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Europee decisive: se non ci mettiamo insieme scompariamo dalla carta geografica


Prodi: “Europee decisive come il voto del 1948. Se non stiamo insieme non ci sarà futuro
“Il sovranismo non permetterà mai un accordo sui migranti. È un’assurda crudeltà. In Libia c’è una guerra folle che dura da tempo e le divisioni dell’Europa pesano. Aiutiamoli a casa loro è una balla assoluta”
Intervista di Fabio Martini a Romano Prodi su La Stampa del 21 gennaio 2019
Nella sua casa di Bologna Romano Prodi, sempre reduce da un qualche viaggio in giro per il mondo, è appena rientrato dalla Macedonia, una delle frontiere del nazionalismo europeo, dove i macedoni sono pronti ad autodefinirsi “del Nord”, pur di chiudere il contenzioso con la Grecia e il Professore commenta: tempo perso dall’Europa
, attardata troppo spesso nel guardare indietro a drammi di secoli passati, anziché avanti. Questa è stata la rovina dell’Europa, che invece si è costruita solo quando si è guardato avanti>.
Lei ha proposto che il 21 marzo si espongano dalle finestre e nelle piazze le bandiere europee, in una sorta di primavera europeista: una proposta rivolta al suo schieramento, ai progressisti?
<Davanti a Stati Uniti e Cina, non avremo un futuro, se non staremo assieme. Quella della bandiera non è una tesi di parte ma è chiamare a raccolta tutti coloro che condividono l’idea di rilanciare un destino comune, chiudendo col passato e preparando il futuro. Una chiamata al centro-sinistra ma anche al campo che era a me avverso: anche nel centro-destra ci sono europeisti. Con loro restano idee diverse sull’Europa sociale e su tanti aspetti, ma non si possono avere idee diverse sulla necessità di un’Europa che torni protagonista>.
Non teme equivoci politici in questo comune sventolio di  bandiere stellate?
momento di unità simbolica
. Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha condiviso  l’idea della bandiera, così come Carlo Calenda che si sta spendendo per una iniziativa elettorale per l’Europa.  Ci sono momenti nei quali una scelta può avviare un processo che segna il nostro futuro: le prossime elezioni Europee sono destinate a richiamare in un contesto più ampio quelle del 1948 in Italia. Chiamano in campo il nostro destino. E ancor prima che essere anti-sovranisti e anti-populisti, dobbiamo essere per l’Europa>
La vera partita in gioco?
scompariamo dalla carta geografica
>.
I populisti sono sulla cresta dell’onda: se non riuscirete a trasmettere il messaggio di un passaggio epocale, non andranno ancora avanti?
mai in grado di risolvere
neppure i problemi che loro stessi denunciano. Prendiamo la questione dei migranti. Il sovranismo non permetterà mai, mai, mai un minimo di accordo. Quella dell’ “aiutiamoli a casa loro” è una menzogna. Non sono in grado e non vogliono attivare nessun piano organizzato in favore dell’Africa, magari con Cina e Stati Uniti. Servono volontà e forti risorse: proprio ciò che loro non destinano a questi obiettivi. >.
Usa e Russia scommettono sulle elezioni Europee per dare un colpo all’Europa?
l’indebolimento dell’Europa
è forte>.
In queste ore sta diventando chiara una inconfessabile strategia della deterrenza rivolta ai migranti: non facciamo entrare nessuno e comunque sappiate che rischiate la pelle avvicinandovi alle coste italiane. Una strategia che non consente eccezioni, altrimenti viene meno la dottrina “pedagogica”?
L’unica possibilità di uscirne
è un risveglio dell’anima umana. E’ assurdo: tutti giocano con le distinzioni giuridiche, differenziando i rifugiati da quelli che muoiono di fame o da quelli che vengono picchiati o seviziati. Riguardo al fatto che questo possa essere un deterrente per altri migranti, non si tiene conto di quanto i trafficanti dicono loro nel momento nel quale li spingono sui gommoni.>.
Gommoni e barconi alla deriva in pieno inverno raccontano di un caos libico sempre più incontrollabile. Nel dopo-Gheddafi si sarebbero potute governare meglio le rivalità tra tribù e quanto pesano oggi le furbizie dei Paesi occidentali?
una guerra folle
che dura oramai da lungo tempo, quasi due anni in più rispetto alla seconda guerra mondiale. Ancora una volta le divisioni europee stanno pesando: ognuno fa i suoi giochini. Fornendo appoggio a questa o a quella fazione. Promuovendo inutili Conferenze internazionali. Continuando il gioco delle influenze, magari fatto anche con intelligenza, con le arti della diplomazia, ma senza il respiro di un dialogo che prepari la pace nell’unico modo possibile: mettendo attorno a un tavolo tutte le tribù libiche>.
In vista delle elezioni Europee Paolo Gentiloni e Carlo Calenda caldeggiano una Lista unitaria: la convince l’idea?
ulivi
europei, anche perché sopra le Alpi gli ulivi non nascono! I partiti dovranno disporsi anche tenendo conto dello sbarramento al 4 per cento. Ma questa non è la priorità. Prioritari sono i drammi di cui abbiamo parlato. Prioritario è il nostro destino storico>.

Sen. Kamala Harris announces 2020 presidential bid



Cari Italiani:
ne sentirete parlare spesso.
Preparata, senatore, avvocato, ministro della giustizia in California, membro del Senate Judiciary Committee e , perche' no?, pure attraente (il che non guasta).

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The California senator — the first African-American to formally enter the 2020 fray — made the announcement on morning television on MLK Day.

Sen. Kamala Harris became the most recent Democrat to join what is expected to be a crowded 2020 presidential primary during a Monday morning television appearance.Anthony Scutro / MSNBC

By Lauren Egan and Benjy Sarlin

WASHINGTON — Sen. Kamala Harris, D-Calif., announced on Monday that she will run for president in 2020, becoming the third senator since December to enter what is likely to be a crowded Democratic primary field.

“I am running for president,” Harris, the first African-American to formally enter the 2020 fray, said on an early-morning Martin Luther King Jr. Day interview on ABC’s “Good Morning America."


“This is a moment in time where I feel a sense of responsibility to stand up and fight for the best of who we are,” she said.

Moments after Harris's television appearance, she tweeted out an announcement video and a link to her campaign website. She also teased a campaign slogan, "Kamala Harris For the People," a nod to her career as a prosecutor.

“Truth, justice, decency, equality, freedom, democracy: these aren’t just words, they’re the values we as American cherish. And they’re all on the line now,” Harris says in the video. “Let’s claim our future.”

In the video, Harris invites viewers to attend a campaign event in her hometown of Oakland, Calif. on Sunday, Jan. 27.

