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Composition Of Praise

Italia sempre più isolata: le Europee saranno una scelta sul nostro futuro


Nuovi equilibri Ue: l’Italia è isolata in Europa e la Spagna le ruba il ruolo
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 17 febbraio 2019
Nella cronaca del viaggio del Presidente Conte al Parlamento di Strasburgo è stato, con giustificato disappunto, messo in rilievo l’attacco rivolto contro di lui dal parlamentare liberale ed ex Primo Ministro belga Guy Verhofstadt.
Un disappunto che ha sottolineato non soltanto l’asprezza del linguaggio quanto, e soprattutto, il fatto che le parole di Verhofstadt fossero rivolte contro la legittimità stessa di un leader di un altro paese. Fino a qualche tempo fa gli attacchi personali avevano infatti come ring la politica interna, anche se, in un passato molto recente, si sono avute ripetute incursioni dei governanti italiani contro il Presidente francese, incursioni che si sono spinte fino ad incontrare, e quindi legittimare, i leader politici che avevano capeggiato vere e proprie rivolte contro il Presidente Macron.
Anche se personalmente aborro questo tipo di conflittualità debbo prendere atto che essa diventerà sempre più frequente con l’estendersi dell’arena della lotta politica. In poche parole: alle elezioni europee si accompagneranno sempre di più insulti europei. Anche se può sembrare paradossale dobbiamo abituarci a considerare questi fatti come una conseguenza inevitabile della crescita comunitaria. Forse per questo motivo, pur essendo fervente europeista, non mi sono eccessivamente stupito di queste evoluzioni negative.
Sono invece stupito del fatto che il discorso del Presidente del Consiglio italiano si sia svolto di fronte ad un’aula parlamentare sostanzialmente vuota. Un vuoto che metteva  plasticamente  in rilievo il nostro isolamento. Una solitudine che costituisce la conseguenza negativa più  rilevante della nuova politica italiana. Un isolamento che è stato riconfermato dallo stesso Presidente Conte che, commentando il dibattito di Strasburgo, ha affermato che ormai l’Unione Europea è “al canto del cigno” e che tutto cambierà dopo le elezioni.
Dato che i partiti antieuropei faranno qualche progresso nelle prossime elezioni ma non controlleranno né Strasburgo né Bruxelles, queste incaute affermazioni manifestano solo il proposito che il nostro isolamento, in caso di durata dell’attuale coalizione di governo, si accentuerà nel futuro.
Abbiamo già oggi tensioni con la Germania, con la Francia, con l’Olanda, con i paesi confinanti e non operiamo in consonanza nemmeno con le nazioni che sono più vicine alle linee politiche professate dal nostro governo, come la Polonia e l’Ungheria.
Tutto questo mentre, per le nostre disastrate finanze,  avremmo bisogno di impostare una stretta cooperazione con tutti gli altri grandi paesi e con l’establishment europeo. Senza contare che con questa strategia sbagliata non potremo certo assumere di nuovo i poteri e le responsabilità che abbiamo ricoperto nella Commissione, nel Parlamento e nella Banca Centrale Europea. Ancora più grave è la progressiva perdita di quel peso politico che spesso in passato abbiamo espresso, esercitando un ruolo di mediazione e di iniziativa nella politica comunitaria, soprattutto nei complessi rapporti fra la Francia e la Germania.
Questo vuoto lasciato dall’Italia non poteva certo durare a lungo. E’ la Spagna, infatti, che progressivamente lo occupa anche se il numero degli abitanti, la dimensione e le caratteristiche del sistema economico giocano ancora a favore dell’Italia, nonostante i grandi progressi spagnoli nel turismo, nell’agricoltura e nel settore bancario.
Pur in mancanza di una struttura industriale paragonabile a quella italiana e pur in presenza di un cronico deficit nella bilancia commerciale, la Spagna sta crescendo oltre il 3% mentre noi fatichiamo a raggiungere lo 0,5% e stiamo mandando ai nostri partner europei il messaggio che non riteniamo prioritario né favorire lo sviluppo, né  controllare il deficit pubblico.
Il dialogo fra Germania, Francia e Spagna, anche se non è ancora giunto a formalizzare la costruzione di un motore europeo a tre cilindri, si sta velocemente rafforzando attraverso un’intensa attività diplomatica che non nasconde i propri obiettivi. Ancora più notevole è il fatto che tutto questo avviene nonostante il governo spagnolo si trovi in una situazione di estrema crisi, tanto che la Spagna è alla vigilia di elezioni anticipate, delle quali è tuttora difficile prevedere il risultato.
Anche in Spagna, come in Italia, il ruolo dei partiti tradizionali si è indebolito e nuovi movimenti si sono a loro sostituiti fino a fare prevedere che queste recenti formazioni possano avere una funzione trainante in qualsiasi futura composizione del nuovo governo.
Ebbene, nonostante tutto questo, la scelta europea non viene messa in discussione, qualunque sia la composizione del nuovo governo spagnolo. Tutto questo rende quindi ancora più concreta la perdita di ruolo dell’Italia in Europa, pur essendo il nostro paese uno dei fondatori dell’Unione Europea. Per questo motivo le prossime elezioni europee, più che una sfida per la primazia interna, dovranno essere una scelta sul futuro dell’Italia.


