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Ora l’Italia ha l’occasione per cambiare le regole dell’Europa


Nuova Commissione: L’occasione italiana per cambiare le regole Ue
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero 
Prima di affrontare l’esame del Parlamento, i componenti della Commissione Europea hanno trascorso due giorni riflettendo fra di loro in pieno isolamento: per conoscersi meglio e per meglio organizzare fin dall’inizio il lavoro futuro che comincerà il primo novembre. In fondo l’antica tradizione del ritiro spirituale, resa oggi popolare più dalle squadre di calcio che da chi cerca un tempo per riflettere, è uno strumento utile anche in politica. Ed è davvero un peccato che il convulso ritmo delle nostre crisi di governo impedisca che questa buona abitudine delle istituzioni europee non si possa applicare anche all’Italia che ne trarrebbe davvero grande giovamento.
In ogni modo l’intervallo fra i due giorni di ritiro e l’esame del Parlamento ci permettono di riflettere sulle caratteristiche e le novità politiche della nuova Commissione.
In primo luogo ne è uscita una Commissione con una maggiore forza politica rispetto alla precedente. Germania, Francia, Italia e Spagna hanno inviato a Bruxelles candidati di primo livello e politicamente significativi. Lo scarso margine con cui la nomina di Ursula von der Leyen è stata approvata dal Parlamento non deve trarre in inganno: molti dei voti a lei contrari provengono da europeisti convinti e sono solo il frutto di temporanee tensioni di politica interna, soprattutto conseguenza del modo certamente improprio con cui la presidente stessa è stata designata.
D’altra parte Brexit, la crisi economica e le guerre commerciali stanno rendendo necessarie decisioni politiche rapide e tecnicamente complesse che solo la Commissione è in grado di prendere. Si tratta quindi di una Commissione potenzialmente più forte, sia in campo economico sia politico, anche se rimangono altri settori estremamente importanti, a partire da quello migratorio, nei quali il mancato accordo fra i governi rende ancora complessa l’elaborazione di una politica comune.
Entrando nei programmi più caratterizzanti di questa nuova Commissione due sono le sue principali linee-guida. La prima è la svolta ambientalistica. Il “new deal” ecologico volto a fare dell’Europa la forza trascinante per mettere in sicurezza il nostro pianeta obbligherà a cambiamenti radicali tutte le strategie europee: dalla politica dei trasporti all’energia, dalla ricerca agli investimenti pubblici.
Il secondo grande obiettivo è il rafforzamento della capacità concorrenziale europea nel campo dello spazio, del digitale e dell’intelligenza artificiale. Un passaggio necessario per non essere definitivamente sopraffatti da Cina e Stati Uniti in un confronto che ci vede perdenti nel campo politico, economico, scientifico e militare.
Una strategia difficile ma percorribile perché voluta con determinazione dai governi e dai commissari tedeschi, francesi, italiani e spagnoli.
Essa non può tuttavia essere messa in atto senza mobilitare una quantità di risorse molto superiore a quella che i governi europei sono stati fino ad ora disposti a trasferire alle casse europee.
Con un bilancio inferiore all’1% del Prodotto Lordo Europeo non si può certo pensare di ritornare tra i protagonisti della storia mondiale.
A questa breve analisi sul ruolo della futura Commissione non può naturalmente mancare una riflessione sul possibile compito dell’Italia.
Il nostro paese non è mai stato un leader assoluto della politica europea ma ha sempre svolto un ruolo determinante nel rendere decisioni condivise le diverse proposte, spesso fra di loro in conflitto. Finché, con lo scorso governo, non ci siamo allontanati dall’Europa, siamo sempre stati determinanti nelle sue risoluzioni.
Adesso siamo ritornati ad essere ascoltati e considerati David Sassoli è ora Presidente del Parlamento e, con Paolo Gentiloni, l’Italia ha ottenuto un dicastero di importanza fondamentale, con responsabilità primaria nel settore economico: un ruolo del tutto impensabile fino a qualche settimana fa. La polemica politica si è sforzata di sminuirne l’importanza, data la presenza di un vice presidente coordinatore nella persona di Valdis Dombrovskis, classificato tra i falchi della politica economica. Le cose stanno diversamente: le deleghe affidate a Gentiloni non si discostano da quelle di Pierre Moscovici, che tutti i media definivano come onnipotente. Anzi: accanto alle due direzioni di cui Moscovici era responsabile ne è stata aggiunta una terza che riguarda il delicato e importante controllo di Eurostat, con autorità su tutte le statistiche europee.
Nessuno si deve e si può aspettare che Gentiloni utilizzi la sua carica per ottenere eccezioni ai patti che l’Italia ha solennemente sottoscritto. Il suo compito sarà quello di dare il proprio importante contributo al cambiamento delle regole che si sono dimostrate inadatte a governare un sistema economico così complesso come quello comunitario. Non sarà un compito facile anche se la crisi economica della Germania sta rendendo più saggi i governanti tedeschi. Compito ancora più difficile per Gentiloni sarà dirigere i duemila funzionari delle tre gigantesche direzioni generali che da lui dipenderanno.
Armonizzare il lavoro di tanti e spesso raffinati specialisti appartenenti a ventotto diversi paesi, portatori ciascuno di diverse culture ed interessi, richiede uno sforzo titanico e anche un po’ di fortuna. Sullo sforzo non abbiamo dubbi. Di fortuna ne auguriamo tanta.

