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Comunque la pensiamo, la pensiate, leggete il discorso del senatore Renzi


 

Il discorso integrale di Renzi pubblicato da www.linkiesta.it

Signor Presidente, onorevoli colleghi, non stiamo discutendo di una singola inchiesta della magistratura, alla quale rinnoviamo un rispetto non formale, ma sostanziale in quest'Assemblea. Non stiamo neanche parlando, a mio avviso, semplicemente del finanziamento ai partiti e meno che mai stiamo discutendo in quest'Assemblea di una polemica mediatica. A mio avviso questo dibattito, del quale ringrazio la Presidenza del Senato e i Capigruppo, affronta la grande questione della democrazia liberale oggi e parte dal principio della separazione dei poteri tra il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario.

In tempi di Facebook parlare di Montesquieu non va di moda, ma è un dovere particolarmente vero farlo quando alcuni tra i più autorevoli leader politici del mondo utilizzano, dalle colonne del «Financial Times», la visibilità della democrazia liberale per contestarne l'imminente fine. Insomma, non stiamo discutendo di una piccola questione bagatellare, ma stiamo riflettendo sulla questione se secoli di civiltà giuridica e politica abbiano ancora un senso o no.

Discutiamo qui oggi della separazione dei poteri. Tutti noi siamo potere legislativo, tutti, nessuno escluso. Chi tra di noi ha avuto l'altissimo onore di guidare pro tempore anche il potere esecutivo ha una responsabilità in più, che vorrei assolvere in quest'Aula innanzitutto prendendo spunto da precedenti discorsi parlamentari. Non è la prima volta in cui un ex presidente del Consiglio in un'Aula del Parlamento affronta questo tema; era accaduto nel 1977, quando il presidente Aldo Moro alla Camera dei Deputati utilizzò parole notevoli nei confronti di altre forze politiche e di chi voleva processare nelle piazze il suo partito: «Non ci lasceremo processare nelle piazze». Andò così?

Andò così? Impariamo dalla storia: andò così?
Le parole di Aldo Moro le ripetiamo costantemente; ce le diciamo, ma in realtà quella vicenda - lo scandalo Lockheed - ha segnato la storia istituzionale del Paese, non già per il processo che venne fatto ad alcuni Ministri, ma per la conseguenza più alta: le dimissioni del presidente della Repubblica. Giovanni Leone fu infatti costretto a lasciare il Quirinale anzitempo non perché coinvolto - paradosso dei paradossi - egli, professore di procedura penale, ma in ragione di uno scandalo montato ad arte da una parte dei media e da una parte della politica, che trovo doveroso che venga ricordato qui.

Proprio qui, infatti, vi è chi ebbe il coraggio e l'onestà intellettuale, la senatrice Emma Bonino, vent'anni dopo, di scrivere una lettera di scuse, assieme al compianto onorevole Marco Pannella, proprio a Giovanni Leone in occasione dei suoi novant'anni. Onorevoli colleghi, per distruggere la reputazione di un uomo, di un esponente delle istituzioni, può bastare una copertina di qualche settimanale (che poi, i tempi cambiano ma i settimanali rimangono!); quello che serve per ricostruire quella reputazione sono anni e anni. Forse - lo dico con il rispetto che ella conosce - neanche la lettera della senatrice Bonino e dell'onorevole Pannella riuscì a recuperare fino in fondo il prestigio e l'onore che il presidente Leone aveva il dovere di vedersi riconosciuto.

Nel 1992, il presidente Bettino Craxi parlò a Montecitorio. So già che basta pronunciare questo nome - per le note vicende giudiziarie - per aprire subito un dibattito reso particolarmente attuale dal fatto che siamo nell'imminenza del ventennale della tragica scomparsa di Craxi. Non voglio, tuttavia, aprire adesso qui un dibattito su un argomento che non riguarda l'oggetto della nostra discussione, vale a dire la figura politica di Bettino Craxi.

Mi limito a dire che il 3 luglio del 1992, intervenendo per la fiducia al Governo guidato da Giuliano Amato, Bettino Craxi pronunciò un discorso anche in questo caso molto citato e poco letto, come spesso accade ai discorsi dei politici. Egli, infatti, chiamò in causa tutto l'arco costituzionale, compresi i partiti di recente formazione allora, quei partiti che esibivano il cappio, ma che erano stati già coinvolti in vicende di finanziamento illecito, e disse che larga parte del finanziamento ai partiti era - parole testuali di Craxi - illecito o irregolare. Un'assunzione di responsabilità per tutto il sistema costituzionale, non soltanto per qualcuno. Ebbene, di quel discorso di Craxi pochi ricordano l'incipit. Craxi disse: «Ho imparato ad avere orrore del vuoto politico».

Di questo discutiamo, signor Presidente, non del finanziamento illecito semplicemente; stiamo discutendo della debolezza della politica davanti a una oggettiva necessità: quella di porre il sistema in condizioni di essere un sistema efficace. Voglio essere molto chiaro: non mi sento minimamente paragonabile alla statura di due leader quali quelli che ho appena citato.

Condivido con loro soltanto l'altissimo onore rivestito, ma non ho alcun dubbio sul fatto che tra me e loro c'è una differenza profonda di levatura, indipendentemente dal giudizio che si possa avere sulle singole persone. Contemporaneamente, non vi è chi in quest'Aula non riconosca che anche nel merito delle contestazioni delle recenti vicende c'è una profonda diversità. Nello scandalo Lockheed si parlava di una tangente, vera o presunta, milionaria; nel 1992 si poneva in discussione il finanziamento di tutto il sistema dei partiti. È bene dire con forza qui che la vicenda dalla quale abbiamo preso spunto, e che certo non può essere esaustiva nella nostra discussione, è un'ipotesi di reato totalmente diversa.

