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La scomparsa di Kofi Annan


Alberto Pasolini Zanelli

La scomparsa di Kofi Annan è accaduta, forse, nel “momento giusto”, cioè mentre i problemi della pace internazionale si stanno trasformando, in una versione moderna quanto difficile, da una abilità nel mettere in riga le parole puntando sempre su compromessi che ribadiscano da un lato i principii e dall’altro li “impastino” con gli interessi, spesso complessi delle grandi potenze e le opportunità di ricoprire i bisogni, spesso frustrati, dei Paesi piccoli che dovrebbero essere i protagonisti. Kofi Annan ci ha lasciato in un momento in cui il volto del mondo si stava velocemente modificando e i diplomatici “di professione” si trovano di fronte a Nazioni Unite più disunite che mai. Nell’indispensabile rispetto delle forme ma in una crescente necessità di dichiarare i fini senza confonderli come in molti casi sarebbe opportuno.

I sette anni di Kofi Annan si possono così riassumere in una serie di contrasti con il Paese che non solo è il più potente nei saloni delle Nazioni Unite ma anche più tormentato dalla necessità di salvare il linguaggio dell’Onu e anche del premio Nobel, salvando quando è proprio necessario la opportuna lucidità e nel frattempo adeguando sempre più il proprio vocabolario ai rapporti di forza. Non sempre, o meglio non più sempre. La storia dell’Onu in particolare assomiglia in complesso sempre di più alla vera Storia, compito necessario quanto difficile al cospetto di rapporti internazionali e necessità interne che assomigliano forse perfino di più alla opportunità e necessità formali contemporanee all’abitudine storica di trovare formule a due volti: i più “flessibili” fra coloro che dovrebbero essere i leader mondiali e la necessità di mantenere in piedi anche oggi una struttura che è finora sopravvissuta. Ostacolata dal fatto che l’obiettivo di mantenere un linguaggio simile a quello delle trattative il più possibile bilaterali perché concrete in un momento in cui le alleanze si incrinano, anche quelle fra le nazioni fondatrici con il loro codice di accettazione e rapporti di forza.

Uno degli obiettivi immediati è quello esposto dal successore di Kofi Annan, il portoghese Antonio Gutterres, in una formula fra le più nobili: “Una forza di guida per il Bene con uno spazio sempre per il dialogo”. Qualcuno ha scoperto un benevolo e anche arguto gioco di parole per registrare il suo “dovere” di aggiustare più volte le relazioni con gli Stati Uniti tuttora dominanti anche con formule che in modi diversi avevano identificato il Segretario dell’Onu con un “Segretario generale accidentale”. Uno dei predecessori di Kofi Annan, il diplomatico egiziano Boutros Ghali, costruì ottimi rapporti con la presidenza Clinton ma incoraggiò l’America a decisioni avventurose. Kofi Annan, pur incitato alle scelte più “aperte”, era riuscito a risolvere pacificamente ma francamente qualche problema, ma non il drammatico confronto nei Balcani, in particolare il massacro di Srebrenica: “Dobbiamo continuare così nella risposta agli orrori sempre più crudeli dell’ultimo quadriennio e io non so se abbiamo fatto abbastanza”. Più convinto il defunto Segretario ha seguito senza riuscire a frenarle le decisioni delle “grandi potenze” che portarono alla defenestrazione e all’assassinio di Gheddafi sette anni fa. Quando fu insignito del Nobel per la pace, Annan ne definì i doveri e gli ostacoli di una “organizzazione che sta diventando qualcosa di più di quanto permettano i suoi membri, in una misura che non può diventare un segretariato delle singole potenze”. L’esempio più chiaro di tale contrasto tuttora in corso è la seconda guerra irachena, giustificata con la presenza di “armi di distruzione di massa” mai esistite con la complicità nella scelta di ritirare per motivi umanitari l’appoggio di Paesi come il Cile e il Messico e con la lettera inviata da Tony Blair e il suo ministro degli Esteri con la raccomandazione di non attaccare la “città santa” di Falluja. Consiglio non accolto ma non per questo inutile in fasi successive di altre guerre più o meno irregolari e misure economiche ai presunti responsabili con conseguenze di povertà e di fame. Così Kofi Annan trovò il coraggio di definirle. È nell’interesse di tutti che il suo successore abbia cominciato bene.