Harris, 54, is unusual among likely 2020 presidential contenders in that she entered the national spotlight largely after President Donald Trump’s election.

With a high-profile perch on the Senate Judiciary Committee, she earned a following among Democrats for her methodical cross-examinations of the administration’s cabinet and judicial nominees, especially during Justice Brett Kavanaugh’s closely watched confirmation process.

On policy, she has tacked toward the progressive end in the Senate, including signing onto a Medicare For All bill backed by Sen. Bernie Sanders, I-Vt. Her own legislation includes the LIFT Act, which would create a monthly tax benefit as high as $500 for working families, and a bill with Sen. Rand Paul, R-Ky., that would encourage states to reform their cash bail system.

Harris has also put a heavy emphasis on immigration, including calling on Homeland Security Secretary Kirstjen Nielsen to resignafter changes to administration policy led authorities to separate children from their parents at the border.

And in her recently published memoir, The Truths We Hold: An American Journey, Harris recounts her upbringing as the daughter of an Indian mother and a Jamaican father, both of whom immigrated to the United States to pursue degrees at University of California at Berkeley.

As a career prosecutor, Harris won her first campaign in 2004 for San Francisco district attorney. She then went on to serve as California attorney general before winning a Senate seat to replace Barbara Boxer in 2016.

However, her past legal career is likely to come under scrutiny in the Democratic primary, where voters have grown more skeptical of law enforcement amid a wave of activism centered on police misconduct and racial disparities in the justice system.

Harris has described herself as a “progressive prosecutor” who spent her career focused on addressing systemic inequality, improving relationships between police and minority communities, and protecting marginalized groups from hate crimes.

“It is a false choice to suggest that communities don't want law enforcement. Most communities do,” Harris told ABC Monday morning, adding that “our system of justice has been horribly flawed.”

But not everyone is convinced that Harris can transcend her tenure as California’s chief law enforcer.

She has faced recent criticism from the left for her push to criminalize parents whose children skip school and her decision to defend the state’s death penalty in court despite her personal opposition to capital punishment.

Harris is expected to headquarter her campaign an hour north of Washington in Baltimore, Maryland. Juan Rodriguez, who managed Harris’ 2016 senate campaign, is expected to serve again as her campaign manager.



Democrats 'like' it: The secret to Ocasio-Cortez's social media success


"We've just never had someone who matches both our demographics and our politics."


Rep.-elect Alexandria Ocasio-Cortez, a freshman Democrat representing New York's 14th Congressional District, takes a selfie with Rep. Ann McLane Kuster, D-N.H., right, and Rep. Barbara Lee, D-Calif., on the first day of the 116th Congress on Jan. 3, 2019.J. Scott Applewhite / AP


Jan. 20, 2019, 7:39 AM EST
By Alex Seitz-Wald

WASHINGTON — Less than three weeks after being sworn in as the youngest woman ever elected to Congress, Alexandria Ocasio-Cortez already has more Twitter followers than Speaker Nancy Pelosi, more interactions than Barack Obama, one of C-SPAN's most-watched congressional floor speeches of all time and a ubiquitous nickname that doubles as her Twitter handle — "AOC."

Democrats want to learn from her, Republicans want to destroy her and many in Washington fear being "dunked on" by her. The 29-year-old House freshman from New York is showing her older peers what the future of politics might look like once the digital natives like her take over, for better or worse.


"We've just never had someone who matches both our demographics and our politics," said Waleed Shahid, who worked on her campaign and is the communications director of the left-wing group Justice Democrats. "Bernie (Sanders) matches our politics, but he doesn't match our demographics."






Democrats were not exactly thrilled when Ocasio-Cortez ousted the veteran lawmaker in line to be their next speaker in a Democratic primary last year and marked her first day on Capitol Hill by joining a sit-in in Pelosi's office. But increasingly, if begrudgingly, they seem to have concluded, "If you can't beat 'em, join 'em."

Party leaders tapped Ocasio-Cortez to lead a social media training for her House colleagues last week, and presidential candidates seem to be cribbing from her cooking-while-Instagraming playbook, broadcasting themselves cracking beers in their kitchens, getting a dental cleaning and other vignettes of their daily lives.

"This shift is exciting to us as it demonstrates an understanding by these campaigns that the more authentic and native their digital content feels, the more online audiences are likely to engage with it," the Democratic digital firm ACRONYM wrote in a newsletter alerting subscribers to the trend of "the 'casual' campaign video."

After all, politicians are in a sales business. Their product is themselves and their ideas but many voters aren't buying it because of the carefully controlled way they've been pitched for years.

"People have exquisitely well-developed bullshit meters," said Rep. Jim Himes, D-Conn., who helped led the social media seminar with Ocasio-Cortez last week. "Almost every real tweet is going to involve a little bit of risk. It's going to be a little bit of opening the kimono into a member's private life, because a little bit of risk is authentic."

Himes, a white 52-year-old Goldman Sachs alum who chairs the centrist New Democrat coalition, looks and sounds very different from Ocasio-Cortez, a Bronx-born Latina Democratic Socialist.


Incoming Representative Alexandria Ocasio-Cortez waits for a House of Representatives member-elect welcome briefing on Capitol Hill on Nov. 15, 2018.Yuri Gripas / Reuters file

But Himes said he and Ocasio-Cortez, who did not respond to an interview request, both offered similar social media advice to their colleagues, whom he acknowledged have a lot of catching up to do.

"We were both trying to hammer home this message of, 'Speak like yourself, be a human,'" said Himes. "Anything you can do to close the gap between the blow-dried, poll-tested, bullet-pointed politician and the people."

That doesn't mean mimicking Ocasio-Cortez — "You don't need be hip, in fact it's probably disastrous to be hip," Himes quipped — but rather, as the age-old dating advice goes, being yourself.

So while Ocasio-Cortez posts videos of herself dancing and switching from flats to heels on the subway, Himes shares photos of him tapping maple trees for their syrup and sampling his home brewed mead.

John Dingell, the 92-year-old former Michigan congressman, and Chuck Grassley, the 85-year-old current Republican senator from Iowa, have both built followings on Twitter by leaning into their get-off-my-lawn personas. Grassley once declared to the world, "I now h v an iphone," while Dingell pondered the Kardashians.

I conti non tornano: se non li aggiusta questo governo, toccherà presto al prossimo

(di Romano Prodi per Il Messaggero)

Ogni volta che un’istituzione pubblica esprime un giudizio fondato sui dati di sua specifica competenza, tale giudizio non solo viene regolarmente contestato dalle autorità di governo ma è accompagnato dall’accusa di essere frutto di un perverso disegno politico. Non ci sorprendiamo quindi che le previsioni della Banca d’Italia sullo sviluppo economico italiano del 2019 siano state subito seguite da un tentativo di delegittimazione nei confronti della banca stessa.