Qui non si parla di dazioni di denaro nascoste o illecite, si parla di contributi regolarmente registrati, bonificati e, come tali, tracciabili, evidenti e trasparenti, per la presenza di un bilancio che viene reso pubblico. Le fondazioni non sono infatti tutte uguali. Mi rivolgo ai colleghi che lo sanno meglio di me: ci sono fondazioni che rendono pubblico il proprio bilancio e fondazioni che non lo fanno o perlomeno non lo facevano prima dell'entrata in vigore della nuova normativa. Questa fondazione di cui si parla aveva il bilancio totalmente pubblico e cosa è accaduto? È accaduta una cosa molto semplice e, se volete, molto complicata.

Questi contributi regolari dati alla fondazione sono stati improvvisamente trasformati in potenziali contributi irregolari non perché si è discusso della definizione del contributo medesimo, ma perché si è cambiata la definizione della fondazione. Si è in altri termini deciso che quella fondazione non era più una fondazione, ma un partito. Il punto di discussione, per il quale io ritengo che vi sia un'invasione di campo, è che la magistratura ha deciso autonomamente non già cosa è un finanziamento illecito. Questo è il suo lavoro; la magistratura deve capire, studiare e verificare cosa è illecito. Ha preteso invece di comprendere cosa è un partito e cosa non lo è.

Questo è il punto fondamentale che vorrei fosse chiaro al Parlamento perché ciascuno faccia le proprie valutazioni e non perché cambi qualcosa a noi. Noi non abbiamo alcun tipo di problema. Deve però essere chiaro che se al pubblico Ministero affidiamo non già la titolarità dell'azione penale, ma la titolarità dell'azione politica, decidendo cosa è partito e cosa non lo è, quest'Aula, insieme alla Camera e alla politica, fanno un passo indietro per pavidità, per paura, per mediocrità, e lascia l'azione giudiziaria responsabile di ciò che è politica e ciò che non lo è.

Onorevoli colleghi, è di questo che stiamo discutendo. Se su questo non è chiaro il punto, sappiate che non riguarda la vicenda specifica dei contributi trasparenti e regolari; no, riguarda quello che può avvenire a ciascuno di voi. Ciascuna cosa può infatti diventare finanziamento illecito alla politica, non soltanto una Srl, come provocatoriamente ha detto il senatore Saccone nell'intervento introduttivo. Anche, ma è qualsiasi atto che ha a che fare con la politica che diventa potenzialmente sanzionabile.

Penso che questo sia il punto di cui stiamo discutendo. Dopo di che, signor Presidente, la magistratura decide cosa è partito e cosa non lo è e, di conseguenza, manda circa 300 finanzieri la mattina, all'alba, a casa di cittadini non indagati, la cui fedina penale è intonsa, con strumenti tipici più di una retata che non di una richiesta. Per sapere infatti se il bonifico è stato fatto o meno c'è un meccanismo molto più semplice della perquisizione mattutina alle sei e mezzo di fronte ai figli sconvolti; c'è l'ordine di esibizione. Mi volete raccontare che questo tipo di intervento è fatto a tutela degli indagati? No. Abbiate il coraggio di dire che questo tipo di intervento è finalizzato a descrivere come criminale non già il comportamento dei singoli, ma qualsiasi tipo di finanziamento privato che venga fatto attraverso le forme regolari e lecite previste dalla legge sulla fondazione, dalla legge sui partiti e da tutto il resto. È questo il punto ed è su di esso che si discute. Le conseguenze quali sono?

Anzitutto se 300 finanzieri vanno nelle case di persone che hanno finanziato la politica o, perlomeno, che hanno finanziato una fondazione, e si arriva al presupposto che il processo sarà per capire se la Leopolda era un'iniziativa di partito o meglio un'articolazione di partito o, come dicevano gli organizzatori, un'iniziativa slegata alla singola vita di partito, se il processo penale si fa su che cosa sia la Leopolda, noi abbiamo evidentemente un dato di fatto: quei 300 finanzieri prendono dei telefonini, alcuni dei quali ancora non sono stati restituiti - ancora non restituiti - prendono dei dati e vanno a strascico, come si dice per quelle indagini nelle quali si parte da un reato cosiddetto presupposto, per poi andare a verificare se c'è dell'altro.

Chi si permette di dire che questo atteggiamento affronta la vita politica delle persone viene censurato dai togati del CSM. Vorrei sommessamente dire che, nella mia esperienza personale, ho avuto elementi di discussione con l'autorità giudiziaria, per la quale provo rispetto sostanziale, non solo formale. Ho avuto discussioni per le ferie dei magistrati: sono stato criticato per aver proposto la riduzione delle ferie dei magistrati; ho avuto discussioni con larga parte della magistratura per il referendum costituzionale (non solo con larga parte della magistratura), ma rispetto sia la posizione sul referendum che quella sulle ferie, perché sono due posizioni che, a mio giudizio, in un Paese democratico, sono totalmente libere e legittime.

Dico tuttavia ai membri togati del Consiglio superiore della magistratura, che censurano un senatore - quale esso sia - per l'espressione delle sue idee politiche, che non mi risulta che sia stato abrogato dall'articolo 68 della Costituzione, che, al comma primo, recita testualmente: «I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse».

Spero che il CSM - o meglio i componenti togati - non dimentichino che questo articolo della Costituzione non è stato cancellato da nessuno. Le altre conseguenze sono che, in un Paese nel quale la politica costa, una perquisizione a tappeto di tutte le persone che in passato hanno concorso alle iniziative politiche e culturali di una determinata fondazione reca un dato di fatto evidente: nessuno finanzierà più un centesimo di quella parte culturale o politica. Aggiungo io - mi sia consentito dire - che fanno anche bene. Infatti, se un cittadino perbene finanzia la politica (perché io rivendico l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e penso di essere ormai minoranza in quest'Assemblea) ma, accanto all'abolizione del finanziamento pubblico, il finanziamento privato viene criminalizzato, è evidente che quel cittadino, quell'imprenditore non finanzierà più la cosa pubblica.