Storia di un successo a Washington DC



 


Il passa parola cittadino dice che si deve andare al ristorante "La Tomate Bistrot" perché è il 31º anniversario della fondazione ed anche perché mi dicono il livello di questo locale è stato ribaltato in meglio grazie ad un nuovo chef.

L'imbarazzo e' scegliere tra i tipici piatti della cucina italiana lievemente rivisitati per il consumatore americano senza perdere le caratteristiche originali.

Cerchiamo di sopravvivere tra panzerotti, arancini, piadine, porchetta, pizzette, cuoppo.

Le sardine insieme a moscardini e gamberi sfornate su comanda sono eccezionali.

Ma al di là del cibo eccellente il vostro redattore è interessato a scambiare qualche parola con lo chef Domenico Apollaro.

"Lei prima di venire qui a Washington che esperienze ha fatto?"

"Io sono calabrese, nato in un paesino vicino a Cosenza. A 16 anni ho deciso di andarmene in giro per il mondo. Ho fatto molteplici esperienze in Francia, Inghilterra, Svizzera ed ovviamente in Italia. Ho aperto locali un po' dappertutto e poi mi sono fatto prendere dalla illusione patetica di potere applicare queste esperienze nella mia terra di origine."

"Non mi dica anche lei che si sente tradito…"

"Certo che glielo dico: a Sibari ho aperto tre locali uno dei quali ricavato dai ruderi medievali di una torre. In sei mesi con il primo locale sono riuscito a guadagnare 500.000 €. Quando sono andato in banca mi hanno detto che al massimo avrebbero potuto accordarmi una linea di credito di 10.000 €. Il direttore della agenzia, dopo che li avevo mandati a quel paese, è venuto a mangiare nel mio ristorante e mi ha detto papale papale che lui doveva dare un fido di 450.000 € a un tipo raccomandato da uno che non poteva essere ignorato…"

"Mi sta dicendo che la 'ndrangheta condizionava le banche locali…"

"Senta questa: un giorno un giovane che veniva spesso a mangiare da me mi avvicina da parte e mi dice che lo zio Franco vuole vedermi…"

"E lei che ha risposto?"

"Ho detto che lo zio Franco (che non conoscevo) poteva venire a mangiare nel mio locale. Lui però ha insistito e ha detto che dovevo salire sulla sua auto perché lo zio Franco mi stava aspettando. Controvoglia mi sono adeguato abbiamo percorso alcune decine di kilometri e siamo finiti in cima ad una collina. Sotto un albero circondato da una trentina di uomini di mezza età c'era lo zio Franco, davvero molto gentile, che mi ha detto di comprare olio e altre materie prime da alcuni amici. Gli ho risposto che io avrei continuato a comprare l'olio e il resto dai miei fornitori abituali perché oltretutto potevo risparmiare rispetto ai prezzi che lo zio Franco mi stava indicando."

"Non si è reso conto che si stava mettendo nei guai…? "

"Certo che l'ho capito ed infatti ho deciso di vendere baracca e burattini, rimettendoci un sacco di soldi e me ne sono andato a Massa Marittima a restaurare un locale che sta andando in malora…"

"Ma qui a Washington come c'è arrivato?"

"Sei anni fa anche l'Italia mi andava stretta con tutti i problemi amministrativi che appesantiscono la libera imprenditoria. Una sera che stavo zigzagando Internet mi sono imbattuto in un tale che cercava un consulente per risollevare un locale molto centrale sulla Connecticut. Ho risposto, sono venuto in America senza alcuna garanzia, mi hanno fatto un test molto approfondito per tre mesi ed eccomi qua: adesso sono comproprietario di questo ristorante."

"Ed ha trovato il tempo anche di mettere su famiglia."