Siamo infatti ormai abituati ad assistere all’attacco contro tutte le istituzioni indipendenti, che pure sono una garanzia per ogni sistema democratico. E gli attacchi di solito continuano fino a che i responsabili di questi organi non sono sostituiti da persone rigorosamente fedeli al governo, che li trasforma da strumenti di garanzia in semplici esecutori di comandi. Alla fine di questo processo ci mancheranno del tutto gli strumenti di controllo ed equilibrio (check and balance) che sono il presidio di ogni democrazia. Strumenti che sono già così fragili in Italia.
Naturalmente anche la Banca d’Italia può sbagliare le previsioni e credo che questa volta le abbia proprio sbagliate. Prevedendo uno sviluppo dello 0,6% la nostra banca centrale, con i dati oggi esistenti, ha probabilmente peccato per eccesso di ottimismo.

Già nel numero speciale di dicembre del Messaggero, tenuto conto dei dati che ci pervenivano dall’estero e delle previste conseguenze delle manovre in corso, ritenevamo probabile una crescita solo dello 0,5%. I numeri che sono in seguito arrivati ci obbligano ad essere ancora più prudenti. La contrazione della produzione industriale tedesca non si limita al settore delle automobili e rende più generale la frenata. Lo stesso sta accadendo per la produzione e il commercio estero cinese. In entrambi i casi siamo ai livelli più bassi degli ultimi anni. L’Italia, a sua volta, ha accentuato il rallentamento del proprio cammino, aggiungendo al deterioramento del quadro internazionale gli effetti della caduta degli investimenti e dei consumi interni.

Le contraddizioni e le incertezze delle decisioni governative hanno impresso un robusto segno meno agli investimenti sia in conseguenza del rinvio di decisioni già programmate sia per la cancellazione di nuove scelte. La fine dei programmi di superammortamento ha fatto il resto, ma è soprattutto il crollo della fiducia degli investitori che obbliga a una più realistica previsione degli andamenti futuri degli investimenti, che ancora restano un fondamentale strumento di sviluppo. Riguardo alla stagnazione dei consumi si potrebbe obiettare che questa è conseguenza diretta dello scarso potere d’acquisto ma emerge dai dati statistici che essa è però accompagnata da una crescita sostanziosa dei risparmi. Se si ha paura per il domani, anche un andamento positivo delle disponibilità finanziarie può non aiutare la crescita dell’economia e dell’occupazione.

Questo vale naturalmente anche per il reddito di cittadinanza, che potrà produrre effetti positivi limitati se non sarà accompagnato da misure capaci di creare fiducia.
Tutte queste constatazioni non possono che portare ad una futura revisione delle decisioni recentemente adottate riguardo al bilancio pubblico. Una crescita che sembra avviarsi verso il tetto massimo dello 0,5% richiede infatti almeno tre miliardi di euro di risorse aggiuntive rispetto alle previsioni precedenti. Tenendo conto del fatto che i faticosi equilibri dell’attuale finanziaria sono stati ottenuti in buona parte rinviando le spese aggiuntive fino alla vigilia delle elezioni europee, è doveroso preparare presto le necessarie misure correttive. Compito non facile dato che la spesa aggiuntiva che rende impossibile il prolungamento del precario equilibrio raggiunto, è soprattutto frutto della misura più popolare, cioè la sostanziosa anticipazione dell’età di pensionamento. L’infamata legge Fornero, pur rivedibile in alcune parti, aveva preparato un equilibrio di lungo periodo nel capitolo della nostra spesa pubblica che più si discosta dagli altri Paesi dell’Unione. Oggi quell’equilibrio non c’è più e i partner europei si preoccupano soprattutto perché il peso delle pensioni progredirà in modo crescente, rendendo sempre più complicati i nostri aggiustamenti futuri.

Credo quindi che l’intero governo debba ringraziare la Banca d’Italia proprio perché, anche se con una sfumatura di incoraggiante ottimismo, ha suonato col dovuto anticipo un opportuno campanello d’allarme per un esecutivo che, ormai, può sempre meno imputare ai suoi predecessori le conseguenze delle proprie decisioni. Il suono di questo campanello è chiaro: i faticosi equilibri raggiunti non possono in ogni caso superare l’autunno ed è quindi indispensabile che il governo si prepari con il dovuto anticipo a questo appuntamento, a meno che non pensi che tali nodi debbano essere affrontati da un altro governo.

Impeachment talk grows louder after report Trump told Cohen to lie to Congress


By Dartunorro Clark

Calls for President Donald Trump's impeachment grew among Democrats after a report on Thursday said he directed his former lawyer Michael Cohen to lie to Congress about negotiations to build a Trump Tower in Moscow.

BuzzFeed News on Thursday evening reported that Cohen told special counsel Robert Mueller the president personally instructed him to lie to Congressional investigators in order to minimize links between Trump and his Moscow building project, citing two federal law enforcement officials involved in an investigation of the matter. The report also alleged that Cohen was directed to give a false impression that the project had ended before it actually did.

NBC News has not independently confirmed this report.

Rep. Adam Schiff, D-Calif., the chairman of the House Intelligence Committee, called the allegation the “most serious to date” Thursday evening and said that his committee would look into the matter.

Rep. Adam Schiff, D-Calif., who is part of a Congressional delegation scheduled for an overseas trip, speaks to members of the media on Thursday. Alex Wong / Getty Images

“The allegation that the President of the United States may have suborned perjury before our committee in an effort to curtail the investigation and cover up his business dealings with Russia is among the most serious to date,” Schiff said in a tweet. “We will do what’s necessary to find out if it’s true.”

The White House has referred inquiries to the outside legal team. Rudy Giuliani, the president’s personal lawyer said in a statement to NBC News on Friday that, "If you believe Cohen I can get you a great deal on the Brooklyn Bridge."

BuzzFeed News reported that the special counsel’s office learned about Trump directing Cohen to lie through interviews with multiple witnesses from the Trump Organization. The special counsel also obtained internal company emails, text messages and other documents, the report said.

Cohen, 52, pleaded guilty in federal court in November to a single count of making false statements to Congress about the project. He admitted to making several significant lies to the Senate Select Committee on Intelligence last year about Trump's Moscow project, including testimony that the project had ended in January 2016 because of "business reasons.”

Former attorney general Eric Holder said in a tweet on Friday that if the report is true, Congress should jump start impeachment proceedings.

"If true - and proof must be examined - Congress must begin impeachment proceedings and Barr must refer, at a minimum, the relevant portions of material discovered by Mueller. This is a potential inflection point," he said.