Guardate che quando Kamala Harris (nome sconosciuto ai più, ma uno dei più interessanti del panorama democratico americano degli ultimi dieci anni) è costretta a ritirarsi perché non ha più risorse si dimostra che è soltanto un ipocrita chi dice che non servono i soldi per fare la politica. Servono soldi regolari, legittimi, puliti, trasparenti. Ma servono. Secondo punto. In questa vicenda c'è un reato di cui nessuno vuole occuparsi, signor Presidente: è il reato ex articolo 326 del codice penale, vale a dire la violazione sistematica del segreto d'ufficio. Riguarda, in particolar modo, vicende personali del sottoscritto, per le quali non ho alcuna difficoltà a dire che noi utilizziamo il noto principio giuridico «male non fare, paura non avere». Quindi non è un problema personale, ma se nelle stesse ore della perquisizione, del tutto casualmente, la violazione del segreto d'ufficio porta a pubblicare, non con un giornalismo di inchiesta, ma con un giornalismo a richiesta, i dati sensibili, che soltanto Banca d'Italia o la procura o la Guardia di Finanza hanno, siamo consapevoli che le casualità e le coincidenze esistono, ma c'è un corto circuito tra gli strumenti della comunicazione e gli strumenti della battaglia giuridica?

Siamo consapevoli che la violazione del segreto d'ufficio, ex articolo 326, non può essere derubricata a reato minore? Si perquisiscono quelli non indagati e non si perquisisce il potenziale autore del reato, perché si dà per scontato, come ha detto qualcuno, che la privacy per un politico non esista. Guardate che questa affermazione è molto importante. Io credo che ci siano delle regole di trasparenza doverose ed è sacrosanto che noi presentiamo tutti i dati relativi alla nostra attività: è uno dei principi cardine della democrazia liberale.

Ciò che non è sacrosanto, perché corrisponde ai dettami dello Stato etico, è sostenere che tutto possa essere totalmente privo di qualsiasi limite. Io non ci sto nello Stato etico di chi vuole trasformare in un processo principi di opportunità politica. Si può dire che si è d'accordo o no, ma non si può trasformare in processo ciò che è elemento di opportunità politica perché, nel processo alle intenzioni, anche se vi credete assolti, siete comunque coinvolti, per utilizzare le espressioni del poeta. Non è soltanto Stato etico, ma diventa addirittura Stato etilico quello di chi dice che i figli del politico non possono avere diritto alla privacy, per cui si fanno le foto dentro le case, dentro le camerette e si sta tutti zitti per mediocrità, paura e pavidità. Non è uno Stato di diritto questo. Chi dice poi che la privacy vale soltanto per qualcuno e non per altri, abbia il coraggio di dire che siamo alla barbarie.

Signor Presidente, non parlo per me, non parlo per noi. Penso che avere rispetto per la magistratura in questo Paese significhi innanzitutto riconoscere che ci sono donne e uomini che hanno perso la vita per fare i giudici e i magistrati: a loro, a tutti loro, va il sentimento di riconoscenza più grande che la massima espressione della volontà popolare, il Parlamento, deve avere. Noi ci inchiniamo davanti a queste storie e davanti al lavoro straordinariamente perbene di migliaia e migliaia di magistrati e di giudici. A chi però oggi volesse immaginare che questo inchino diventa una debolezza del potere legislativo davanti al potere giudiziario, si abbia la forza e il coraggio di dire che dovrà contestarci per le nostre idee, per ciò che abbiamo fatto quando governavamo da soli, per ciò che stiamo facendo governando ora: contestateci per il jobs act e per la battaglia sulle tasse.

Ma a chi volesse contestarci o, peggio ancora, eliminarci per via giudiziaria, sappia che dalla nostra parte abbiamo il coraggio e la voglia di dire che il diritto e la giustizia sono cosa diversa dal peloso giustizialismo e dalla connessione con certi strumenti di comunicazione e di stampa. Italia Viva riconosce il profondo rispetto per la magistratura. Italia Viva crede che il potere legislativo di questo Paese debba essere difeso innanzitutto da se stesso.

Poteva, essere il giorno decisivo



Assessing the case made by Democrats in the articles of impeachment

Alberto Pasolini Zanelli

Doveva, o almeno poteva, essere il giorno decisivo per la politica americana. Ed è stato puntuale, ma non decisivo. È andato da un lato tutto come era previsto, ma la previsione più frequente era quella che nulla sarebbe stato realmente deciso. Entrambe le parti escono da una battaglia quasi senza precedenti per la sua asprezza e faziosità da ambo le parti con il verdetto parziale e previsto: Trump sarà processato alla fine dell’impeachment su due capi di accusa, gravi e importanti ma che lasciano spazio e soprattutto tempo per controffensive basate su dettagli. La Camera, come era previsto dal momento che è a maggioranza democratica, presenta al “tribunale” due capi d’accusa sui sette possibili, ma sono i più importanti. L’attuale inquilino della Casa Bianca dovrà rispondere di due reati: menzogna e violazione della Costituzione. Le due accuse più gravi ma anche più difficili da provare fino in fondo, soprattutto di fronte a una “giuria” di parte opposta a quella che ha emesso la “sentenza” di ieri: un Senato a maggioranza repubblicana e compatto attorno al presidente in una misura senza precedenti, in armonia con alcuni dei ministri. La maggioranza è dall’altra parte, richiede e conferma la colpevolezza dell’imputato, ma su quei due reati, che sono i principali ma aprono la strada a un’opposizione già decisa a usare i metodi dell’ostruzionismo. Per questo motivo, anche se l’esito globale di ieri era previsto, Trump ha scelto una reazione nel suo stile: aspra, intransigente, offensiva oltre che controffensiva. Ha parlato, come è sua abitudine, da pubblico ministero e non da imputato. Un commentatore ha definito la situazione, sul piano psicologico più che legale, di battaglia in cui la vera giuria potrà essere, anzi molto probabilmente sarà, il corpo elettorale e non le istituzioni.