Un gelato formidabile....

Domenica della meta' di settembre a Roma con un gran caldo.
Via Quattro Venti al Gianicolo.
Tutto chiuso, neanche un bar.
Una coppia attempata che lecca due coni gelato si profila in lontananza.
"Scusi: dove l'ha comprato?"
"Laggiu' in fondo alla strada.."
Ci avviamo pieni di speranza.
Un bugicattolo pieno di gente e bambini che si spalmano addosso i

loro coni gelato.
Ordiniamo tre scoop in coni da tre euro e mezzo.
Siamo in vena di spendere.
Il miglior gelato mangiato durante la nostra permanenza in Italia.
Complimenti  a Gelateria MIAMI, piazza F. Cucchi 8 00152 Roma !

Ambiente e tutela dei cittadini: serve l’intervento dei governi


Tutela dei cittadini: multinazionali, ora serve l’intervento dei governi
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero 
Poche settimane fa è stato pubblicato un importante documento della Business Round Table, autorevole associazione americana che ha come scopo quello di favorire l’approfondimento dei maggiori problemi che riguardano le grandi imprese.
Il documento, firmato dai 181 massimi responsabili di tutte le maggiori aziende degli Stati Uniti a partire da Google, Amazon e Coca Cola, ha fatto grande rumore perché ha mutato la precedente dottrina dominante che poneva come obiettivo esclusivo dell’impresa l’interesse degli azionisti, cioè dei suoi proprietari.
Pur non rinunciando ovviamente a questo primario obiettivo vengono aggiunti con insistita enfasi anche altri valori come l’attenzione per i diritti dei consumatori, le attese dei dipendenti, la necessità di un comportamento etico con i fornitori e gli obblighi nei confronti della comunità, con una specifica attenzione all’ambiente.
Di per sé non si tratta di affermazioni rivoluzionarie perché concetti analoghi sono contenuti in documenti assai precedenti nel tempo, tra i quali i ripetuti rapporti di varie organizzazioni delle Nazioni Unite e, soprattutto, un approfondito “Libro Verde” della Commissione Europea che, già nel luglio del 2001, usando il termine di “Responsabilità Sociale dell’Impresa”, elencava priorità assai simili, come la conciliazione fra lavoro e famiglia, la salute e la sicurezza nell’attività lavorativa. Ad essi aggiungeva la necessità di aprirsi alla società, con una particolare attenzione alla comunità locale, all’ambiente, alle esigenze dei fornitori e dei consumatori, l’obbligo di una completa trasparenza delle informazioni sulla situazione dell’impresa e la politica aziendale.
Pur avendo direttamente partecipato alla stesura del “Libro Verde” sono costretto a riconoscerne la modestia dei risultati, dato che le sue conclusioni sono state tradotte in semplici appelli alla volontarietà dei comportamenti senza che nascessero decisioni concrete per fare evolvere in modo sensibile gli aspetti legislativi che regolano i comportamenti delle grandi imprese.
Ci si deve quindi porre il problema se il mutare dei tempi e l’autorevolezza dei partecipanti alla Round Table possa permettere a questo nuovo documento di produrre conseguenze più significative rispetto alle assai simili conclusioni di quelli precedenti.
La percezione generale nei confronti del mondo delle grandi imprese è infatti, negli ultimi anni, notevolmente peggiorata in conseguenza della crisi economica ma, soprattutto, per effetto della incontrollata crescita della quota dei profitti nei confronti dei salari, per le remunerazioni senza precedenti degli alti dirigenti e per lo sconfinato potere delle nuove imprese che gestiscono l’informazione, divenute il simbolo popolare dell’evasione fiscale e dell’attentato alla Privacy nella gestione dei dati.
È nello stesso tempo aumentata la consapevolezza dei consumatori nei confronti della qualità dei prodotti e della loro incidenza sull’ambiente. Di conseguenza non poche imprese, in risposta a queste nuove sensibilità, hanno preso sul serio il problema della loro responsabilità sociale.  Quest’insieme di fenomeni ha generato infine una critica radicale nei confronti delle regole del mercato perfino in paesi, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, che erano i paladini dell’indiscusso e totale potere degli interessi degli azionisti nel determinare le strategie aziendali.
L’attenzione nei confronti di nuovi obiettivi, che integrano e modificano quelli tradizionali, é quindi figlia dei mutamenti dei tempi e degli errori del passato. Non può essere perciò una moda passeggera, ma un cambiamento necessario per la sopravvivenza stessa dell’economia di mercato.
Affinché i nuovi obiettivi possano essere effettivamente raggiunti sono necessari mutamenti sostanziali nei comportamenti concreti delle imprese, riguardo ai quali i componenti della Round Table difficilmente troverebbero un accordo. In primo luogo si deve infatti rispondere all’interrogativo su come si debbano concretamente fissare gli obiettivi aziendali e chi abbia il potere di farlo. Si ritorna con questo a mettere fatalmente in discussione il ruolo e i poteri dei governi, facendo riemergere l’antico dilemma fra la collaudata debolezza dei processi di autoregolamentazione e i rischi di un’invadente presenza dello Stato.
Credo perciò che sia giunto il momento, anche in Italia, di affrontare questo dilemma in cui si trova ogni sistema di economia di mercato che deve fare i conti con una società in rapido cambiamento e consapevole dei nuovi valori, ma che opera ancora con con regole che non sono in grado di rispondere a queste nuove sensibilità.
Il crescente distacco dei cittadini nei confronti della politica é infatti dovuto all’incapacità della politica stessa di rendersi conto che ogni sistema economico, anche semplicemente per sopravvivere, ha l’obbligo di rispondere ai mutamenti della società in cui opera.