“L’Italia non gli crede più, sarà un fallimento totale”

di Gianluca Roselli | (da Il Fatto Quotidiano)

Il 18 gennaio 1994, nello studio del notaio romano Francesco Colistra, veniva depositato l’atto costitutivo del movimento politico Forza Italia. Soci fondatori sono Silvio Berlusconi, Antonio Tajani, Luigi Caligaris, Antonio Martino e Mario Valducci. La mente, il cervello politico dell’operazione, è però Giuliano Urbani, politologo, professore universitario. Suo era il compito di stendere il programma e infondere nel nuovo partito quelle idee liberali cui il Cavaliere diceva di ispirarsi. Sono passati 25 anni.

Professor Urbani, Berlusconi si ricandida…

Un’operazione che non ha alcun senso politico. Lo dico con amarezza, ma ormai l’ex premier ha esaurito la sua funzione storica. Ha dato le carte per vent’anni, è durato anche più del previsto, ora basta. La sua ridiscesa in campo sarà un insuccesso totale. Gli italiani non gli credono più.

Secondo lei, perché lo fa?

Siamo di fronte a una persona con un ego smisurato. Per lui, gli altri è come se non esistessero. Credo voglia dare sfogo alla sua ambizione personale: pensa ancora di poter contare qualcosa sulla scena politica. E forse di poter difendere meglio le sue aziende.

La stessa motivazione del 1994, quando scese in politica per salvare le aziende.

Di sicuro questo elemento era presente, ma salvando se stesso e le sue aziende, Berlusconi pensava anche di salvare il Paese e di cambiarlo in senso liberale. Poi, purtroppo, col tempo ha prevalso l’interesse personale su quello collettivo. Come molti imprenditori, Berlusconi era liberale nel senso che voleva essere libero di fare come gli pareva. Gli imprenditori, diceva Luigi Einaudi, hanno una visione mefistofelica del liberalismo.

Per questo fallì la famosa rivoluzione liberale?

Sì, ma anche perché nel centrodestra s’imbarcarono personaggi che non avevano nulla a che fare con quelle idee: Fini, Bossi, Casini… Poi Berlusconi fece due errori clamorosi.

Quali?

Innanzitutto non si adoperò mai per una legge elettorale umana, in senso maggioritario, come il doppio turno di collegio. Poi, nonostante la lotta politica con la sinistra, avrebbe dovuto costruire dei ponti con alcuni suoi leader per avviare un dialogo sulle riforme che poteva essere decisivo. A fine anni 90, per intenderci, a fare il commissario europeo si doveva mandare Giorgio Napolitano, non Emma Bonino.

Cosa ricorda dei giorni della discesa in campo?

Un grande entusiasmo, la voglia di fare qualcosa di utile per il Paese, di salvarlo dalla vittoria annunciata della sinistra; la consapevolezza di voler costruire un movimento del tutto nuovo e diverso dagli altri. Vi ho aderito con assoluta lucidità. E ho continuato a crederci, fino al 2005. Poi me ne sono andato.

Lei lasciò la poltrona da ministro dei Beni culturali nel 2005 (secondo governo Berlusconi). Il suo posto fu preso da Rocco Buttiglione.

Non mi sentivo più parte di quel modo di fare politica. Il progetto del grande partito liberale di massa era fallito. Berlusconi e Gianni Letta provarono a convincermi a restare, senza successo.

Oggi Forza Italia, seppur molto indebolita, resiste intorno al 10%…

Perché, di fronte a un sempre più ridotto elettorato di centro che guarda a destra, ha ancora una veste presentabile, a differenza della Lega che, solleticando gli istinti più beceri e populisti, presentabile non è. A parte questo, dal 1994 è rimasto solo il nome: ormai è un partito morto, finito. Senza Berlusconi, si sgretolerebbe in due ore.

Non ha trovato un delfino.

Perché Berlusconi non l’ha mai voluto: lui vuole comandare in totale solitudine. E si è circondato solo di yesmen. Ma poi, guardi, in realtà Berlusconi detesta la politica: la vita di partito, la competizione sul territorio, la gestione delle alleanze, sono cose che lo annoiano moltissimo. Per questo FI è una creatura a sua immagine e somiglianza che finirà con lui.




Ted Lieu throws down the impeachment gauntlet


We learned on Thursday night that Donald Trump instructed Michael Cohen to lie to Congress under oath about Trump Tower Moscow, and that Special Counsel Robert Mueller has the evidence to prove it. This has quickly sent the narrative about Trump’s ouster in a whole new direction.

Democratic Congressman Ted Lieu is a former prosecutor who sits on the House Judiciary Committee. This is crucial, because that’s the committee where the impeachment process begins. So when someone like Lieu begins talking openly about impeachment, it’s best to listen.

Here’s what Ted Lieu had to say: “Based on the Buzzfeed report and numerous other articles showing Donald Trump committed Obstruction of Justice and other possible felonies, it is time for the House Judiciary Committee to start holding hearings to establish a record of whether POTUS committed high crimes.”

High crimes is an obvious reference to the constitutional bar set for impeachment. Ted Lieu then went on to retweet someone who said that impeaching Donald Trump is a “necessary step.” Congressman Joaquin Castro, who sits on the powerful House Intelligence Committee, is calling for Trump to resign or be impeached. (Palmer Report)
Sutop (Thriller) Capitolo 12
Leo Rasco

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale
Any Resemblance To Real Persons Or Actual Facts Is Purely Coincidental





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Hardy Recreation Center, 500 Q street. Siamo in una delle zone più eleganti di Washington.

7:00 del mattino del secondo martedì del mese di novembre.

Il giornalista della MSNBC armato di microfono e con alle spalle il cameraman si avvicina alla gente che ha già creato una fila che arriva fino in fondo alla strada.

Centinaia di persone che attendono pazientemente il loro turno per votare, armate di ombrelli, impermeabili, cappucci e cappelli di vario genere.

Sta piovigginando e le previsioni meteo hanno detto che vi è il pericolo di una consistente pioggia ghiacciata.

I mezzi del governo Dc hanno già sparso il sale nella maggior parte delle strade comunali. Ma, come tutti sanno, la pioggia ghiacciata è il maggior pericolo per una città come Washington.

"Da quanto è qui in fila ad aspettare il suo turno?", chiede il giornalista ad un giovane sui trent'anni attaccato al cellulare.

"Sarà una mezz'ora, mi pare"-risponde il giovane armato anche di un bicchierone di caffè fumante nonostante il tappo.

"Le sembra questa una elezione corretta, visto che c'è un solo candidato, l'attuale presidente Albert Smith, che ha già fatto due turni e adesso chiede il voto per ribaltare la Costituzione e farne un terzo…?" domanda il giornalista.