Lo ha ammesso anche il principale esponente del Partito democratico, la presidente della Camera Nancy Pelosi, che in una allocuzione televisiva ha cercato di chiarire alcuni punti in sé chiari, ma soprattutto di portare avanti un contrattacco al contrattacco guidato da Trump e condotto dai repubblicani senza risparmio. A decidere dunque saranno gli elettori fra quasi un anno, il 2 novembre del 2020.

Per adesso parlano i sondaggi, sempre più fitti e sempre più inquietanti per le contraddizioni fra un test e l’altro. Ne sono stati emessi tre in poche ore, anzi mentre il dibattito alla Camera era ancora in corso, ma i due capi d’accusa erano già stati siglati. Indicazioni contraddittorie in diversi sensi: la presentazione dell’impeachment e le prime fasi del dibattito hanno fatto cambiare idea a ben pochi americani. Alla domanda se Donald Trump “merita di essere rieletto”, la risposta è negativa: 54 per cento dicono che non merita, 43 per cento pensa che dopotutto dovrebbe e potrebbe farcela. Ma a una domanda diversamente formulata, circa la credibilità e le dimensioni delle accuse che gli vengono rivolte, la risposta è anche questa volta un “no” capovolto. Una maggioranza pur ristretta dice che 52 futuri elettori trovano insufficienti i capi d’accusa, non necessariamente ritenendoli falsi, ma “riproporzionandoli”. Trump ha fatto degli sbagli, ma non così gravi da essere cacciato dalla Casa Bianca per quei soli motivi. Il terzo sondaggio non è ancora concluso ed è limitato a uno Stato, la Pennsylvania, che però è importante in quanto le sue maggioranze oscillano e possono dare indicazioni sugli umori generali del Paese. Trump potrà trarne un qualche vantaggio per una coincidenza importante: nello stesso giorno in cui lo hanno processato per gravi reati costituzionali, il Congresso ha approvato le sue ultime decisioni in campo economico. I repubblicani in Senato si sentono incoraggiati, i democratici meno. Nessuna delle due forze politiche ha trovato il tempo e la voglia, nelle ultime ore, di reagire alle iniziative che vengono da fuori, ma riguardano soprattutto gli Stati Uniti: il vertice convocato dal presidente francese e che vede riuniti attorno al presidente francese i colleghi britannico e tedesco, ma soprattutto il presidente russo Vladimir Putin. L’argomento è l’Ucraina, le cui vicende costituiscono da tempo il tema dominante nel dibattito politico di Washington.

I due articoli dell'Impeachment che accusano Trump

Image: House Speaker Nancy Pelosi holds a press conference with other ranking Democrats to unveil articles of impeachment against President Donald Trump at the Capitol on Dec. 10, 2019.
WASHINGTON — House Democrats on Tuesday unveiled articles of impeachment against President Donald Trump about two and a half months after Speaker Nancy Pelosi, D-Calif., first announced a formal impeachment inquiry into the president.
Judiciary Committee Chairman Jerry Nadler, D-N.Y., announced that his committee will consider two articles of impeachment — one for abuse of power and the other for obstruction of Congress — charging Trump "with committing high crimes and misdemeanors."
Nadler said the articles of impeachment were being filed in response to Trump allegedly soliciting foreign interference in the 2020 election, compromising national security, threatening the integrity of the upcoming election and concealing evidence from Congress and the American people. Trump, he said, violated his oath of office.
Trump, Nadler said, exercised "the powers of his public office to obtain an improper personal benefit" and engaged in "indiscriminate defiance of the impeachment inquiry."
Pelosi and Nadler were flanked by House Intelligence Committee Chairman Adam Schiff, House Financial Services Chairwoman Maxine Waters, House Ways & Means Committee Chairman Richard Neal and House Oversight Committee Chairwoman Carolyn Maloney.
The announcement comes a day after the Judiciary Committee held its second public impeachment hearing, in which lawyers for the Democrats and the Republicans took turns summarizing the cases they've built. NBC News reported Monday night that Democrats had settled on bringing two articles of impeachment against the president.
With Congress slated to leave Washington by the end of next week, Democrats are expected to move swiftly to hold a vote in the Judiciary Committee to adopt and recommend the articles to the House for a floor vote before the holiday break.
Democrats had been wrestling with whether to make the articles narrow, focusing only on the president’s alleged misconduct in Ukraine, or expanding them to include issues such as obstruction of justice, raised in former special counsel Robert Mueller's Russia report, or alleged violations of the emoluments clause of the Constitution.
Once the articles come to the floor, they are expected to be adopted by the Democratic-controlled House. Once that happens, the process moves to the Republican-held Senate, which is then expected to hold a trial on whether to remove Trump from office. So far, Senate Republicans have shown no sign they will break with the president on impeachment.
NBC News

"Per la prima volta nella mia vita sono incerto nel far volare la mia famiglia su un Boeing" dice un ex manager della compagnia



Former Boeing manager says he warned company of problems prior to 737 crashes
"For the first time in my life, I’m sorry to say that I’m hesitant about putting my family on a Boeing airplane," Ed Pierson wrote to a company executive before the first tragedy.
Ed Pierson.NBC News


NBC News

Dec. 9, 2019, 5:30 PM EST
By Cynthia McFadden, Anna Schecter, Kevin Monahan and Rich Schapiro


Speaking out for the first time, a former Boeing manager says he warned the company about problems at its main factory in Washington state in the months before two of its 737 Max airplanes crashed in separate incidents that claimed the lives of nearly 350 people.

The manager, Ed Pierson, spoke to NBC News in an exclusive television interview two days before he was set to appear before Congress to detail his efforts to sound the alarm over the conditions at the Boeing plant in Renton, Washington, where he said a push to increase production of the 737 Max planes created a "factory in chaos."


From the summer of 2018 to the spring of 2019, Pierson implored Boeing executives and then the FAA and NTSB to look into the conditions at the Renton plant, according to emails obtained by NBC News.