"Già: ho provato a fare l'italiano piacione con una ragazza americana che si chiama Tony e che ha deciso che mi avrebbe sposato entro qualche mese… Ecco questa è mia figlia Silvia."
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Grazie mille, la prossima volta a DC ci andrò 
Buona domenica
Fucsia 
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Bella storia!!!

Antonello Allemandi

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Bravo, Oscar!
David B.
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che pena il Sud , ancora ancorato a vecchi modi del potere illegale , i bullies del Sud!
Erminia
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Storia davvero interessante. Domani proverò a contattarlo. Avrei piacere a conoscerlo, a maggior ragione essendo un mio corregionale. 


Grazie molte per questi articoli sempre molto interessanti. Domenico B.
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Caro Oscar,

Purtroppo il nostro paese è' in mano a queste persone che possono - con la maggior parte della popolazione intimorita dalle prepotenze ed in assenza dello stato- disporre di milioni di voti per portare al potere politici che saranno loro lacchè'.

Siamo in democrazia ma sapere ciò' che accade realmente nel paese non fa muovere assolutamente nulla nel clima economico sociale.

Grazie comunque

Gianni Riolfo

Susy se n'è andata in punta di piedi


Se ne è andata in punta di piedi, così come in punta di piedi aveva caratterizzato la sua vita di musicista, cantante, attrice.
Il fratello Riccardo Bellucci che vive ad Annapolis ci ha detto che parenti ed amici hanno organizzato a Firenze un memoriale ed è rimasto sorpreso per il numero dei grandi artisti che sono intervenuti portando la loro testimonianza di affetto per la dolce Susy con la quale molti di loro avevano avuto l'opportunità di collaborare alla registrazione di qualche disco. Stefano Bollani, ripetutamente chiamato per concerti in tutto il mondo, ha voluto trovare uno spazio per ricordare l'amica Susy.

Di seguito riportiamo alcuni pezzi della biografia della cantante fiorentina Susy Bellucci.




Nel 1998 realizza il CD LE FIGURINE DI GALLO CRISTALLO, un album dedicato all’infanzia, cui partecipa un folto gruppo di valenti musicisti della scena musicale italiana. Con la produzione artistica di Giulio Clementi, e la partecipazione di strumentisti del calibro di Flavio Cucchi, chitarra classica, Stefano Bollani, pianoforte jazz, Luca Di Volo e Claudia Bombardella, sassofoni e basso tuba, Arturo Stalteri, pianoforte, Luigi Fiumicelli, pedal steel guitar, e Giovanni Unterberger, chitarra fingerpicking, per citarne solo alcuni, l’album intende essere una proposta per la produzione e la diffusione della musica d’autore per l’infanzia in Italia. Con questo CD, accolto con sincero entusiasmo da bambini, genitori, insegnanti (che in molte scuole già lo hanno adottato per corsi di educazione musicale e di educazione all’immagine), oltre che da un unanime consenso della critica, Susy Bellucci ha dato inizio a alla collana GRANDI ESECUTORI PER PICCOLI ASCOLTATORI. A “Le Figurine di Gallo Cristallo” hanno inoltre partecipato numerosi, valenti illustratori, che hanno dato vita a un bellissimo e utilissimo libretto in dotazione all’album, comprendente i testi e le illustrazioni di ogni singolo brano.




Nell’autunno del 2000 esce l’album DORMI DO, piccole musiche per la notte, una particolare selezione di ninnenanne, che include brani come Stella stellina, e Ninnananna fiorentina, di origine popolare, altri composti da Susy stessa, come Dormi Do e Dorme tutto quanto, o Ninnananna un gran cappello e Ninna cara ninna stella, due preziose melodie di Virgilio Savona, leader dello storico Quartetto Cetra, cui il disco è dedicato, per finire con due delicatissimi brani del grande compositore statunitense Charles Ives ispirati ai ricordi d’infanzia, There is a lane e Memories. Anche a questo album, in linea con il precedente, partecipano numerosi valenti musicisti, come Flavio Cucchi, Luca Di Volo, Giovanni Unterberger, sotto la sapiente guida di Giulio Clementi, ancora una volta presente in veste di produttore artistico e arrangiatore.
Da questi due CD è stato tratto lo spettacolo “Le Figurine di Gallo Cristallo in concerto”, rappresentato con grande successo di pubblico e di critica in prestigiosi teatri e festival.
Dell’album “Le figurine di Gallo Cristallo”, adesso diffuso in tutte le scuole fiorentine e in gran parte delle toscane, i giornali parlano come di un disco-evento.