"Albert Smith è una gran brava persona, chiede di essere aiutato a risolvere i problemi di questa nazione e il mio impegno come cittadino è proprio quello di dargli una mano…" risponde il giovane un po' piccato.

Le persone intorno a lui scuotono la testa in senso di approvazione.

"Ha proprio ragione! Siamo qui perché dobbiamo esercitare il nostro diritto di scelta come cittadini. E lo facciamo nonostante il tempo schifoso…" si inserisce una donna che tiene per mano una bambina.

"Ma questa non è una elezione… È un referendum-insiste il giornalista-Qualcuno mi sa dire quando c'è stata una elezione negli Stati Uniti con un solo candidato senza oppositori…?" chiede il giornalista.

"Io non lo so, o meglio non me lo ricordo…," dice un anziano intabarrato in una giacca a vento con cappuccio.

"Ma comunque lei è venuto qui per provocare? Questa è una democrazia nella quale è il popolo che decide chi deve guidare la nazione, o deve continuare a guidarla perché siamo messi molto male… E comunque, visto che lei è così informato sui precedenti storici ci dica quando vi è stata una elezione con un solo candidato…"

La gente intorno ha fatto capannello pur rispettando il turno per entrare dentro la palestra dove è allestito il seggio elettorale con la possibilità di votare su carta o sul monitor di uno dei tanti cubicoli allestiti all'interno.

"1789, George Washington che non voleva essere eletto presidente e accettò solo dopo molte insistenze. E poi 1792. Anche in questo caso George Washington era l'unico candidato e fu costretto nonostante la salute malferma a ricoprire ancora per un mandato l'incarico di presidente perché i repubblicani stavano minando quanto da lui fatto con gravi sacrifici."

"Questo significa che Albert Smith si trova in buona compagnia con George Washington…" rispose un'anziana che si appoggiava al passeggino ed era sorretta da una badante.

Il giornalista televisivo scorre lungo la fila e si ferma di fronte a una coppia di giovani impegnati a sbaciucchiarsi.

"Chiedo scusa se interrompo le vostre effusioni pubbliche. Siete molto belli… Avete un futuro di fronte a voi tutto da gestire… Come sarà possibile se l'attuale presidente Albert Smith instaurerà una dittatura, come già dichiarato pubblicamente, in pratica violando la legge suprema e assumendo ogni potere nella gestione della cosa pubblica?"

Risponde il giovanotto mentre la ragazza lo guarda ammirata con occhi di triglia:

"Ha presente un'automobile, non una di quelle a guida autonoma, ma vecchio stile manuale? Bene: secondo lei è possibile guidare la vettura lasciando ad altri il volante mentre io alterno i piedi sui pedali? Ecco, bisogna lasciare a Albert Smith volante e pedali per farci condurre verso una destinazione precisa, evitando le curve a trabocchetto, riappacificando una nazione che vive ora solo sull'odio generalizzato… Funziona l'esempio?"

Applauso prima timido poi piu' convinto di molti dei presenti che sono riusciti a sentire la conversazione.
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Geremia Maldonado, noto politologo, intervistato dalla televisione italiana.

"La popolazione americana secondo gli ultimi dati del Census è di 326 milioni di abitanti.

Di questi gli aventi diritto al voto sono 220 milioni.

Siccome per votare in America alle elezioni presidenziali bisogna essere registrati, il numero dei potenziali votanti è di circa 160 milioni.

In tutte le passate elezioni la percentuale di effettiva partecipazione al voto è stata sempre inferiore al 60% di coloro che sono registrati.

Questo significa che l'uomo più potente del mondo, ovvero il presidente degli Stati Uniti, (almeno fino a ieri) è eletto da non più di 60 milioni di persone.

Sarà interessante vedere in questa elezione se vi sarà un plebiscito che cancellerà le precedenti esperienze presidenziali a favore di Albert Smith e del suo terzo mandato quale presidente degli Stati Uniti, abolendo ogni vincolo costituzionale e ritagliandosi una icona di potere che non trova uguali nei quasi trecento anni di vita della democrazia americana.

Le lunghe file ai seggi elettorali in tutti i cinquanta Stati, nonostante in alcune aree della nazione continente le condizioni meteorologiche siano andate peggiorando, fanno presagire che queste elezioni presidenziali saranno in effetti un plebiscito a favore dell'unico candidato, Albert Smith.

In questo caso il nuovo presidente degli Stati Uniti, per meglio dire, il vecchio riconfermato, si unirà al novero degli altri presidenti assolutisti a cominciare dalla Cina, proseguendo con Russia, Egitto, Turchia, Venezuela, Filippine, eccetera.

In America milioni di persone stanno consegnando la propria vita e quella dei loro cari nelle mani di un solo uomo di 63 anni, reduce da una brutta esperienza cardiovascolare la cui cartella sanitaria non sarà mai resa pubblica soprattutto dopo queste elezioni attualmente in corso.

Le ore che ci separano dalla dichiarazione dei dati definitivi di questa elezione presidenziale americana avranno un impatto molto significativo su tutte le altre nazioni a cominciare da quelle dell'Unione Europea nelle quali da tempo serpeggiano ipotesi sovraniste e tentativi di assunzione del potere da parte di individui decisi a smantellare il sistema democratico che si basa sulla triplice coesistenza del potere giudiziario, legislativo, esecutivo."

Sui televisori degli italiani, ma non solo perché le elezioni presidenziali statunitensi erano seguite in tutto il mondo nonostante i diversi fusi orari, cominciarono ad apparire i primi exit polls che andavano confermando la valanga di voti per la riconferma alla Casa Bianca di Albert Smith per altri quattro anni (almeno).
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Messaggio a reti unificate di Albert Smith.

"Carissimi fratelli e sorelle americani, il consenso pari all'85% dei votanti rappresenta un'incredibile picco di democratica volontà del quale vi sono estremamente grato.

Ma sono grato anche a quel 15% che ha votato contro la mia conferma per un terzo mandato e sono grato anche a coloro che, sia pure in limitata misura rispetto ad altre elezioni presidenziali, hanno deciso di disertare le urne.

Il messaggio che avete mandato attraverso questa consultazione elettorale è forte e chiaro.

Voi riponete la vostra fiducia come singoli nelle mani di un vostro connazionale al quale attribuite poteri per traghettare al di fuori delle rapide questa nostra amata America.

Chi avete scelto per questo compito sente dentro di sé il peso terribile della responsabilità che gli avete attribuito.