“Frankly right now all my internal warning bells are going off,” Pierson said in an email to Scott Campbell, the general manager of the 737 Max program, on June 9, 2018. "And for the first time in my life, I’m sorry to say that I’m hesitant about putting my family on a Boeing airplane."

For more on this story, tune in to NBC Nightly News with Lester Holt tonight at 6:30pm ET/5:30pm CT or check your local listings.

Pierson offered a recommendation huge in scope and consequences: shut down the production line for a limited amount of time. He said he believed the workers needed a more stable environment to finish building the planes already in progress.

The advice to shut down production went unheeded. Four months later, a 737 Max built at the Renton plant plunged into the sea near Indonesia. All 189 people aboard the Lion Air flight were killed in the October 2018 crash.

“I cried a lot,” Pierson told NBC News. “I’m mad at myself because I felt like I could have done more.”Wreckage recovered from Lion Air flight JT610 that crashed into the sea lies at Tanjung Priok port in Jakarta, Indonesia, Oct. 29, 2018.Willy Kurniawan / Reuters file

Pierson kept up his efforts to draw attention to the plant in the aftermath of the Lion Air crash. He wrote emails to Boeing CEO Dennis Muilenburg and spoke with the company’s general counsel. Dissatisfied by the responses, he wrote to the Boeing board of directors on February 19, 2019.

“I have no interest in scaring the public of wasting anyone’s time,” Pierson wrote. “I also don’t want to wake up one morning and hear about another tragedy and have personal regrets.”

Tragedy struck again 19 days later. On March 10, 2019, a 737 Max crashed in Ethiopia, killing all 157 people aboard the Ethiopian Airlines flight.

“This was a last resort,” Pierson said, referring to his decision to speak to the media. “I really had hoped that by providing information to the right people, and following the protocols and the chain of command every step of the way, I thought people would do their job.”

“I didn’t expect to get this far,” added Pierson, a Navy veteran who worked at Boeing for eight years. “But I don’t think I have any choice.”

No conclusive evidence has emerged linking the crashes to the problems Pierson said he observed at the Boeing plant in Washington. Boeing has acknowledged that the planes' anti-stall software system contributed to both crashes.

But Pierson's efforts to sound the alarm, which have not been previously disclosed in detail, add fresh questions to the inquiry into whether Boeing was reckless in its push to roll out the doomed 737 Max planes.

The planes have been grounded amid the ongoing investigations.

In a statement, Boeing defended its handling of Pierson's attempts to draw attention to the plant, saying his concerns "received scrutiny at the highest levels of the company."

"Although Mr. Pierson did not provide specific information or detail about any particular defect or quality issue, Boeing took his concerns about 737 production disruption seriously," Boeing said.

But Boeing stressed that it has no reason to believe issues at the factory played any role in the crashes.

"Importantly, the suggestion by Mr. Pierson of a link between his concerns and the recent MAX accidents is completely unfounded," it said. "Mr. Pierson raises issues about the production of the 737 MAX, yet none of the authorities investigating these accidents have found that production conditions in the 737 factory contributed in any way to these accidents."Family members of victims of the Ethiopian Airlines crash sit with photos of their loved ones during testimony from Boeing CEO Dennis Muilenburg in Washington on Oct. 29, 2019.Win McNamee / Getty Images file

A former Navy squad commander, Pierson joined the team producing the 737 Max planes in April 2015. By then, Boeing was already under the gun.

The aircraft maker’s chief competitor, Airbus, had gotten a head start on its new class of planes designed to use less fuel and cost less to operate.

Pierson said he first noticed signs of trouble in the plant in late 2017. Boeing was pushing to increase the production of 737 airplanes at Renton from 47 to 52.

More planes mean more parts, and some of Boeing’s suppliers began struggling to meet the demand, Pierson said.

The delay in parts caused a slowdown in production that had to be made up. But the Renton plant didn’t have the manpower, Pierson said.

As a result, overtime hours piled up. Pierson said workers were putting in consecutive 50- to 60-hour work weeks without taking days off.

“I know people that worked more than five weeks in a row,” Pierson said, adding that he heard reports of some employees going eight weeks without a day off.

The supply chain delays, coupled with the tremendous time pressures, led to increasing amounts of what’s known as out-of-sequence work, Pierson said. Airplanes are marvels of design and engineering. Every part serves a specific purpose and every plane is supposed to be assembled according to a specific plan.

But at the Boeing plant in Renton, Pierson said, some of the steps were being performed at places and times different than the initial plans. He grew increasingly concerned that a corner might be cut or a crucial step overlooked.

"For the airplane, you want to build it a certain way," said Pierson. "I don't know of any work that's more detailed."

He likened out-of-sequence work to building a house and deciding after the floors were put down to rip them up to finish electrical and plumbing work.

Pierson said the problems were compounded by other management decisions that he said prioritized speed over safety.
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Egregio Oscar,

grazie per i sempre interessanti articoli.



Nei miei 25 anni trascorsi in Nigeria tra inizi '70 e fine '90 i Boeing erano la scelta preferita della Nigerian airways.



Dopo che erano stati usati per decenni dalle maggiori linee aree, venivano messi sul mercato del terzo mondo, esauriti i quali si presentava ultima la Nigeria che con quattro soldi li acquistava, sedili rotti, aria condizionata malfunzionante, maschere ossigeno inesistenti, carrelli che a volte non si aprivano del tutto con atterraggi da brivido.



I Boeing che si schiantavano spesso in remoti aereoporti del paese, non facevano notizia ed in Europa non se ne parlava.



La Nigeria e' enorme e purtroppo eravamo costretti a volare da un cantiere all'altro. Segno della croce e via.



Ho volato in Ethiopia ed Eritrea e mi sembrava un deja' vu della Nigerian airways.



Il problema non e' degli aerei, ma della qualifica e addestramento, con periodici aggiornamenti, dei piloti, della regolare manutenzione che in certi paesi e con certe linee aeree manca assolutamente.