Republicans are soon going to wish they hadn’t stood with Donald Trump on this one




Republicans and conservatives too often fail to consider the precedent they’re setting when they defend Donald Trump. Take Trump’s tax returns for example, or rather Trump’s failure to release his tax returns.
Republicans and conservatives too often fail to consider the precedent they’re setting when they defend Donald Trump. Take Trump’s tax returns for example, or rather Trump’s failure to release his tax returns.
There has been much speculation regarding the real reason Trump won’t release his tax returns. One theory is that Trump is not worth the billions he claims to have, and that he’s possibly even broke. Other theories say he’s deeply in debt to countries like Russia and/or Saudi Arabia. Still others state that Trump has engaged in a wide variety of illegal tax schemes throughout the years to avoid paying all the taxes he was responsible for, and releasing his taxes would show this to be fact.
Donald Trump’s refusal to release his taxes, as well as his constantly shifting excuses for not doing so, are a clear indication that there is something there he does not want the public to learn. In a failure to utilize long-term thinking, and despite all the possible irregularities and/or illegalities that could be exposed by Trump’s tax returns, many Republicans still defend the fact that Trump refuses to release them.
In defending Trump’s refusal to release his tax returns now, Republicans are effectively arguing that no future presidents, including Democratic presidents, will be required to release their tax returns either. In their eagerness to defend all things Trump, Republicans regularly fail to consider the precedent they are setting for the future, and those failures could leave them with many future regrets.

Romano Prodi
Romano Prodi

Allarme economia: invertire la rotta prima che sia troppo tardi

I dati sull’andamento dell’economia italiana e le previsioni sul suo futuro continuano a peggiorare. Le modeste cifre relative alla crescita, che solo due mesi fa erano imputate di eccessivo pessimismo, si sono trasformate in un obiettivo quasi irraggiungibile.
La produzione industriale peggiora ed è inferiore del 5,5% rispetto ad un anno fa: si tratta della caduta più grave degli ultimi cinque anni. 
Alla crisi produttiva si affianca una diffusa crisi di fiducia, in conseguenza della quale i consumi ristagnano ed aumenta il risparmio. Il futuro è fonte di crescente preoccupazione, anche se il nostro governo mantiene le sue previsioni di una impossibile crescita. Il tutto senza tenere conto delle recenti correzioni del Fondo monetario internazionale, della Banca d’Italia, di Prometeia e, infine, della Commissione Europea, che prevede addirittura un aumento del Pil italiano dello 0,2% , cioè assai prossima allo zero. 

Già eravamo tra i fanalini di coda dello sviluppo europeo: ora siamo all’ultimo posto tra i 28 Paesi dell’Unione. Una notevole parte di questo calo viene giustamente imputata alle tensioni internazionali e al rallentamento tedesco. Tutto questo non spiega tuttavia perché Paesi che molto più di noi dipendono dall’economia germanica come la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Olanda crescano più di noi.
E altrettanto non spiega perché anche la Francia mostri dati molto più positivi dei nostri. Il peggioramento del ciclo è quindi non solo conseguenza della situazione internazionale ma, soprattutto, della politica italiana. 
Le dichiarazioni governative attribuiscono la responsabilità ai governi passati ma le cifre ci mostrano che l’allontanamento dal cammino europeo si è progressivamente accentuato nel tempo ed ha assunto il livello più preoccupante proprio nelle ultime settimane. Un governo in carica da quasi nove mesi è infatti ormai totalmente responsabile dei progressivi peggioramenti avvenuti durante il suo mandato e deve soprattutto occuparsi delle decisioni da prendere per correggere la rotta ed evitare il naufragio.
Con i dati che sono emersi è infatti impossibile raggiungere l’obiettivo programmato per il 2019 di un deficit di bilancio del 2,04%. Di conseguenza aumenterà il peso relativo del nostro debito anche perché, con uno spread intorno a 300, il peso degli interessi sarà crescente.