Ma il vostro messaggio deve essere ulteriormente esplicitato: il vostro presidente non è un mago e non ha una bacchetta magica con la quale gli sarà possibile risolvere d'incanto le problematiche in cui ci dibattiamo.

Il vostro presidente ha bisogno di voi, soprattutto di voi, della vostra collaborazione come singoli individui che si muovono in un contesto sociale animato da una incredibile volontà di riaffermazione personale e collettiva.

La responsabilità che mi avete attribuito prevede che vi saranno disagi e limitazioni della libertà personale di ognuno di voi al fine di concretizzare in termini brevi svolte importanti nella gestione e amministrazione della nostra politica interna, della nostra politica estera, della amministrazione della giustizia, della autonomia dei singoli Stati.

Il Cincinnato che avete confermato alla Casa Bianca potrà lavorare per voi solo finché voi gli confermerete il vostro supporto.

Appena questo verrà a mancare, Cincinnato tornerà 'a lavorare nei campi' come il suo predecessore nel 450 avanti Cristo.

Che Dio benedica l'America, Voi, fratelli e sorelle e le vostre famiglie."
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"Amore mio, che successo! Sei stato fantastico…"

Eleonora si era sdraiata accanto al suo Albert abbracciandolo teneramente.

Albert Smith cercava di allentare la tensione.

Si era disteso sulla moquette della Oval Room dopo aver premuto il pulsante che imponeva di non disturbarlo.

Albert Smith si era sbarazzato della giacca e della cravatta e tuffava il volto sul grembo della affascinante first-lady.

"Che Dio mi aiuti, Eleonora. Ma soprattutto aiutami tu, stammi sempre più vicina, tu sei la mia roccia, il mio amore per te è infinito, ho bisogno di te perché mi hai drogato con la tua bellezza  e la tua intelligenza.……"

L'euro è stato la salvezza dell' Italia

Alessandro Graziani per “il Sole 24 Ore”

«L'euro è stato la salvezza dell' Italia. Che Paese saremmo oggi se 20 anni fa fossimo rimasti con la lira? Simili all'Egitto, finanziariamente. Criticare l'euro è da folli anche se è vero che la moneta unica, come l'Europa, è un'incompiuta». Carlo De Benedetti, 84 anni, uomo di impresa e di finanza, è europeista da sempre. Il suo network di relazioni internazionali lo ha portato a essere amico, tra gli altri, di Jacques Delors, uno degli architetti della costruzione europea. E proprio da qui parte l' intervista al Sole 24 Ore sui 20 anni della moneta unica europea.

La nascita dell' euro è stata una fuga in avanti in un edificio europeo ancora da costruire?

Ero molto legato a Jacques Delors, ricordo che una sera a cena a Bruxelles sostenevo che il progetto della moneta unica senza un supporto istituzionale mi sembrava un azzardo. Mi spiegò che si trattava di un azzardo necessario perché la politica, da sola, non avrebbe mai avuto il coraggio di procedere all'integrazione europea. Lanciare la moneta avrebbe accelerato il processo di unificazione. Delors aveva ragione, anche se poi bisogna ammettere che l'euro è rimasto incompiuto per la mancanza di iniziativa politica verso una maggiore integrazione europea.

L'euro e l'Italia. Fu un bene entrare?

L'euro è stato la salvezza dell' Italia. Pensi a cosa sarebbe avvenuto nel nostro Paese se fossimo rimasti fuori dalla moneta unica. Svalutazioni della lira ogni due anni? Un disastro. Dal punto di vista finanziario avremmo fatto la fine dell'Egitto. Ricordo che Ugo La Malfa, ben prima che si parlasse dell' euro, ripeteva sempre che «dobbiamo rimanere avvinghiati con le unghie alle Alpi».

All'epoca c'era chi sosteneva che fosse meglio se l'Italia fosse entrata in un secondo momento. Lei che opinione aveva?

In linea di principio, l' idea che l'Italia entrasse nell'euro in una seconda fase non era sbagliata. Ma non potevamo essere i soli a restare fuori e la Spagna non ci aiutò. Ho avuto occasione di riparlarne poco tempo fa in Andalusia con l'allora premier spagnolo José Maria Aznar. Prodi andò a Madrid e gli chiese di rinviare insieme l'entrata nell' euro ma Aznar rifiutò. Ricordo che Prodi rientrò a Ciampino in tarda serata e convocò una riunione d'urgenza. Furono momenti drammatici, l'Italia non poteva essere l'unico Paese avanzato del Continente a restare fuori dall'euro.

Tremonti sostiene che l'Italia entrò nell'euro per volontà della Germania. E in particolare degli industriali tedeschi, che temevano di perdere competitività. È d'accordo?

No. Ricordo benissimo che all'epoca in Italia tutta la classe dirigente e politica voleva entrare nell'euro. Lo voleva Gianni Agnelli, lo voleva l' establishment, la Confindustria. È vero invece che poi la Germania ha beneficiato più dell'Italia dei vantaggi dell'euro. Ma la colpa è solo nostra, non abbiamo mai fatto le politiche per migliorare la produttività a differenza di Berlino dall' era Schröder in poi. E si è trascurato il fatto che i salari non hanno mantenuto il potere d'acquisto, creando nuovi poveri e nuove ingiustizie.

I cittadini sono in maggioranza a favore dell' euro, ma criticano "questa" Europa. Lei ha citato la perdita di potere d' acquisto che ha colpito la classe media e i ceti più poveri. Lo si vede anche in Francia con la rivolta dei "gilet gialli". Le élite europee si sono dimenticate dei popoli?

Il caso francese è diverso, non è una protesta contro l'Europa ma contro Macron che ha commesso vari errori come togliere l'imposta sui patrimoni in un periodo di disuguaglianze. Quanto alle élite europee, credo che sia necessaria un' autocritica. Negli ultimi 20 anni siamo stati tutti troppo innamorati della globalizzazione e delle nuove tecnologie.

Tenendo in scarsa considerazione i danni che questa combinazione di fattori avrebbe avuto sulla classe media e in generale sui lavoratori. Politicamente, la responsabilità di questa accettazione acritica della globalizzazione è da attribuire a Blair e al blairismo che ha contagiato la sinistra europea.

Torniamo all'euro. La moneta unica ha rischiato di saltare nel 2011, sotto l'attacco della speculazione internazionale, anche per colpa della crisi italiana. È una moneta fragile?

L'euro è zoppo e incompiuto e lo resterà finché non vi sarà un rafforzamento della costruzione europea. In quel periodo la speculazione constatò che c'erano difficoltà e fece il suo mestiere. L'euro ha rischiato ed è stato salvato da Mario Draghi con l'attivazione del quantitative easing e il dispiegamento di forze dell' arsenale della Bce. Merito a Draghi che, salvando l'euro e l' Europa, ha salvato anche l'Italia.