Nel caso dei Max c'e' tuttora una inchiesta in corso che non ha per ora trovato nulla di significante e non ci sono state dichiarazioni tecniche o di piloti che dicessero il contrario.



Ma dalle migliaia di dipendenti, salta fuori un manager che non vuol far volare la moglie.......



Cari saluti

Giancarlo Belluso




Indovinare dove sia oggi un pezzo di carta.....


Alberto Pasolini Zanelli

Una delle curiosità del momento è tirare a indovinare dove sia oggi un pezzo di carta (vera o elettronica) che contiene o sintetizza una proposta che il presidente russo Vladimir Putin ha indirizzato al collega americano Trump. Ci si chiede se si trovi in questo momento su un tavolo oppure dentro un cassetto. Saperlo equivarrebbe ad avere una prima risposta simbolica. Il messaggio è stato certamente già letto da più di un consigliere dell’uomo della Casa Bianca, che non risulta abbia finora risposto. Non è un documento polemico bensì, al contrario, una non troppo modesta proposta: prorogare la validità del documento che suggeriva la scadenza di uno degli storici accordi miranti a bloccare o almeno molto rallentare lo sviluppo dell’arma nucleare. Lo firmarono, due presidenti molto diversi dai loro successori odierni: per l’America Ronald Reagan, per quella che allora si chiamava ancora Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov. Era uno stop che il mondo aveva desiderato, implorato, aspettato senza troppo crederci che metteva fine alla corsa al nucleare. Non proprio un divieto senza limiti ma uno scambio di impegni: le atomiche già presenti con abbondanza nei “depositi” delle superpotenze che dovevano praticamente smettere di moltiplicare, soprattutto il modello allora presente che si distingueva da quelli già passati di moda, ma dovevano rallentare e ostacolare la produzione di missili e testate ancora più potenti e a più largo raggio. Era la conseguenza, la conclusione di un dialogo considerato impensabile dai predecessori e aperto molto probabilmente da un paio di idee elaborare alla Casa Bianca, messe sul tavolo in occasione dello storico summit di Reykjavik e messo subito in funzione. Per anni, senza che se ne parlasse troppo, russi e americani avevano esercitato entrambi un nuovo “diritto”: mettere il naso nei segreti nucleari di quello che stava forse per diventare un partner. Era l’impegno a “smontare” a poco a poco gli ordigni nucleari esistenti e tenere un occhio ciascuno sui nuovi modelli che erano frutto dei perfezionamenti scientifici. Anche con uno scambio di gesti di alto valore simbolico. Un esperto americano si era appostato all’uscita di una fabbrica di missili russi, per controllare se non fossero “fuori” come cilindrata. E naturalmente c’era anche il controllore russo, insediato quello subito fuori dai cancelli di una fabbrica insediata e attiva proprio nel luogo da cui era nata la prima bomba atomica della storia. Una rapida occhiata se ci fosse qualcosa di nuovo e altrimenti un ok veloce e quasi amichevole. Qualcuno pensava, almeno nella prima fase dell’esperimento, che l’idea fosse venuta quasi contemporaneamente a Gorbaciov e a Reagan, con le debite precauzioni.

Un pezzo di carta in un cassetto, ma un impegno meno locale e molto più intimo. Il giorno del funerale di Reagan, la bara e il suo contenuto erano stati oggetto degli onori dovuti. Quando la cerimonia si concluse, la folla si diradò attorno al feretro. Rimasero in due: la vedova e il concorrente di armi e di pace. Posarono entrambi le mani sulla cassa, poi si guardarono: Nancy Reagan aveva le lacrime agli occhi, ma le aveva anche Mikhail Gorbaciov. Lo scambio di occhiate degli anni successivi non era soltanto di controllo ma anche un gesto di fiducia, un indice di durata. Anche quando si parlavano meno di denuclearizzazione e si offrivano altri gesti. L’ultima visita a Mosca di Reagan presidente coincise con il rientro del primo contingente di soldati e armi russe dall’Afghanistan.

Che oggi difficilmente si ripeterebbe, anche perché a Kabul e dintorni sono stanziati soldati americani. Gorbaciov è da tempo lontano da ogni forma di potere, il suo successore non potrebbe essere più diverso. Reagan di successori ne ha avuti più d’uno, non tutti definibili eredi. Ciò non esclude che Trump e Putin trovino tutti d’accordo, ma sono molto diversi dai predecessori. Si occupano di versioni nuove di armi nucleari e di nuovi “clienti”, soprattutto l’americano impegnato in una campagna elettorale condotta digrignando i denti. Quel messaggio, allora, è più probabile che sia in fondo ad un cassetto che non su un tavolo.