Alfonso Gallo, dalla Cornovaglia a Canniggione


A 19 anni il sindaco di Pompei, dopo il terremoto, lo incluse in una lista di giovani da mandare all'estero.

E lui scelse la Cornovaglia. Perche'? Per il mare che lui adora ed anche per un tale spagnolo di Marbella amante del pesce che lo assunse come cuoco.

Poi ha girato diversi paesi, facendosi esperienza ed alla fine e' approdato in Sardegna, che sotto molti aspetti gli ricordava la Cornovaglia, dice lui.

A Canniggione, un centro che dipende da Arzachena nel nord est dell'isola, Alfonso Gallo ha dato vita a un ristorante specializzato nel pesce che richiama clienti dalle localita' piu' alla moda della Costa Smeralda. Ed ha trovato anche l'amore sposando una ragazza del luogo.

Le ragioni del suo successo sono la semplicita', le ricette della nonna e una scelta certosina dei prodotti migliori.

Il ristorante si chiama "La Randa".

I prezzi non sono certo da pizzeria, ma considerato come si mangia e cosa si mangia chi non fa vacanze in economia puo' permettersi del super pesce fresco e non congelato.

Prodotto ormai introvabile sulle nostre tavole.







Porto Cervo Marina

Ci è voluto appena un giorno......