In Italia c'è chi sostiene che l'attacco all'euro di quel periodo fosse parte di un "golpe finanziario" per far cadere il governo Berlusconi? Che ne pensa?

Ma quale golpe. Il governo Berlusconi era totalmente delegittimato presso tutte le cancellerie europee, l'Italia era allo sbando, tutti ricordano i risolini a Nizza di Merkel e Sarkozy nei confronti di Berlusconi che era ormai diventato un clown della politica.

Guardiamo al futuro. Le prospettive dell'euro sono strettamente connesse a quelle di un'Europa in cui crescono i movimenti politici sovranisti. Le prossime elezioni di maggio saranno uno snodo decisivo per la storia?

La costruzione europea è in evidente difficoltà ed è possibile che con le prossime elezioni il primo raggruppamento parlamentare a Bruxelles sia di impostazione sovranista. Mi auguro che il Partito popolare europeo non pensi di blandire i sovranisti, arrivando a qualche tipo di alleanza. Lo considererei un errore della portata di quello del primo ministro britannico Chamberlain che nel 1938 pensò di ammansire Hitler.

Ricordiamo che nel '900 in Europa abbiamo vissuto due guerre devastanti che sono nate da scontri tra nazioni. Nel Dopoguerra con saggezza chi governava ha creato organizzazioni sovranazionali in Europa, partendo nel 1951 dalla Commissione per il carbone e l'acciaio, proprio per evitare i contrasti tra le nazioni. Non so quanto tempo servirà, ma bisogna aspettare che passi il vento sovranista.

Paura o rabbia


Alberto Pasolini Zanelli

Da poco più di ventiquattro ore l’America, anche quella che si interessa poco di politica, è presa alla gola dalla paura o dalla rabbia. È la prima volta che questo Paese, soprattutto da quando – ed è tanto tempo – è diventato la Superpotenza, si trova confrontato con una crisi che non è più soltanto di linea politica o di onestà personale del suo leader, bensì dallo spettacolo del suo leader incolpato di quello che sarebbe un crimine di lesa patria. In caso contrario, tuttora il più probabile, gli Stati Uniti si vedrebbero smascherati in una crisi istituzionale. Senza precedenti. Viene a cadere anche il paragone invocato con più frequenza dagli accusatori: la vicenda che condusse nel 1974 all’impeachment del presidente Nixon. Quello era stato accusato probabilmente a ragione, di aver detto bugie nel difendersi da accuse di secondo o terzo rango. Questo suo successore è già, perfino da prima di essere eletto, un catalogo di sospetti e colpe da riempire un volume. Alcune accuse sono politiche e, a parte la scelta insolita dei vocaboli, lecite e “costituzionali”: dalla insistenza sul progetto di costruire un muro gigantesco alla frontiera col Messico per regolare o impedire l’afflusso di immigranti illegali; una contesa che ha portato a conseguenze praticamente inaudite come la “chiusura del governo” (da parte di Trump) e la conseguente paralisi di molte attività anche necessarie e urgenti e alla “scomparsa” da quasi un mese ormai degli stipendi di gran parte degli impiegati federali (l’equivalente degli statali nei Paesi europei).

Questo scontro è però fra la Casa Bianca e il Congresso e quindi rientra nella dialettica politica e potrebbe essere bilanciata dalle notizie persistentemente buone sull’andamento dell’economia nazionale. Con una “scorta” di altre polemiche in buona parte fondate su gesti e parole da parte di Trump difficilmente spiegabili e sovente contraddittorie. In questi angoli Trump è spesso sospinto e alcuni di questi potrebbero innescare il meccanismo dell’impeachment o addirittura costringerlo alle dimissioni.

Ma tutte queste “battaglie” scompaiono di fronte alla “guerra totale” che scaturisce da un’accusa: quella di aver, già durante la campagna elettorale ma anche in due anni di potere alla Casa Bianca, “trescato” con l’altra “superpotenza” del pianeta e personalmente con il suo leader Vladimir Putin più volte sospettato e accusato di azioni illegali per cui il suo Paese è stato ed è tuttora oggetto di rappresaglie soprattutto economiche ma anche di accresciute pressioni militari, decretate in gran parte dagli Stati Uniti. Che un esponente di una Potenza agisca in modo difforme o contrastante con la politica condotta e proclamata dal proprio Paese può ancora accadere, anche se di rado. Ma che sia il capo dello Stato, che ha più poteri e dunque doveri di qualsiasi primo ministro in altri Paesi e che è l’uomo più potente del pianeta è accusa davvero senza precedenti e di scarsa credibilità. Trump non è “innocente”: ha preso più di una decisione di discutibile legalità costituzionale (nella maggioranza dei casi poi ritirandole o cancellandole), ma soprattutto ha compiuto o proclamato scelte avversate dal Congresso ma anche e soprattutto da centri di potere. Il penultimo esempio è il suo ordine alle truppe americane di ritirarsi dalla Siria, dove si trovano da anni e dove hanno contribuito alla sconfitta del regime dell’Isis. C’è chi approva ma c’è soprattutto chi protesta, apertamente nei ranghi dello Stato maggiore (cui Trump ha concesso un rinvio di qualche mese) e dall’opposizione politica incentrata sul Partito democratico ma includendo la dissidenza di molti esponenti repubblicani ma anche di centri di potere economico, dalla gestione del petrolio mediorientale alle pressioni di quel complesso “militare-industriale” già denunciato e deprecato dal presidente Eisenhower, il “generalissimo” vincitore della Seconda guerra mondiale.

Ma le accuse oggi rilanciate superano ogni precedente. A Trump si rinfaccia la frequenza dei suoi colloqui col presidente russo Vladimir Putin e il “segreto” avvolto in alcuni fra questi, elencati da quotidiani del prestigio come il New York Times, quattro lettere personali e un numero di colloqui telefonici. Essendo segreti, nemmeno gli accusatori sono in grado di specificare che cosa i due leader si siano detti, ma una certa credibilità nell’accusa c’è, data anche la scarsa armonia fra il presidente e molti fra gli esponenti del governo che hanno portato a una insolita frequenza di nomine, dimissioni e licenziamenti.