Nel dicembre 2002 esce il CD DONNE DI TOSCANA, un album che intende sia contribuire alla rinascita della produzione della musica popolare toscana, sia riscoprire un bel campionario di personaggi femminili dell’antica tradizione toscana, di grandissimo interesse per l’originalità dei testi, per la bellezza delle melodie e per le diverse vocalità. Anche questo lavoro, curato da Giulio Clementi, con la partecipazione della chitarra solista di Flavio Cucchi, e con il contributo di musicisti come David Bellugi, Raffaello Pareti, la Banda Improvvisa di Loro Ciuffenna diretta da Orio Odori, e tanti altri, oltre alla partecipazione straordinaria di un attore del calibro di Giovanni Nannini, si pone nell’ottica di arricchire musicalmente dei brani che, per la loro origine popolare, vengono per lo più eseguiti con poca e semplice strumentazione. In questo senso è stata azzardata un’operazione spesso applicata alle melodie di altre tradizioni, vedi le canzoni napoletane, ma ben poco alle non meno belle melodie toscane. In poco più di un mese di vita questo album ha già ottenuto lusinghiere recensioni da parte di alcuni giornali, una lunga intervista su Nova Radio, e un’ora di trasmissione ad esso interamente dedicata sul Notturno Italiano della RAI, ascoltato via satellite in tutto il mondo, con entusiastici commenti da parte del conduttore Massimo Forleo. Il CD DONNE DI TOSCANA è stato co-prodotto dalla Mediateca Regionale Toscana.
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Caro Oscar

Ti ringrazio e’ un bel regalo che mi hai fatto e te ne sono grato.

Susy se lo merita e sono certo che anche lei ti ringrazia da lassu’ !  

Un abbraccio

Riccardo


Le scelte cancellate nel Paese che fa e disfa


Tav, Tap, Ilva, Gronda di Genova: il compito della politica è costruire il futuro o distruggere il passato?

