy.

 

C’è qualcuno che dubita del fatto che il risentimento da parte di coloro che non si sentono rispettati è stato fondamentale per l’ascesa di Donald Trump? Ci sono ancora sapientoni che credono che ciò sia dipeso prevalentemente dalle “preoccupazioni per l’economia”?

KEVIN MCCARTHYKEVIN MCCARTHY

 

Non sto dicendo che il calo dei posti di lavoro nell’industria manifatturiera nell’entroterra degli Stati Uniti sia una leggenda: il calo c’è stato, sul serio, e ha danneggiato milioni di americani. Tuttavia, il flop delle guerre commerciali combattute da Trump per assicurare una ripresa del settore non sembra avergli inimicato la sua base elettorale. Come mai?

 

La probabile risposta è che l’antiglobalismo di Trump, la sua promessa di rendere di nuovo grande l’America (Make America Great Again), ha a che vedere meno con gli equilibri commerciali e la creazione di posti di lavoro e più con la sensazione che gli spocchiosi stranieri ci considerassero fessi. “Il mondo sta ridendo di noi” era un’espressione ricorrente nei discorsi di Trump, e di sicuro i suoi sostenitori hanno immaginato che lo stesso fosse vero delle élite globaliste del Paese.

 

DONALD TRUMP KEVIN MCCARTHYDONALD TRUMP KEVIN MCCARTHY

Ho una mia teoria: parte di ciò che lo ha reso caro alla sua base è la stessa ridicolaggine di fondo di Trump, la sua palese mancanza di facoltà intellettive e di maturità emotiva per essere presidente. Volete che i liberali pensino che siete molto intelligenti? Beh, ve lo dimostreremo eleggendo qualcuno che voi considerate un pagliaccio!

 

La cosa assurda è che il movimento MAGA ha avuto successo ben oltre i più arditi sogni dei minacciosi globalisti (se mai esistono) e ha reso l’America il contrario di “grande”. Proprio in questo momento, il mondo sta ridendo davvero di noi, sebbene ne sia anche terrorizzato. L’America è ancora oggi una nazione fondamentale, su molteplici fronti. Quando la potenza economica e militare più grande del mondo apparentemente non riesce nemmeno a dotarsi di un governo funzionante e operativo, i rischi sono globali.

KEVIN MCCARTHYKEVIN MCCARTHY

 

Quel che intendo dire è: quanto è probabile che – anche nominando lo Speaker della Camera – le persone che abbiamo seguito nei giorni scorsi trovino un accordo per aumentare il tetto del debito, quantunque non farlo comporterebbe un’enorme crisi finanziaria? Per di più, anche prima di arrivare a questo punto, potrebbero esserci altri rischi che richiedono un intervento d’emergenza del Congresso.

 

Naturalmente, il mondo ride ancora di più dei repubblicani, sia dei refusenik dell’ultradestra sia degli arrivisti senza spina dorsale come McCarthy che hanno contribuito a dare potere agli scalmanati. Che vantaggio avrà mai quell’uomo, se dovesse perdere la sua stessa anima e, anche così, non riuscire a ottenere abbastanza voti per diventare Speaker della Camera?

 

DONALD TRUMP KEVIN MCCARTHYDONALD TRUMP KEVIN MCCARTHY

Non sono sicuro di quello che ci riserverà il futuro, come non lo è chiunque altro. Una cosa è sicura, comunque: già adesso l’America è molto meno grande di quanto lo era quando la Camera era presieduta da Nancy Pelosi. E la sua grandezza si sta riducendo di giorno in giorno.