Alberto Pasolini Zanelli

Ci è voluto appena un giorno perché si cominciasse a chiarire a Washington il significato del licenziamento di John Bolton da una carica che formalmente era quella di consigliere per gli aspetti militari della politica estera americana, ma che in realtà ha fra i suoi aspetti sorprendenti e un po’ misteriosi il significato di un autolicenziamento di uno dei protagonisti. Il contrasto è anche formale: Trump annuncia di avere rimandato a casa Bolton, Bolton afferma di essere stato lui ad andarsene. Su questa alternativa, densa di significati politici, si è inserito il dettaglio dell’orario della telefonata di licenziamento, che secondo le ultime indiscrezioni sarebbe emerso dopo meno di mezz’ora. Non è la prima volta, per la verità, che il licenziato affermi di essersene andato lui. È una formulazione che salva o dovrebbe salvare il suo prestigio, ma in questo caso non sono soltanto gli orologi che non combinano, ma anche le versioni dell’ultimo colloquio faccia a faccia. È possibile che Bolton sia uscito dal portone ancora indeciso sul da farsi, ma abbia deciso, o sia stato deciso, a dimettersi dalla telefonata dalla Casa Bianca che ha ricevuto meno di trenta minuti dopo e che non comprendeva evidentemente soluzioni alternative intermedie. Si sono diffuse nel frattempo, inevitabili, le voci secondo cui Bolton sarebbe stato spinto fuori dal suo rivale nel governo, Mike Pompeo, con cui i contrasti si erano fatti sempre più frequenti e sempre meno componibili. Una spiegazione politica generale non è facile: di solito se qualche ministro perde il posto, lo fa perché ha opinioni e iniziative scoperte e coerenti in contrasto profondo con il capo dell’esecutivo. Ma fra Trump e Bolton non c’è mai stata, tranne gli ultimi giorni, una contrapposizione non conciliabile nella direzione diretta della politica estera. Donald Trump, presidente inatteso e fecondo di bruschi capovolgimenti di linea e anche della direzione concordata con gli stretti collaboratori e soprattutto per la frequenza con cui questi ultimi sono stati spinti fuori dalle rispettive poltrone. Si possono contare a dozzine e pochi giorni bastano a scoprire e pulire le “deviazioni”, ne accadono un po’ in tutti i terreni, dalle scelte generali in campo economico, ai rapporti con i Paesi alleati e anche, e soprattutto, con quelli tradizionalmente ostili agli Stati Uniti. Più emergono dettagli, anche discutibili, sulle iniziative russe di spionaggio diplomatico nei confronti degli Stati Uniti, più le frequenti contraddizioni sono aperte. Rimangono in vigore molte delle sanzioni contro la Russia mentre si ricompongono i rapporti fra Trump e Putin. Nel Medio Oriente Washington ogni pochi giorni annuncia misure sull’orlo di una guerra che poi vengono cancellate a distanza di giorni o di poche ore. Dall’Afghanistan alla strategia delle “guerre commerciali” con la Russia, adesso perfino un’iniziativa di incontro diplomatico con Paesi “ribelli” come dell’America Latina, disponibilità di Washington di riaprire colloqui con l’Iran contemporaneamente alla nuova strategia in Afghanistan. Tutte iniziative che contrastano con gli annunci con cui Trump insaporì la sua inaugurazione di presidente e che trovarono nella nomina di Bolton, il più scopertamente falco nella storia non bellica dell’America.

Adesso il suo licenziamento, che può avere almeno due significati: un capovolgimento generico della politica estera in collegamento con un ribaltamento dell’immagine di Trump, adesso che si apre la fase decisiva della campagna elettorale. Non è forse un caso che fra i diretti collaboratori dell’attuale inquilino della Casa Bianca si accresca quasi ogni giorno il ruolo di un vicepresidente come Joe Biden “colomba” di poche e accorte parole e, contemporaneamente, l’apertura dei cancelli per lasciare uscire o espellere i loquaci falchi.



Il Conte Bis visto da Baja Sardinia


Governo, dopo la fiducia tocca ai sottosegretari. E Conte vuole la lista "prima possibile"

Scrivo questa nota seduto in terrazza con davanti la baia della Maddalena.

Nella scuola di vela di Caprera le barche sono uscite.

Dopo giorni di maestrale questo paradiso terrestre si lascia accarezzare dal sole autunnale..

Baja Sardinia e' piena di turisti che vengono da altre nazioni.

Questa mattina ho giocato a tennis con un giovane spagnolo, molto bravo.

E' difficile pensare al Conte Bis ed alle vicende politiche italiane.

D'accordo: ho seguito in TV la presentazione del Conte Bis, le contestazioni dei leghisti, le sceneggiate dei deputati e senatori di opposizione che ormai non fanno piu' audience perche' rientrano in un abusato codicillo reso infrequentabile dai talk show animati dai parolacciai divenuti una componente must dei talk show televisivi.

Sorge spontanea la domanda: ma gli italiani seguono con  passione questi rituali credendo che chi si agita al di la' della telecamera sia un modello di comportamento da seguire?

Bizzarro questo Conte bis che vede il connubio programmatico tra due forze politiche che sino a ieri se ne sono dette di tutti ci olori.

Poi e' intervenuto un certo Salvini che, inebriato dai successi delle piazze in cui si concedeva, solleticando i bassi istinti di frotte di femmine in perenne ardore machista, credeva che avrebbe potuto fare un bluff mettendo in crisi il governo di cui faceva parte per andare al voto che gli avrebbe garantito, secondo i sondaggi piu' o meno veritieri, di raggiungere una maggioranza elettorale nel
Paese tale da assicurargli anche i pieni poteri.

Una sorta di Mussolini in sedicesimo perche' il Duce, comunque lo si giudichi, era un tipo di totale e diverso tonnellaggio politico e umano.

Prima di sciogliere il Parlamento il presidente Mattarella ha seguito il dettato costituzionale, verificando se vi era la possibilita' di costituire una nuova maggioranza di governo.

Cosi' e' stato e Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, respingendo i reciproci conati di vomito, hanno dato vita ad una coalizione orientata a governare solo sulla base di scelte programmatiche e non ideali.