Alla nuda verità delle cifre si aggiungerà in futuro il danno provocato dal progressivo isolamento del nostro Paese. Sono ben note le conseguenze concrete dello sciagurato conflitto con la Francia, Paese con il quale non solo abbiamo un profondo legame economico ma un attivo della bilancia commerciale di quasi dieci miliardi di Euro. Ancora più grandi sono tuttavia le conseguenze negative nei confronti dell’immagine dell’Italia, sempre più sola in ogni assise internazionale. Siamo ormai visti con sospetto e diffidenza sia dagli Stati che costituiscono il cuore dell’Europa che dai Paesi sovranisti. Pur facendo la voce grossa contiamo sempre meno.
Per correggere la deriva negativa non basta naturalmente costruire una politica europea attiva e collaborativa ma occorre impostare una diversa politica economica nazionale. I messaggi negativi sulle decisioni prese sono ormai troppo numerosi. Il più grave di tutti è ancora la riforma del sistema pensionistico. Pur con le sue imperfezioni la legge Fornero conteneva i presupposti per il raggiungimento di un equilibrio di lungo periodo nel settore che più mette a rischio i nostri bilanci futuri. Capisco benissimo che, con la “Quota 100”, si sia ottenuto il plauso di tante persone desiderose di anticipare il momento della pensione. Tuttavia in ogni sede internazionale si continua a sottolineare l’incompatibilità di un anticipo dell’età di pensionamento con l’aumento della vita media che, fortunatamente, continua ad innalzarsi.

Allo scopo di riprendere il cammino della crescita gli esperti nazionali ed internazionali suggeriscono in modo unanime uno spostamento di risorse verso gli investimenti. Già abbiamo messo in rilievo come questo non sia avvenuto, ma oggi vediamo che si marcia addirittura in direzione opposta. Ci mancava l’assurda decisione sulle cosìddette “trivelle”, in conseguenza della quale si sta mettendo in crisi un intero settore produttivo, con l’ulteriore conseguenza che l’estrazione degli idrocarburi nell’Adriatico, a noi proibita, favorisce la medesima attività da parte della Croazia. Così come non giova certo all’immagine della nostra economia l’assalto politico alle cosìddette autorità indipendenti, a cominciare dalla Banca d’Italia. 
Quello che si poteva fare per frenare la crescita lo si è fatto e lo si continua a fare. Eppure, dal presidente del Consiglio in giù, si continua a parlare di un futuro “bellissimo”. Sarebbe altrettanto bello se si potesse discutere di questo superlativo in un approfondito dibattito nel Parlamento e nel Paese. Fino a poche settimane fa pensavo che questa necessità sarebbe arrivata con la finanziaria del prossimo autunno. Oggi penso che il problema vada affrontato subito. Prima che sia troppo tardi.

America in emergenza


Alberto Pasolini Zanelli

È stata una lunga polemica, una battaglia che ormai era data per senza uno sbocco. Invece è finita, per adesso, in poche ore, con uno scontro più aperto ancora del solito e con un vincitore, non si sa per quanto, ma oggi come oggi netto: Donald Trump. La Casa Bianca ha piegato il Congresso e adesso potrà far partire, in qualche modo e in dubbia misura, il suo “progetto Muro” che molti si erano recentemente convinti che fosse un sogno. Due anni di polemiche tre o quattro ore in una giornata. Un confronto fra due centri decisionali nella capitale americana che si sono confrontati in una “mano” finale di poker. Un po’ particolare, perché formalmente hanno vinto entrambi. Trump voleva ad ogni costo un gigantesco muro che collegasse i due oceani alla frontiera fra gli Usa e il Messico. La maggioranza del Congresso era contraria con varie motivazioni, prevalente tra le quali era quella finanziaria. Poco più di un mese fa c’era stata la prima prova di forza ufficiale ed era finita in “pareggio” formale ma con danni per tutti. Per trentacinque giorni il governo americano si era autoparalizzato, con conseguenze pesanti per l’economia e senza risolvere il problema. Poi è arrivato il secondo round che pareva destinato ad essere ancora più lungo e dispersivo. La Casa Bianca continuava ad insistere per un “sì”, il resto del mondo politico per un “no”. La promessa di Trump era sempre quella: un muro per tenere fuori gli immigrati sgradevoli, le opposizioni un rifiuto egualmente assoluto. Nelle aule del Congresso repubblicani e democratici duellavano pur sperando il non compromesso in extremis.