NATO senza bussola: occorre una profonda revisione


L’Europa e la Nato – Lo strappo Merkel-Macron nell’Alleanza senza bussola
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 8 dicembre 2019
Le celebrazioni del settantesimo anniversario della NATO si sono concluse con uno strano happening: i capi di stato, protagonisti del solenne vertice di Londra, hanno fatto fra di loro scintille e si sono persino presi in giro ma, alla fine, questa anziana alleanza è apparsa ancora necessaria anche perché, nonostante le difficoltà, si dimostra insostituibile.
Tutto questo anche se, negli ultimi anni, le tensioni fra Stati Uniti ed Europa si sono moltiplicate. Trump non ha perso occasione per accusare gli alleati europei di spendere poco ed in modo inefficiente per la difesa. A queste affermazioni ha risposto un mese fa Macron con un’intervista  all’Economist, nella quale prendeva una posizione del tutto sorprendente, definendo la NATO una struttura sostanzialmente obsoleta e con il cervello piatto.
Affermazione che ha provocato una piccata reazione negativa anche da parte della Cancelliera tedesca, scesa a lancia in resta in difesa dell’alleanza Atlantica. Il che rovescia radicalmente i rapporti fra Trump e i leader europei. La Signora Merkel era stata infatti trattata con aperta ostilità da parte del Presidente americano, proprio perché la Germania, secondo Trump, si era trasformata in un temibile concorrente degli Stati Uniti approfittando anche del suo scarso impegno nelle spese militari.
Al contrario, l’amicizia con Macron si era manifestata in modo così visibile da produrre non pochi imbarazzi in molti osservatori politici francesi che, sia in occasione dell’incontro del 2017 in Francia che in quello del 2018 negli Stati Uniti, ritenevano eccessivi i baci e gli abbracci scambiati fra i due capi di Stato delle diverse sponde dell’Atlantico. Non si può quindi non sottolineare quale sia la distanza fra queste manifestazioni di amicizia e la frase con cui Trump ha posto termine al dialogo con Macron affermando che le parole del presidente francese erano state “una delle maggiori non risposte mai sentite”.
Certamente l’emergere di una vistosa differenza nelle prese di posizione di Francia e Germania nei confronti della NATO  è, sotto molti aspetti, un indubbio successo della strategia di Trump che, sia nel campo economico che in quello politico, tende a mettere in contrasto fra di loro gli alleati, rendendo con questo ancora più forte l’assoluta leadership americana.
Tutto questo non impedisce la necessità di affrontare, e possibilmente risolvere, le divergenze politiche che si manifestano in un alleanza militare che, per definizione, deve invece trovare al suo interno una strategia unitaria.
Per la Francia di Macron il nemico di lungo periodo non è la Russia ma la crescente minaccia del terrorismo che viene da Sud e che tanto sta mettendo a rischio le strutture politiche ed economiche della quasi totalità dei paesi africani francofoni. Questo mutamento di prospettive crea una profonda irritazione non solo nel governo americano ma anche nei paesi baltici e nella Polonia, che vedono nella Russia l’unico pericolo per la propria sicurezza.
Le tensioni all’interno della NATO non si limitano tuttavia a questa differenza di visione ma toccano un altro delicato problema emerso vistosamente a Londra, cioè il comportamento della Turchia che, dopo gli Stati Uniti, possiede l’esercito più numeroso di tutta l’alleanza Atlantica. Erdogan sta infatti mettendo in atto una politica sempre più autonoma e divergente da quella degli alleati. Resta infatti assai dubbio il comportamento di un paese della NATO che acquista nello stesso tempo gli aerei da combattimento dagli Stati Uniti e i missili più sofisticati dalla Russia. Non solo: il presidente turco Erdogan, nel vertice di Londra, ha chiesto di inserire nella lista delle associazioni terroristiche la Milizia Curda Siriana (nota con la sigla YPG) che era stato il punto di riferimento europeo nella lotta contro la dittatura siriana. Il che ha provocato naturalmente una dura reazione non solo da parte della Francia ma di tanti altri paesi europei.
Se la NATO rimane un presidio insostituibile, questi semplici esempi dimostrano come le sue strategie e i suoi obiettivi abbiano bisogno di una profonda revisione, che richiede non solo tempi lunghi ma uno spirito di collaborazione che, anche se ancora forte nell’ambito militare, si è invece molto affievolito sotto l’aspetto politico.
Non vedo tuttavia, almeno per ora, prospettive concrete per questa necessaria revisione. L’Europa continuerà a cercare uno spazio di autonomia per difendere meglio i suoi interessi specifici ma le sue divisioni interne renderanno molto difficile mettere sulla carta quali siano gli interessi specifici comuni, mentre i governi europei continueranno ad avere grandi difficoltà nell’aumentare le spese necessarie per difenderli.
Non dimentichiamo infatti che la Francia e la grande Gran Bretagna hanno dovuto chiedere l’aiuto americano perché non avevano abbastanza munizioni e strumenti logistici nemmeno per portare a termine i primi bombardamenti della sciagurata guerra di Libia.
Dell’aggiornamento della NATO si dovrà quindi continuare a discutere molto a lungo, anche se mi auguro che i necessari approfondimenti comincino presto e che l’Unione Europea si assuma le sue responsabilità.

Dall'Italia, che amo, me ne sono andato.



Paolo Schianchi 

Dall'Italia, che amo, me ne sono andato. Per davvero. Non è stato facile, e non lo sarà mai. Non riuscivo più a reggere certe nefandezze, l'immancabile cialtroneria, la prepotenza, l'assenza di pudore, l'ingiustificata invidia annidata nell'illusione di conoscere le vite altrui, la mancanza di professionalità in luoghi in cui il danno è incalcolabile, la pretesa esclusiva di diritti in chi si dimentica dei doveri, la dilagante indifferenza rispetto al merito e al duro lavoro, le disgustose condotte dal sapore mafioso, l'assenza di rispetto verso il prossimo in troppi campi, la presunzione usata maldestramente contro chi ha studiato una vita intera, vedere alcuni tra i migliori talenti che io abbia mai avuto il piacere di incontrare nei più diversi campi insopportabilmente tenuti in panchina per lasciare il gioco alla mediocrità.


Questa è una brevissima e piccolissima partecipazione a un talent show, che ho scoperto essere campione di ascolti, nel mio Paese. Sono enormemente grato all'autore che mi ha invitato, così come a tutti coloro che mi vogliono bene e me ne hanno sempre voluto, a chi ha creduto in me, nel mio lavoro e nella mia musica.
Domani, mi spiace, non tornerò in trasmissione, anche se tutto sommato ne sono molto felice. Sento infatti di dover investire i miei sforzi in altro.
Per quanto mi concerne ho deciso che in Italia, almeno finché sarà possibile, tornerò solo se ci sarà rispetto per il mio lavoro, se ci saranno reali opportunità di tenere concerti, e per aiutare i ragazzi che sognano di fare musica nella vita. Ragazzi che spesso non trovano altro che persone intellettualmente disoneste, o incompetenti, incapaci o semplicemente stupide.
Nel tempo ho capito che troppo spesso il mondo dello spettacolo, dietro le quinte, è un autentico letamaio, fatto di incredibile pochezza umana e falsità, oltre immaginazione.