Apriti cielo: l'Italia dei sovranisti ovvero criptofascisti ha tambureggiato  minacciando sfacelli.

Lo endorsement dato da Trump non e' che ci rassicuri piu' di tanto considerando da americani quello che questo clown sta inanellando da oltre due anni.

Ci convincono di piu' gli apprezzamenti che al premier Conte arrivano dai paesi europei e dai mercati rinfrancati dallo scampato pericolo di fare dell'Italia una brutta copia delle nazioni rette da paradittature.

Quanto al Giuseppe Conte, avvocato e professore, le battute volgari sulla pochette del suo taschino e sul suo eloquio forbito ci fanno rabbrividire perche' sono la conferma di quanto ISTAT e altri istituti di indagine vanno da tempo certificando: l'Italia e' divenuta un paese di ignoranti (come livello culturale infimo) e ignoranti quanto a mancanza della minima educazione civica.

Oscar

Trump licenzia Bolton



BY ISHAAN THAROOR (TWP)

Trump axes Bolton, the hawk he brought to the White House
(Brendan Mcdermid/Reuters)

When President Trump tapped John Bolton to be his third national security adviser in two years, the veteran foreign policy official was already widely seen as a polarizing figure. Opponents to the left loathed the former member of both Bush administrations for his bludgeoning approach to diplomacy abroad and interagency processes at home, his support for numerous invasions and wars, and his hard-line insistence on the primacy of American might on the world stage.

At the time of Bolton’s ascension in April 2018, critics invoked congressional testimony from a decade-and-a-half-old confirmation battle that cast him as a “kiss-up, kick-down sort of guy.” The implication then was that the wily operator could flatter and manipulate Trump while bullying the national security apparatus into enacting his hawkish agenda.

Things didn’t quite work out that way. On Tuesday, with yet another bombshell tweet, Trump announced Bolton’s departure from the top foreign policy post in the White House. A tenure in the White House that lasted barely a year and a half ended not because of Bolton’s enemies outside the administration, but those within.

The move capped months of whispered speculation that Bolton had fallen far out of favor with Trump and that his grip on the job was slipping. A news conference later in the day Tuesday with a grinning Secretary of State Mike Pompeo — who is reportedly “not on speaking terms” with Bolton — and Treasury Secretary Steven Mnuchin illustrated how unperturbed other senior Trump aides seemed to be by the move.

For his part, Bolton texted numerous members of the Beltway media, insisting that, contrary to Trump’s messaging, he had decided to quit before the president could fire him. The drama of his exit made clear the enmity that now lies between him and the president.

Trump framed his decision in political and ideological terms. “I informed John Bolton last night that his services are no longer needed at the White House,” Trump said. “I disagreed strongly with many of his suggestions, as did others in the Administration.”

Bolton ended up at odds with Trump on key foreign policy issues. Trump’s multiple meetings with North Korean leader Kim Jong Un rankled Bolton, who has spent much of his career working to undermine past diplomatic initiatives with Pyongyang. Bolton, a champion of regime change in Tehran, was reportedly “devastated” when Trump decided against ordering a June military attack on Iran in retaliation for its downing of a U.S. drone.

As the White House’s push to dethrone Venezuelan President Nicolás Maduro lost momentum, Trump reportedly blamed Bolton for his overzealous confrontation with the Venezuelan regime. And Bolton clashed with Trump over the president’s now-aborted efforts to forge a peace deal with the Taliban in Afghanistan.

As my colleagues recently reported, when it came to Afghanistan, Bolton and his National Security Council were eventually sidelined by the president’s top aides and kept out of sensitive discussions as the ill-fated talks progressed. Trump resented Bolton’s opposition to his efforts to disentangle the United States from a protracted conflict and suspected his office as a font of leaks to the press.

“It’s messed up on so many levels that the national security adviser isn’t involved, but trust is a real issue,” a senior U.S. official told my colleagues.

The situation left Bolton a diminished figure. In some arenas, he had happily pursued Trump’s “America First” agenda: Bolton launched bureaucratic and diplomatic attacks on various international organizations he viewed as hostile to American interests, from agencies in the United Nations to the International Criminal Court to the World Trade Organization. He stood side-by-side with Trump as the president reneged on American commitments to the Iranian nuclear deal and outraged U.S. allies with a heavy-handed pressure campaign on the Palestinians.

But that was not enough for either him or Trump.

“When it came to unwinding previous U.S. policies Trump viewed as a nuisance, Bolton eagerly executed for the president over the objections of career diplomats and defense officials,” noted my colleague John Hudson. “But the president’s desire to end America’s long-standing military conflicts and strike deals with longtime U.S. adversaries, such as Iran and North Korea, exposed sharp differences between the two men that lingered under the surface.”