di Sabino Cassese


L’Italia del fare e disfare. Dell’Alta Velocità tra Torino e Lione (Tav) si discute dal 1994 e i lavori preparatori sono iniziati nel 2011; ora è stata avviata una analisi costi benefici per una sua «revisione integrale». Del Gasdotto transadriatico (Tap) si discute dal 2003 e l’opera è iniziata nel 2016; ora il governo esprime dubbi e vuol riaprire la valutazione d’impatto ambientale. Le inchieste sull’impianto Ilva di Taranto sono del 2012, del 2015 il commissariamento, del giugno 2017 l’aggiudicazione alla ArcelorMittal; ora si scoprono «criticità» e si prende in considerazione un annullamento dell’aggiudicazione. Le competenze sul turismo erano state affidate al Ministero dei beni culturali nel 2013. Ora sono state trasferite al Ministero delle politiche agricole e forestali.
L’Italia era nota come Paese incapace di decidere: della Gronda di Genova si discute dal 1984; se si fosse fatta, forse non vi sarebbe stato il crollo del viadotto del Polcevera. Ora cerchiamo di conquistare un altro primato: quello di Paese che ritorna sulle sue decisioni, che va avanti e indietro. Questo «va e vieni» di decisioni pone molti interrogativi. In primo luogo, compito della politica è costruire il futuro o distruggere il passato? Quando si vogliono cambiare indirizzi politici, dove ci si deve fermare nella «pars destruens»? Si può riscrivere la storia italiana, o si deve assicurare una certa continuità di orientamenti, specialmente nelle grandi scelte strategiche?
Una seconda domanda riguarda l’origine di questa furia demolitrice. È solo frutto del governare per strappi, delle troppe voci, delle forti oscillazioni, dell’assenza di un centro del governo, anche dell’inesperienza, oppure è uno schermo per riempire un vuoto programmatico, come le troppe promesse elettorali che non è possibile mantenere? Occorrerebbe rendersi conto che ogni governo governa per la maggior parte con leggi e istituzioni dei governi precedenti. Una stima fatta poco tempo fa da una importante istituzione americana ha calcolato che, negli otto anni di durata massima del suo mandato, un presidente americano non può modificare più del 9 per cento delle politiche pubbliche. Per questo si parla di continuità dello Stato, pur nella modificazione dei governi.
I governi, poi, sono vincolati da accordi internazionali, che debbono rispettare e che non possono modificare unilateralmente. Essi sono anche interessati a stipulare altri accordi, che comportano l’assunzione di ulteriori vincoli. Un esempio recente è quello dei nostri rapporti con la Cina: se vogliamo che il Tesoro cinese compri titoli del debito pubblico italiano, dobbiamo tener conto che il governo cinese è interessato a progetti infrastrutturali lungo le rotte commerciali globali cinesi, che toccano alcuni porti italiani. Dunque, dovremo accettare di costruire importanti opere pubbliche portuali.
Molte opere godono di finanziamenti sovranazionali (per lo più europei) o sono state vagliate da organismi europei. Se ci tirassimo indietro sulla Tav, che potremmo dire alle istituzioni europee che hanno contribuito al suo finanziamento (e alla Francia, che ha fatto la sua parte)? La gara per l’aggiudicazione dell’Ilva era fondata su atti vagliati dall’Antitrust europea: possiamo ora avanzare dubbi sul rispetto delle regole di concorrenza?
Infine, opere e investimenti sono spesso frutto di interventi di imprese straniere, interventi che sono ben graditi perché portano risorse al nostro Paese. Ma se le autorità italiane rimettono continuamente in discussione le decisioni prese, quale affidamento viene dato agli investitori e imprenditori stranieri? Quanto efficace sarà il nostro tentativo di attirare altri investimenti in un Paese che si rivela così poco affidabile?
Ci sono limiti, dunque, a quella che Alberto Asor Rosa ha chiamato — criticandola — la «cancellazione di tutta la storia italiana precedente». Di questo dovrebbe tener conto il presidente del Consiglio dei ministri, che ha dichiarato ieri di voler «dare un segnale di svolta» per «tutte le nostre infrastrutture» (la maggior parte delle quali, sono, però, in gestione pubblica diretta, dello Stato, di Comuni e delle ex Province, e richiedono, quindi, di rifare innanzitutto i conti in casa propria).

Incavolato nero perche' gli hanno tolto la parata militare...

President Donald Trump cancels planned military parade over cost
La lista delle persone centrate dai Twitter di Donald Trump si è allungata con l'inclusione del sindaco di Washington DC, Muriel E. Bowser.

La signora in questione ha avuto l'ardire di presentare al bizzarro presidente degli Stati Uniti una previsione di spesa di 21 milioni di dollari per la realizzazione della parata militare, idea questa che frulla nella mente di Donald Trump da quando a Parigi ha assistito a quella francese organizzata da Macron.

Alla previsone fatta dalla prima cittadina della capitale federale devono essere aggiunte le spese vive per la parata militare stessa che, secondo fonti anonime del ministero della difesa, ammonterebbero a oltre 90 milioni di dollari.

I generali presenti nel gabinetto di Donald Trump hanno remato contro questa strana idea del primo cittadino della Casa Bianca che, comunque, non si è dato per vinto stabilendo che la parata, se non si tiene nel prossimo novembre a Washington, si farà sicuramente nel 2019.

A giustificare lo scarso entusiasmo dimostrato dalla sindaca di Washington vi è la considerazione che l'amministrazione comunale di questa città ha ricevuto solo l'8 agosto la richiesta di preventivare le spese relative alla manifestazione da parte della Casa Bianca.