Dalla Casa Bianca continuavano a venire veti, almeno nella forma, anche nei punti in cui si delineavano concessioni. La partita era fra bocciatura integrala del progetto e legislatura di emergenza che imponesse la volontà dell’esecutivo. Due “super armi” che sono state sparate quasi nelle stesse ore: il Congresso ha approvato massicci investimenti per scongiurare una seconda paralisi governativa, Trump ha proclamato lo stesso la sua legislazione di emergenza. Senato e Camera hanno finito con il registrare entrambe le decisioni contrastanti, grazie anche alla defezione di alcuni senatori repubblicani che si sono uniti alla quasi compatta schiera dei democratici. Il testo prevede uno stanziamento di 333 miliardi di dollari, che però è meno di un quarto della somma che Trump da tempo andava pretendendo per il suo Muro. La Camera ha approvato il testo con 300 voti contro 128, il Senato con 83 voti contro 16. Il testo contiene l’impegno a lasciare “aperto” il governo, almeno fino al 30 settembre. Il presidente ha promesso di apporre la sua firma, ma dopo avere annunciato che comunque egli dichiarerà una “emergenza nazionale” che gli consenta di procurarsi stanziamenti molto maggiori per il suo progetto. I costituzionalisti hanno capito subito chi ha vinto in questa prova di forza: avevano sperato fino all’ultimo in un compromesso più efficace nel porre limiti alle ambizioni della Casa Bianca, ma solo fino a una certa ora, allorché l’equilibrio si è incrinato. Un senatore ha riassunto così l’esito: “Abbiamo pensato tutta la mattina che le cose andassero bene, poi improvvisamente l’intero convoglio ha deragliato”. Il momento decisivo è stato forse quando è diventato chiaro che Trump ha il potere di ripescare una clausola dei suoi poteri raramente usata per prevalere sul diritto costituzionale del Congresso a decidere sui problemi finanziari. La clausola esclude che le Camere abbiano il potere di impedire al presidente di proclamare le emergenze.

La Costituzione lascia ancora dubbi: la possibilità di due “emergenze” contrastanti, ma ciò è improbabile dal momento che il Congresso per prevalere sulla Casa Bianca avrebbe bisogno di votazioni con una maggioranza dei due terzi, molto difficile da raggiungere alla Camera a maggioranza democratica e praticamente impossibile al Senato, dove c’è una lieve maggioranza repubblicana, che può essere erosa ma non in misura sufficiente. C’è chi vuole ricorrere, adesso, alla Corte costituzionale per far dichiarare illecita una violazione della “separazione dei poteri”, ma rimane sul tavolo il diritto di veto del presidente. L’indignazione c’è ma non è abbastanza “armata”. “Immaginate – ha detto un senatore democratico – come avrebbero reagito i repubblicani se il presidente Obama avesse fatto ricorso a una misura del genere. Ma a questa ipotesi si contrappone l’esperienza dei modi e dei metodi di un presidente fin troppo sicuro di sé come Trump, che ha saputo forgiare un equilibrio che temporaneamente paralizza le Camere e non solo l’opposizione”.