Now, the prospect of Trump meeting Iranian President Hassan Rouhani later this month in New York looks far more plausible. Iranian officials, including Foreign Minister Javad Zarif, have repeatedly blamed the Trump administration’s hostile approach to Iran on Bolton — as well as America’s Israeli and gulf Arab allies in the Middle East. With Bolton’s removal, at least one major impediment to possible rapprochement has been removed.

Bolton’s critics argue that his departure couldn’t have come sooner and that his right-wing bellicosity had only succeeded in raising tensions around the world. “I think the threat of war worldwide goes down exponentially with John Bolton out of the White House,” said Sen. Rand Paul (R-Ky.), a prominent conservative opponent of American interventions.

“Bolton is out. Maduro is still there. Iran is ramping up its nuclear program,” tweeted Ben Rhodes, a former Obama administration official. “The Cuban government isn’t going anywhere. China is even more assertive and nationalist. By his own metrics he is a historic failure [because] he implemented Trump’s Fox News foreign policy.”

Not all of Trump’s political opponents were thrilled with the news. “I’m legitimately shaken by the grave instability of American foreign policy today,” tweeted Sen. Chris Murphy (D-Conn.). “I’m no Bolton fan, but the world is coming apart, and the revolving door of U.S. leadership is disappearing America from the world just at the moment where a stable American hand is most needed.”

John Gans, a former Pentagon speechwriter, warned in Foreign Policy that Bolton’s über-hawkishness could lead to his political ruin. “For the national security adviser, the question is whether he can find a way to wield a big stick effectively without getting whacked himself,” Gans observed in June. This week, Trump gave us the answer.

Tennis al maestrale



Franco e Ferial ci hanno raggiunto a Baja Sardinia dopo avere stravinto ad un torneo di golf a Is Molas.

Franco e Ferial sono nostri carissimi amici che ci hanno lasciato dopo tanti anni di America per ritornare a Roma. Tutti i giorni golf e bridge.

Un vita di sacrificio.

A tennis Franco era un campione. Decidiamo di riprovarci una mattina su un campo dell'Hotel Airone.

Cinzia e' la super manager dell'albergo. Ci accoglie un po' perplessa perche' da qualche giorno tira un maestrale da far paura.

Ma la libidine tennistica e' ancora forte nonostante l'eta' dei due vecchietti che impugnano le racchette su uno dei due campi spazzati dal vento micidiale.

Franco e Oscar provano a palleggiare, si fa per dire, intercettando le palle sviate dal vento che ha ripulito il cielo con uno splendido azzurro.

Dopo quaranta minuti di scarsi tentativi di intercettare le traettorie deviate dal vento i due robusti anziani decidono che per quel giorno puo' bastare. Meglio riprovare il giorno dopo quando il maestrale dovrebbe cessare.

Ritornati all'accettazione dell'hotel chiedono alla super manager Cinzia quanto devono pagare.

Cinzia con un sorriso a 64 denti dichiara che non e' proprio il caso di pagare, visto il vento contro il quale i due vecchietti hanno dovuto lottare.

Ed anche questa e' Sardegna.

Grazie, Charles !!!!!!!




Grazie Charles per la gioia che hai dato a milioni di italiani, vincendo a Monza con la Ferrari e subito dopo la vittoria della settimana scorsa a in Belgio.

Grazie, Charles perche' ci siamo commossi tutti, vecchi e giovani, ascoltando e cantando il nostro 'Fratelli dItalia', che per qualche minuto ci ha fatto sentire veramente fratelli, consentendo di uscire dalla cupa atmosfera in cui l'Italia politica e' precipitata da tempo.

Grazie, Charles per i tuoi 21 anni, per il talento di guida e la incredibile capacita' di concentrazione.

Grazie, Charles perche' sei un modello di comportamento per milioni di ragazzi, che riscoprono nei tuoi successi l'estrema importanza di studiare, imparare le lingue, di avere un comportamento educato senza rinunciare allo spirito meraviglioso della gioventu'.

Grazie, Charles per avere chiesto all'intervistatore inglese se potevi rispondere in italiano facendo risuonare a livello mondiale la soave musicalita' del nostro idioma.