E invece io credo che un mondo migliore sia possibile, che sia fondamentale poter sognare, celebrare la vita, che ognuno di noi possa fare, in prima persona, la differenza ogni singolo giorno.
Per questo intendo dedicare una parte importante delle mie energie ai ragazzi che ancora sognano, perché come loro amo perdutamente la musica, che riempie di colori la nostra esistenza, perché credo che sia un modo meraviglioso di perseguire la felicità a cui tutti dovremmo aver diritto, perché non posso proprio sopportare di vedere ragazzi già in preda alla depressione, perché vorrei che non ci dimenticassimo mai del tutto del nostro incredibile patrimonio, e perché amo ciò di cui il mio Paese, di rara bellezza, è stato capace nella sua incredibile storia.
Vorrei che i ragazzi trovassero nuova linfa nel bellissimo percorso che ci porta alla conoscenza, che capissero che finire nel picco di ascolti di un talent show non fa la differenza. Davvero. Può al massimo dare un tipo di fama che quasi sempre dura, per usare le parole di un collega, quanto un gatto in autostrada.
Non la fa soprattutto per il Paese, dove l'arte, come recitava un compianto Presidente del Paese in cui da ora vivo, non è e non deve mai essere una semplice distrazione, ma è invece la cosa più vicina allo scopo e all'essenza di un'intera nazione, ed è infatti la cartina tornasole del grado di civiltà raggiunto da un intero popolo. Non è un caso se la mia maglietta riportava un riferimento al nostro inestimabile Rinascimento italiano.

In tv ho detto, nel mio piccolo, che non dovremmo dimenticarlo, il nostro Rinascimento, in questa spirale che ci ha portato da Cristoforo Colombo a Schettino, da Galileo Galilei all'uomo qualunque che, nell'era dell'oclocrazia, si crede eroico depositario di verità, che non ha nemmeno un'idea decente di cosa significhi la parola scienza, ma che ha spesso ben più seguito e ascolto di un Premio Nobel.
Proprio il gigantesco Leonardo, nei suoi meravigliosi scritti, osservava come tutti siamo in cerca di fama, potere, denaro, che tanto presto o tardi perderemo, e come quasi nessuno nel frattempo si preoccupi di farsi virtuoso, cioè di conoscere, laddove la conoscenza si tramanda in un affascinante percorso che si chiama progresso e che ci ha portato all'enorme privilegio di poter vivere sulle spalle dei giganti, alla grande musica che abbiamo visto affacciarsi nel tempo, o persino a poter camminare sulla luna.
Io, nel mio piccolissimo, cerco musica e la possibilità di farla, di tramandarla, perché culla il nostro cuore e lo cura dalla sofferenza, perché ti fa sentire vivo e felice di stare al mondo anche solo per poterla gustare e cercare di onorarla nell'ascolto. Se sappiamo trovarla dentro di noi, può persino salvarci la vita.

L'unico rimpianto, relativamente alla tv, è di non poter tornare, questa volta in diretta, per poter dire davanti a milioni di ragazzi in ascolto: studiate!
Studiate, vi prego, fate grande il nostro Paese, appassionatevi, e fate in modo, forti della vostra virtù, di poter contare prima di tutto su voi stessi, su quello che saprete e saprete fare, per essere almeno un po' immuni dalle delusioni che la vita e la viltà umana ci riservano, per vincere le nostre paure, per invertire questa spirale, e per avere l'inestimabile piacere di poter costruire con coraggio il futuro che sognate o che, quantomeno, dovreste poter sognare.
Senza conoscenza, parola di Leonardo, siamo solo dei tubi digerenti che non lasciano altro che sterco al mondo. Ecco, io direi che meritiamo tutti di essere qualcosa di più di un tubo digerente, e di cercare caparbiamente la bellezza che si nasconde nella nostra esistenza.
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Triste ma vero, purtroppo. 

Mi sento tradito di tutte le aspettative che sognavo da un Paese così bello e ricco di storia e di potenziale. Oggi ridotto a oggetto di scherno, nonostante qualche solitario sprazzo di genio. 

Che tristezza !
Riccardo Bellucci
Annapolis
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Caro Oscar,
Seppure ormai in tarda età, ci accomuniamo al poeta/cantautore Paolo Schianchi per la sua accorata esternazione pregna di contenuti agro-dolci.
Anche tu ci hai lasciato da più di due decenni per vivere in una realtà ove ancora chi sbaglia paga e chi ha talento emerge, ove la burocrazia non soffoca e la giustizia non è ad orologeria. Non è un caso se parte del meglio di noi e (in particolare) della gioventù emigra per trovare futuro in paesi ove trova ciò che qui non possiamo più dare.
Come sai e vedi da spettatore, noi viviamo il peggio della ns. storia: il Parlamento è un'arena d'insulti, di menzogne, di mistificazioni. I milanesi dicevano al tempo dell'unione al Regno d'Italia: si stava meglio quando si stava peggio (ricordando i tempi della dominazione austriaca). Anche per noi vale questo detto: dalla I° Repubblica siamo affondati nelle seconda o terza in un degrado iperbolico. Ci salveranno le Sardine? La Spagna doveva essere salvata da Podemos, la Grecia da Syriza, l'Italia da Grillo coi 5 Stelle: fiammata iniziale e tonfo successivo. Il problema è che a livello politico non esiste più cultura, educazione, compostezza e Montecitorio è diventata l'arena del malcostume e del turpiloquio. 
Se la musica può ricondurre i giovani a creare un mondo migliore, ben venga. Ma i concerti che vediamo qui, tra Vasco Rossi, Ramazzotti e company non sembra che creino un  mondo migliore: musica (si fa per dire) tutta eguale, testi arrabecciati, decibel ai limiti superiori del sopportabile, delirio di massa (come allo stadio, anche se senza violenza). Mah! Il futuro è loro e delle Sardine, per una fiammata che li porterà ad un 10% come partito, per poi scomparire come l'Uomo Qualunque di lontana memoria.
Un abbraccio
Aldo