IRAN, Persia, ieri e domani

Alberto Pasolini Zanelli
Layatollah Khamenei, successore ed erede di Khomeini, parla soprattutto a due ascoltatori: ai suoi concittadini (e in parte sudditi) e al Grande Nemico, cioè lAmerica. Che, se troviamo il tempo e la voglia di guardare qualche volta davvero lontano, sta ricoprendo il ruolo che due millenni fa era dellimpero romano, che conduceva tante guerre contro quella che allora si chiamava Persia e di solito le perdeva. Quel paese era e rimase la frontiera di un impero senza frontiere e il muro allespansione di Roma. Quando questa cadde, non fu a causa del Medio Oriente bensì del Nord Europa. Gli arabi e gli islamici ereditarono i pezzi di una ex potenza. Quando ancora si chiamava Persia, cioè per tanti secoli, lIran era diventato estraneo al nostro mondo di europei. Teheran era ed è veramente molto distante dal vecchio Mare Nostrum. Lultima volta che ci aveva messo piede risale a una quindicina di secoli e si comportava da confinante del Mediterraneo, non dellEuropa, di cui quel mare era però il cuore e il cervello. Più tardi ebbe a che fare soprattutto col mondo arabo, unito dalla fede islamica ma pressappoco come il protestantesimo è unito alla antica fede cattolica.
Neppure londata del colonialismo toccò Teheran. Criuscì il petrolio, da quasi un secolo fattore determinante nella storia di quello che consideriamo il nostro mondo. il primo segno ufficiale fu in occasione della Seconda guerra mondiale, quando i nemici della Germania temettero che le armate tedesche dilaganti dalla Russia meridionale verso il Caucaso, potessero mettere le mani suquel minerale prezioso al punto di decidere le guerre e di cui Berlino mancava. Due provvisorialleati, lUnione Sovietica e la Gran Bretagna, decisero di premunirsi e occuparono provvisoriamente la Persia in modo da chiudere quella porta. Non fu colonialismo, tranne che per il petrolio. I due eserciti stranieri se ne andarono, ma i padroni di quel business rimasero contrastarono duramente lemergere di una nuova Grande Persia, in una edizione quasi democratica con un premier, Mohammad Mossadeq, che giocò la carta della nazionalizzazione del petrolio, producendo così il primo fronte anti Teheran, soprattutto angloamericano e autore di una rivoluzione reazionaria che riportò al potere uno Scià (e anche Farah Diba)Soprattutto con gli Usa lIran occidentale quasi si fidanzò: fu concepito da Washington come uno dei due guardiani non arabi del Medio OrienteLaltro era ed è rimasto Israele.
Furono decenni tranquilli a Teheran e dintorni, ma rifugiato in Francia il restauratore di un loro medioevo, layatollah Khomeini,  sollevò le masse soprattutto rurali e denunciava fra laltro dello Scià il fatto che egli non era un vero iraniano, ma discendeva invece dalla stirpe di cosacchi. LAmerica fu presa alla sprovvista, cercò di salvare Reza Pahlavi, ma non fino in fondo, anche perché neppure lui accontentava le esigenze delle democrazie. Finì che lo Scià sparì di scena e che le guardie islamiche di Khomeini invasero lambasciata americana e sequestrarono tutti i diplomatici. Ipresidente Usa, che allora era Jimmy Carter, tentò di liberarli e fece un fiasco colossale. Llasciarono andare esattamente al minuto in cui Carter decadde dalla carica e si insediò il nuovo presidente Ronald Reagan. Ma neppure con lui fecero amicizia e da allora la Guerra Fredda fra i due Paesi non è ancora cessata, con una piccola e dimenticata eccezione della rivoluzione talebana nel vicino Afghanistan, disamata in Iran perché fondamentalista sunnita dunque antisciita. Teheran degli ayatollahma anche di una maggioranza dei cittadini, che avevano e hanno il potere di eleggere Parlamento e governo, ma con il diritto di veto delle autorità religiose.
Icrescere delle ambizioni ha finito con lincludere piani di riarmo che Washington sospetta includere il nucleare (che già possiedono i Paesi confinanti e vicini allIran). Un trattato favorito da Barack Obamaha visto finalmente la luce poco prima del suo addio alla Casa Bianca e il suo successore Donald Trump si è schierato di nuovo con falchi e ha rotto il patto ritirandone gli Stati Uniti. Mnon è tutto nucleare: a complicare le cose è la ostilità dellIran ai fondamentalisti terroristi dellIsis e dunque lappoggio militarmente non ufficiale delle milizie sciite al regime siriano. Tutte cose che dispiacciono a Washington nel quarantesimo anniversario della rottura fra i due PaesiChe non è ancora diventata storia antica come è nelle tradizioni iraniane.

Sutop (Thriller) Capitolo 26
Leo Rasco

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale
Any Resemblance To Real Persons Or Actual Facts Is Purely Coincidental
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(Situation Room alla Casa Bianca)

Alan Schwartz, CEO della Lock Head Marin.