Ho contato i miei anni


(Il Carissimo Generale Buttice' ci ricorda questa poesia del poeta Mario de Andrade che ci riguarda da vicino ma che puo' essere presa in considerazione anche dai giovani che credono di essere immortali)

"Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da ora in avanti, rispetto a quanto ho vissuto finora…
Mi sento come quel bimbo cui regalano un sacchetto di caramelle: le prime le mangia felice e in fretta, ma, quando si accorge che gliene rimangono poche, comincia a gustarle profondamente.
Non ho tempo per riunioni interminabili, in cui si discutono statuti, leggi, procedimenti e regolamenti interni, sapendo che alla fine non si concluderà nulla.
Non ho tempo per sopportare persone assurde che, oltre che per l’età anagrafica, non sono cresciute per nessun altro aspetto.
Non ho tempo, da perdere per sciocchezze.
Non voglio partecipare a riunioni in cui sfilano solo “Ego” gonfiati.
Ora non sopporto i manipolatori, gli arrivisti, né gli approfittatori.
Mi disturbano gli invidiosi, che cercano di discreditare i più capaci, per appropriarsi del loro talento e dei loro risultati.
Detesto, se ne sono testimone, gli effetti che genera la lotta per un incarico importante.
Le persone non discutono sui contenuti, ma solo sui títoli…
Ho poco tempo per discutere di beni materiali o posizioni sociali.
Amo l’essenziale, perché la mia anima ora ha fretta…
E con così poche caramelle nel sacchetto…
Adesso, così solo, voglio vivere tra gli esseri umani, molto sensibili.
Gente che sappia amare e burlarsi dell’ingenuo e dei suoi errori.
Gente molto sicura di se stessa , che non si vanti dei suoi lussi e delle sue ricchezze.
Gente che non si consideri eletta anzitempo.
Gente che non sfugga alle sue responsabilità.
Gente molto sincera che difenda la dignità umana.
Con gente che desideri solo vivere con onestà e rettitudine.
Perché solo l’essenziale é ciò che fa sì che la vita valga la pena viverla.
Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle altre persone …
Gente cui i duri colpi della vita, abbiano insegnato a crescere con dolci carezze nell’anima.
Sí… ho fretta… per vivere con l’intensità che niente più che la maturità ci può dare.
Non intendo sprecare neanche una sola caramella di quelle che ora mi restano nel sacchetto.
Sono sicuro che queste caramelle saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.
Il mio obiettivo, alla fine, é andar via soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza.
Ti auguro che anche il tuo obiettivo sia lo stesso, perché, in qualche modo, anche tu te ne andrai…
Mário de Andrade (San Paolo, 9 ottobre 1893 – San Paolo, 25 febbraio 1945)