Suggestionato dai bagni di folla dei suoi fanatici sostenitori in occasione dei comizi che va tenendo negli Stati a lui favorevoli, Donald Trump era ed è un convinto che le elezioni di mezzo termine che si terranno negli Stati Uniti il 6 novembre vedranno un successo dei candidati repubblicani sostenuti da questo presidente, spesso in antagonismo con la struttura del partito.

Lo scontro tra l'inquilino della Casa Bianca e la sindaca di Washington la cui amministrazione della capitale federale è definita in un ennesimo Twitter "povera",  è comunque la conferma di una strategia precisa da parte di Donald Trump.

Il quale deve creare quotidianamente un avversario sul quale riversare i propri Twitter offensivi allo scopo di garantirsi ogni giorno una larga porzione di quelle prime pagine sui media accusati peraltro di essere un nemico pubblico.

Oscar

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Caro Oscar,

come sai anche tu, Albert Einstein nel suo libro del 1930 "The World as I See It" dichiarò che le parate militari o il suono di una fanfara di reggimento lo infastidivano e le deprecava per quello che rappresentano, l'istinto bellicoso e i prodromi di guerra.

Non c'è dubbio che i leader di oggi, come quelli di ieri, amino far mostra della loro potenza, della forza dei loro armamenti e del perfetto addestramento dei soldati. Lo fanno tutti i maggiori capi, Putin sulla Piazza Rossa di Mosca, i cinesi in Piazza Tienanmen a Pechino, il giovane capo nord-coreano Kim Jong-un a Pyongyang, etc. etc.

Quindi non fa eccezione anche lo statunitense Donald Trump. In Europa lo fanno Macron a Parigi e Mattarella a Roma.

Lo sfoggio delle "Frecce Tricolori" che sorvolano il Campidoglio costano care, ma la regola è far guardare la folla verso il cielo, a bocca aperta.

Poi i ponti stradali crollano, ma questa è un'altra storia ... anzi no, è la stessa musica, con i medesimi direttori d'orchestra !

Dario Seglie, Italy

"Non siamo un nemico pubblico". La maggioranza dei giornali contro Trump


The Boston Globe logo as seen through the windows across from the new location of the Boston Globe at 53 State Street, Boston, at one Exchange Place in the Exchange Building on August 15, 2018. (Photo by Joseph PREZIOSO / AFP)        (Photo credit should read JOSEPH PREZIOSO/AFP/Getty Images)
NEW YORK (AP) — The nation’s newsrooms are pushing back against President Donald Trump with a coordinated series of newspaper editorials condemning his attacks on “fake news” and suggestion that journalists are the enemy.

The Boston Globe invited newspapers across the country to stand up for the press with editorials on Thursday, and several began appearing online a day earlier. Nearly 350 news organizations have pledged to participate, according to Marjorie Pritchard, op-ed editor at the Globe.

In St. Louis, the Post-Dispatch called journalists “the truest of patriots .” The Chicago Sun-Times said it believed most Americans know that Trump is talking nonsense. The Fayetteville, N.C. Observer said it hoped Trump would stop, “but we’re not holding our breath .”

“Rather, we hope all the president’s supporters will recognize what he’s doing — manipulating reality to get what he wants,” the North Carolina newspaper said.

Some newspapers used history lessons to state their case. The Elizabethtown Advocate in Elizabethtown, Penn., for instance, compared free press in the United States to such rights promised but not delivered in the former Soviet Union.

The New York Times added a pitch.

“If you haven’t already, please subscribe to your local papers,” said the Times , whose opinion section also summarized other editorials across the country. “Praise them when you think they’ve done a good job and criticize them when you think they could do better. We’re all in this together.”

That last sentiment made some journalists skittish. The Wall Street Journal, which said it was not participating, noted in a column by James Freeman that the Globe’s effort ran counter to the independence that editorial boards claim to seek. Freeman wrote that Trump has the right to free speech as much as his media adversaries.

“While we agree that labeling journalists the ‘enemy of the American people’ and journalism ‘fake news’ is not only damaging to our industry but destructive to our democracy, a coordinated response from independent —dare we say ‘mainstream’— news organizations feeds a narrative that we’re somehow aligned against this Republican president,” the Baltimore Sun wrote.