"Signor Presidente, parlo a nome degli altri colleghi che dirigono le principali aziende americane specializzate nella fornitura di armi.

Il blocco delle vendite all'Arabia Saudita sta creando dei grossi problemi alle nostre industrie e se non sarà sospeso, ci vedremo costretti, signor Presidente, a licenziare decine di migliaia di nostri collaboratori."

Albert Smith dette un'occhiata circolare ai sei uomini d'affari che gli sedevano di fronte. Poi si rivolse direttamente a Alan Schwartz.

"C'è una ragione di Stato che fa premio sulle vostre preoccupazioni di business.

Sembra quasi che voi non siate a conoscenza del fatto che lo outage di energia elettrica che ha messo in ginocchio la capitale federale è stato gestito attraverso hackers sauditi.

A questo vorrei aggiungere il tentativo di corrompere e coinvolgere il mio urologo perché mi eliminasse nel corso di un trattamento radiologico.

Al suo rifiuto, questo grande patriota è stato ucciso da un emissario saudita che a sua volta, al ritorno a Rijad, è stato a sua volta smembrato secondo la medievale tradizione culturale di quel paese.

E voi venite qui alla Casa Bianca, che è la casa di tutti gli americani, minacciando di buttar fuori dalle vostre aziende decine di migliaia di collaboratori se il vostro presidente non elimina le sanzioni a quel paese.

Non vi regalo nulla dicendo che siete troppo esperti nella amministrazione del vostro settore professionale per non sapere che, a fronte della scomparsa di un cliente, il mercato planetario delle armi offre infinite occasioni di fornitura.

Ritengo pertanto questo nostro incontro, da voi insistentemente sollecitato, concluso.

Ricordo poi che ognuno è responsabile delle proprie opinioni e decisioni personali.

A buon intenditore, eccetera."

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"Mark Cullinger, hai visto che roba? Devi tenerli sotto osservazione tutti quanti e fargli sentire il fiato sul collo se continuano a rompermi i coglioni con le forniture all'Arabia Saudita.

Spostino i loro interessi su altri paesi e teatri di guerra, che non mancano certo in questo momento a livello mondiale.

Credo che la coalizione sciita dovrebbe darsi da fare per organizzare un 'qualcosa' alla Mecca in occasione delle peregrinazioni annuali.

Tanto per dargli un avvertimento…

Mark, tieni bene a mente questo mio pensiero che è un ordine: l'America deve farsi rispettare di nuovo e il modo più veloce è quello di tagliare le gambe ai nostri avversari.

Non voglio arrivare a incursioni nucleari con mini testate.

Ma se ne sarò costretto, non indietreggero' di un pollice"
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(Catacombe in una localita' segreta).

"Controllate con il vostro smartphone in funzione blue tooth che la vostra chip sia stata bloccata.

Grazie al nostro Philip che ha trovato questo sistema per isolare le funzioni di queste maledettissime manette digitali che ci sono state imposte dal dittatore.

Inutile dire che la situazione del nostro paese sta avviandosi verso una catastrofe mondiale.

Ognuno di voi è responsabile per una vasta area.

Dovete fare attenzione perché sicuramente la Polizia di Sicurezza ci sta cercando e proverà a introdurre spie tra le nostre fila.

Dobbiamo cercare di intensificare le azioni di sabotaggio.

Ci ha fatto molto comodo che il blackout di Washington sia stato attribuito ai sauditi.

Adesso dobbiamo focalizzarci e concentrarci su un paio di centrali nucleari che dobbiamo bloccare, cercando però di evitare danni che determinino la perdita di radiazioni.

Per tenerci in contatto continuiamo a utilizzare i siti di incontri erotici, con il formulario che ci siamo dati.

Parliamoci chiaro: noi tutti siamo condannati a morte. Non passerà molto tempo che qualcuno di noi sarà catturato. Dovete avere sempre con voi al collo la pasticca di cianuro nel caso in cui vi prendano, prima di essere torturati.

Gina adesso ci riferirà su come lei e i suoi colleghi stanno mandando avanti il progetto di inserimento di un video pirata nel sistema di comunicazione nazionale per far capire alla gente che esiste la possibilità di fare una rivoluzione dal basso.

Dopo l'esposizione di Gina ci scioglieremo. Fate bene attenzione a non usare luci quando uscite dal tunnel ma solo visori a infrarossi…

Viva l'America!"