Basta ultimatum: definire obiettivi comuni e cambiamenti necessari


Gli scogli da superare per garantire la crescita
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 1 settembre 2019
Mentre sono cominciate le trattative per la formazione del nuovo governo continuano a piovere le cattive notizie sull’andamento dell’economia e del commercio internazionale. L’Italia ne risente in modo particolare ed è sempre di più il fanalino di coda dell’economia europea. Antiche inadempienze e recenti errori ci obbligano a correggere al ribasso il nostro tasso di crescita che, nell’anno in corso, è ormai intorno allo zero.
L’unica luce accesa è il sensibile e rapido abbassamento dello spread: fatto inusuale durante una crisi di governo. Le conseguenze positive di questo inatteso evento diventano ovviamente rilevanti solo se l’abbassamento continua nel tempo e non viene interrotto da inopportune dichiarazioni, cosa che si è purtroppo verificata nella giornata di venerdì.
Il governo ha di fronte a sé il difficile compito di dimostrare che le speranze di ripresa del nostro paese sono ancora fondate. Lo deve fare con misure che spingono la crescita ma che, nello stesso tempo, pongono rimedio agli squilibri sociali, economici e geografici che si sono accumulati in Italia nel tempo, soprattutto per effetto della crisi dell’ultimo decennio.
Una sfida non facile anche perché, per la prima volta, si sta formando una coalizione di governo fra un tradizionale partito riformista e un movimento populista con radici molto recenti.
Credo che su alcuni fondamentali punti che riguardano la giustizia distributiva gli accordi siano meno difficili perché, almeno in teoria, vi dovrebbero essere spinte verso l’equità e la protezione delle fasce più deboli in entrambi i protagonisti del nuovo governo. Non dovrebbe essere infatti difficile creare una comune posizione contro la flat tax non solo perché è in contrasto con gli elementari fondamenti di equità che stanno alla base degli elementi costitutivi sia del PD che dei 5Stelle, ma anche perché la sua cancellazione è in grado di liberare risorse che altrimenti dovrebbero essere tolte alla sanità e all’istruzione che, almeno in teoria, hanno priorità assoluta da parte di entrambi i partiti. Un’altra condivisa urgenza dovrebbe essere la lotta all’evasione fiscale.
Oggi questa è possibile, come emerge dal fatto che stanno arrivando nelle casse dello Stato ingenti risorse aggiuntive in conseguenza dell’estensione dell’uso di fatture e scontrini elettronici.  Si tratta di decisioni prese lontane nel tempo ma che, a causa delle incredibili lentezze della nostra burocrazia, hanno potuto dare i loro frutti positivi solo negli ultimi mesi.
Anche se qualcuno pensa che sia un atteggiamento burocratico io continuo a pensare che civiltà, giustizia sociale e democrazia si difendono con le ricevute e che le moderne tecnologie ci permettono finalmente di usare con efficacia questi strumenti di controllo. Non potremo mai vivere in un paese giusto ed efficiente quando un numero crescente di  transazioni economiche vengono eseguite solo a condizione che non vengano rilasciate le ricevute. Data la dimensione di questo fenomeno dobbiamo essere coscienti che se non si cambia registro l’Italia non uscirà mai dal tunnel del debito pubblico.
Più complicato e difficile si presenta l’accordo sugli strumenti necessari per aumentare il tasso di crescita, anche se è facile capire che non si possono distribuire le risorse se prima non sono state accumulate.
Nell’immediato bisogna favorire gli investimenti privati e pubblici. Le misure chiamate 4.0, prima abolite e poi parzialmente ripristinate, debbono essere rimesse in funzione, così come si deve dare esecuzione agli investimenti pubblici necessari per risanare il territorio e per dotare l’Italia  delle vecchie e nuove tecnologie necessarie per assicurare a noi un futuro. Mentre il futuro dei nostri figli è garantito solo dagli investimenti nel capitale umano: scuola e ricerca. Non è ammissibile che, in presenza di un insopportabile tasso di disoccupazione, molte nostre imprese siano obbligate a rallentare il loro cammino per mancanza di mano d’opera specializzata proprio mentre decine di migliaia di giovani sono obbligati ad emigrare perché la loro preparazione non trova sbocco nella domanda italiana, soprattutto nel campo della ricerca, vera Cenerentola del nostro sistema economico.
È evidente che, in questo quadro, la politica ambientale può e deve essere la bussola per orientare verso il nuovo la nostra politica.
Anche su queste decisioni dedicate alla crescita un accordo è possibile, ma non se si procede con ultimatum e ricette già confezionate. Se gli obiettivi sono in molta parte comuni le strade per raggiungerli sono il più delle volte differenti. Non c’è risultato possibile se non si compie uno sforzo per renderle compatibili.
La neonata coalizione di governo può infatti funzionare solo se entrambi i protagonisti sono in grado di comprendere e mettere in atto i cambiamenti necessari per interpretare le sfide del mondo in cui viviamo.
Agire con gli ultimatum significa non avere compreso né le difficoltà dell’Italia né il modo di superarle. È bene quindi ripetere che il governo in pectore può fare del bene al Paese e può durare tutta la legislatura solo se si definiscono con chiarezza e precisione le decisioni da prendere in comune. In un governo di coalizione i nuovi obiettivi comuni si raggiungono prendendo atto dei cambiamenti necessari e non esaltando la propria identità.


Bizarre new feud between Donald Trump and Mike Pence reveals just how far gone Trump truly is

This past week, Mike Pence stopped in Ireland for essentially no reason while on his way to Poland, and made a point of staying in Donald Trump’s hotel in Ireland, just to put some money in Trump’s pocket. It turns out this may not have been a mere attempt at bootlicking on Pence’s part, so much as an attempt at making amends for… we’re not even sure what the story is at this point.
Apparently, Donald Trump and Mike Pence have been feuding behind the scenes for the past year, and the whole thing is basically over nothing – or at least nothing that makes any sense. Trump’s family has supposedly been pushing him to replace Pence on the 2020 ticket, while Trump himself appears to be jealous of the notion that Pence might run for president in 2024, according to a bizarre new report from Yahoo News.

So now we know that the President and Vice President of the United States have spent the past year feuding, instead of focusing on trying to find a way to win in 2020, because the President wants the Vice President to publicly announce that he’s not going to run in 2024. No, really, this is what’s being reported. Here’s the part we can’t figure out.

We all know that Donald Trump has gone completely round the bend. But is he under the delusion that he’s going to somehow magically be given a third term in 2024, and that’s why he wants Mike Pence out of the way? Or is Trump afraid he’s going to lose in 2020, and then Pence is going to run in 2024? Considering that’s Trump’s entire life is falling to pieces, we can’t think of a more delusional thing for him to be obsessed with. Then again, this is guy who just got caught drawing on a hurricane map with a Sharpie so he wouldn’t have to admit he’d made a mistake about where it was headed. (Palmer Report)