Still, the Sun supported the effort and also noted the deaths of five Capital Gazette staff members at the hands of a gunman in nearby Annapolis, Maryland.

The Radio Television Digital News Association, which represents more than 1,200 broadcasters and web sites, is also asking its members to point out that journalists are friends and neighbors doing important work holding government accountable.

“I want to make sure that it is positive,” said Dan Shelley, the group’s executive director. “We’re shooting ourselves in the foot if we make this about attacking the president or attacking his supporters.”

It remains unclear how much sway the effort will have. Newspaper editorial boards overwhelmingly opposed Trump’s election in 2016. Polls show Republicans have grown more negative toward the news media in recent years: Pew Research Center said 85 percent of Republicans and Republican-leaning independents said in June 2017 that the news media has a negative effect on the country, up from 68 percent in 2010.

Still, newsrooms are trying to convince them otherwise.

“We are not the enemy,” declared the Mercury News in San Jose, California.

___ Associated Press correspondents Hannah Fingerhut, Skip Foreman, Amanda Kell, Herb McCann and Juliet Williams contributed to this report.
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Newspapers and media outlets across the U.S. launched a widespread effort Thursday aimed at combating the constant attacks from President Donald Trump as well as negative feelings about the media's role in society.
More than 300 newspapers around the nation joined together to each publish editorials that explained the role of journalists and amplified the positive role journalism plays in society. Trump tweeted Thursday morning that "THE FAKE NEWS MEDIA IS THE OPPOSITION PARTY." (NBC)
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A central pillar of President Trump’s politics is a sustained assault on the free press. Journalists are not classified as fellow Americans, but rather “the enemy of the people.” This relentless assault on the free press has dangerous consequences. We asked editorial boards from around the country – liberal and conservative, large and small – to join us today to address this fundamental threat in their own words. 
Replacing a free media with a state-run media has always been a first order of business for any corrupt regime taking over a country. Today in the United States we have a president who has created a mantra that members of the media who do not blatantly support the policies of the current US administration are the “enemy of the people.” This is one of the many lies that have been thrown out by this president, much like an old-time charlatan threw out “magic” dust or water on a hopeful crowd.Boston Globe image

For more than two centuries, this foundational American principle has protected journalists at home and served as a model for free nations abroad. Today it is under serious threat. And it sends an alarming signal to despots from Ankara to Moscow, Beijing to Baghdad, that journalists can be treated as a domestic enemy. The press is necessary to a free society because it does not implicitly trust leaders — from the local planning board to the White House. And it’s not a coincidence that this president — whose financial affairs are murky and whose suspicious pattern of behavior triggered his own Justice Department to appoint an independent counsel to investigate him — has tried so hard to intimidate journalists who provide independent scrutiny.
There was once broad, bipartisan, intergenerational agreement in the United States that the press played this important role. Yet that view is no longer shared by many Americans. “The news media is the enemy of the American people,” is a sentiment endorsed by 48 percent of Republicans surveyed this month by Ipsos polling firm. That poll is not an outlier. One published this week found 51 percent of Republicans considered the press “the enemy of the people rather than an important part of democracy.”
Trump’s attack feedback loop helps explain why his faithful are following him into undemocratic territory. More than a quarter of Americans now say that “the president should have the authority to close news outlets engaged in bad behavior,” including 43 percent of Republicans. Thirteen percent of those surveyed thought that “President Trump should close down mainstream news outlets, like CNN, The Washington Post and The New York Times.”
Trump can’t outlaw the press from doing its job here, of course. But the model of inciting his supporters in this regard is how 21st-century authoritarians like Vladimir Putin and Recep Tayyip Erdogan operate; you don’t need formal censorship to strangle a supply of information. 
Trump’s apologists feebly insist that he is referring only to biased coverage, rather than the entire fourth estate. But the president’s own words and long track record show again and again just how deeply cynical and dishonest this argument is.
The nation’s Founding Fathers took for granted that the press would be biased and yet they still explicitly enshrined the freedom of journalists and publishers in the Constitution. “Our liberty depends on the freedom of the press, and that cannot be limited without being lost,” wrote Thomas Jefferson.
American politicians of all parties since the Founders have groused about the media, trying to work the refs by arguing that the news is biased against their tribe. But there was always respect for the press as an institution. It was not that long ago that Ronald Reagan proclaimed, “Our tradition of a free press as a vital part of our democracy is as important as ever.”
“The press was to serve the governed, not the governors,” Supreme Court Justice Hugo Black wrote in 1971. Would that it were still the case. Today, the only media that Trump’s movement accepts as legitimate are those that unquestioningly advocate for its leader personally.
Indeed, it is not just that the president is stoking domestic division for political and personal gain, he’s asking his audiences to follow him into Fantasia. “Just stick with us, don’t believe the crap you see from these people, the fake news,” he told an audience in Kansas last month. “Just remember, what you’re seeing and what you’re reading is not what’s happening.” George Orwell put it more gracefully in his novel “1984.” “The party told you to reject the evidence of your eyes and ears. It was their final, most essential command.”
It is an essential endpoint to Trump’s deluge of dishonesty that he now contests objective reality and urges his supporters to do the same. In the first 558 days of his presidency, Trump made 4,229 false or misleading claims, according to a list compiled by The Washington Post. Yet among Trump supporters, only 17 percent think that the administration regularly makes false claims. “Alternative facts” have become de facto.
Lies are antithetical to an informed citizenry, responsible for self-governance. The greatness of America is dependent on the role of a free press to speak the truth to the powerful. To label the press “the enemy of the people” is as un-American as it is dangerous to the civic compact we have shared for more than two centuries.




Dog Day e Dog Woman

President Trump & Omarosa Manigault (© Carlos Barria/Reuters; Drew Angerer/Getty Images)Si chiama Omarosa Manigault Newman, 44 anni, pluri laureata, molteplici esperienze televisive compresa la trasmissione di Donald Trump "The Apprentice".
Da qualche giorno rimbalza su radio e televisioni per presentare il suo libro "Unhinged " contro la Casa Bianca per la quale ha lavorato circa un anno prima di essere licenziata o, come lei sostiene, prima di aver dato le dimissioni.
Donald Trump appena è emersa questa figura battagliera di donna ha immediatamente impugnato il suo Twitter definendola oltretutto "dog" ovvero: un cane.
Sono insorte le organizzazioni African American e quelle di difesa della donna.
Ed è tutto un arzigogolare mediatico sul linguaggio da taverna tenuto dall'uomo più potente del mondo e sull'uso da parte di Donald del termine "nigger", considerato qui in America una delle offese più gravi nei confronti della componente nera della popolazione americana.
Al punto che Sarah Sanders, portavoce della Casa Bianca, rispondendo a una domanda di una giornalista accreditata non ha potuto negare che Donald Trump abbia usato varie volte questa espressione, a conferma della sua ottica razzista.
La signora Omarosa deve essere dotata di una personalità ingombrante e, a detta dei suoi ex colleghi nella Casa Bianca, è giudicata un tipo con un ego straripante.
Le sue precedenti esperienze di lavoro con il vicepresidente democratico Al Gore sono state definite pessime.
Poi è riuscita a farsi assumere da Donald Trump, inviando messaggi e lettere firmate come "Hon. Omarosa Manigault".
Annusando l'odore del denaro, prima di essere espulsa dalla Casa Bianca ha pensato bene di registrare i suoi incontri con il vertice amministrativo a cominciare dal chief of staff, il generale Kelly.
Un comportamento non consentito ai membri della amministrazione che sono tenuti ad un rigido riserbo sulla loro attività.
Ma la signora Omarosa, allevata alla scuola di Donald Trump, ha pensato bene di mettere a frutto questa sua esperienza negativa, sputtanando il suo presidente a 360°.
E lui ha risposto a palle incatenate dando incarico ai suoi avvocati di perseguire l'ex collaboratrice nera, definita gentilmente "dog", che combacia perfettamente con il dog day, ovvero Ferragosto.

Oscar