Ma la spinta decisiva a questa nuova offensiva è stata, come tante altre, l’espressione semipubblica del presidente di una sua intenzione di fare uscire gli Stati Uniti dalla Nato. Secondo l’accusa questo progetto sarebbe stato in qualche modo concordato con Putin. Con ogni probabilità si tratta di un’esagerazione. Quello che è credibile è il progetto di Trump, molto discusso, non solo a Washington ma anche nelle capitali dei Paesi alleati, anche perché motivato da conteggi in dollari. Da tempo, anche prima della sua elezione, egli ha lamentato e contestato una sufficiente partecipazione finanziaria degli altri “soci” dell’Alleanza Atlantica in rapporto con quello che essa costa agli Usa. Discorso non elegante e neppure opportuno, ma pur sempre una proposta trattabile. Quello che solleva una vera e propria ribellione è specificatamente americano: è una diversa concezione dell’Alleanza Atlantica. Essa fu gestita per mezzo secolo e con straordinario successo come “fortezza” contro il pericolo rappresentato dall’Unione Sovietica e dal suo imperialismo ideologico. Questa fase della storia, chiamata Guerra Fredda, si è conclusa con il totale successo della comunità dei Paesi democratici guidata da Washington. L’Unione Sovietica non si è ritirata da Paesi conquistati: è scomparsa con una stretta di mano fra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov. Al suo posto è rinata la Russia, senza più il comunismo e senza satelliti. Ancora una grossa potenza, ma non più una superpotenza. A questa nuova Storia Trump mostra di credere anche perché ciò gli consentirebbe vantaggi per l’America, economici e anche per un ruolo di superpotenza unica. L’opposizione interna respinge questa valutazione e sollecita una continuità di intransigenza. Contro tale valutazione punta un’opposizione senza frontiere. Agevolata dall’intransigenza e “imprevedibilità” di questo presidente in tanti altri campi. Magari esaminati in qualche colloquio “segreto” con l’uomo del Cremlino.

Il Muro funziona...?


Alberto Pasolini Zanelli

Un dato inatteso, una novità controcorrente, uno spiraglio di speranza per Donald Trump, il più tormentato forse delle cronache degli inquilini della Casa Bianca. Un sondaggio che, contemporaneo a tanti altri tutti negativi per il presidente, indica qualcosa dal sapore di crescita. È un sondaggio, uno su tanti ma di intonazione opposta: ci sarebbe uno spostamento dell’opinione pubblica in favore del muro. Quarantadue cittadini su cento dicono oggi di appoggiare quella discussa iniziativa. Sono sempre una minoranza, però un mese fa erano solo il 34 per cento. La maggioranza continua ad essere contraria, però i “no” sarebbero discesi dal 63 per cento dell’anno scorso al 54 per cento di oggi e il margine negativo di conseguenza dal 29 al 12 per cento. La crescita nei consensi, naturalmente, è limitata agli umori dei repubblicani, che stavano diventando negativi su quella che è l’iniziativa più importante dell’attuale presidente. Ci sarebbe dunque un ripensamento in quei settori del partito attualmente di maggioranza che sono tentati da un’iniziativa di secessione per bloccare l’uomo della Casa Bianca e – dice un senatore particolarmente severo – di “combinare altri disastri”.

Il partito di Trump appoggerebbe oggi Trump all’87 per cento, rispetto al 71 dell’anno scorso. Nel totale dei cittadini, tuttavia, permane il contrasto fra l’aumento del sostegno alla principale iniziativa e la fiducia nel leader. Un dato curioso, ma non inspiegabile. Donald Trump da quando è presidente ha “lanciato” un numero elevato di iniziative, nessuna delle quali ha ottenuto finora consensi. C’è però un’eccezione, quella del muro, che si spiega con il fatto che essa è stata la prima e rimane il cardine del programma ed è stata costruita più che sulla saggezza e praticabilità dell’idea, sulla connessione umorale. A molti americani l’idea di uno sbarramento all’immigrazione piace, anche se i dati indicano che il minaccioso fenomeno è in declino e i tempi per costruire la “diga” si allungano e gli stanziamenti diventano sempre più difficili e insufficienti, soprattutto da quando i democratici hanno riconquistato la maggioranza alla Camera. Per aggirare questo veto Trump ha “messo in sciopero” la macchina dello Stato, con la conseguenza che da tre settimane  centinaia di migliaia di impiegati pubblici sono rimasti senza stipendio.

Riuscirà un rigurgito di simpatia per un’idea del muro? Le indicazioni sono contraddittorie e l’indice resta negativo. Trump sembra però avere scelto una strategia di emergenza: concentrare le iniziative e lasciar cadere tutti gli altri progetti, quelli che si possono giudicare facendo i conti mentre la “difesa” dall’immigrazione illegale continua ad essere considerata urgente da quasi la metà degli americani. Che se esaminano le cifre, continuano ad avere forti dubbi, ma che Trump spera ancora di convincerli a rientrare nel giro delle emozioni.

Per tenerlo egli è disposto e lo ha mostrato, a lasciar cadere o a mettere la museruola a tutti gli altri suoi progetti e anche ai dati che gli sono favorevoli, compresa l’andamento generale dell’economia, che è attualmente assai positivo, compreso l’andamento delle Borse e il calo della disoccupazione. Si diceva un tempo che gli americani “votano col portafoglio”. Non è più esatto e forse neppure più vero: oggi sono in gioco altri fattori, a cominciare dalla politica estera e della crisi dei rapporti con i tradizionali alleati. E anche e forse soprattutto al settore militare, dove Trump deve far fronte a due tendenze contrapposte. La prima è la prudenza, originata dalle infelici esperienze belliche negli ultimi tempi. La seconda è invece quella dei superfalchi che l’uomo della Casa Bianca ha introdotto di recente nella stanza dei bottoni. Il più altolocato è il Segretario di Stato Mike Pompeo, il più pericoloso un consigliere ideologo come John Bolton, che proprio ieri ha avanzato una richiesta allarmante di preparazione di una auspicata guerra contro l’Iran, che al Pentagono è considerata negativamente e che potrebbe sottrarre tra breve a Trump i frutti che la sua “fissazione” sui pericoli dell’immigrazione gli ha appena procurato.


The New York Times

Trump Confronts the Prospect of a ‘Nonstop Political War’ for Survival


WASHINGTON — So it has come to this: The president of the United States was asked over the weekend whether he is a Russian agent. And he refused to answer.


The question, which came from a friendly interviewer, not one of the “fake media” journalists he disparages, was “the most insulting thing I’ve ever been asked,” he declared. But it is a question that has hung over his presidency now for two years.

Those who thought the now 23-day government shutdown standoff between Mr. Trump and Congress has been ugly have not seen anything yet. The border wall fight is just the preliminary skirmish in this new era of divided government. The real battle has yet to begin.


With Democrats now in charge of the House, the special counsel believed to be wrapping up his investigation, media outlets competing for scoops and the first articles of impeachment already filed, Mr. Trump faces the prospect of an all-out political war for survival that may make the still-unresolved partial government shutdown pale by comparison.

The last few days have offered plenty of foreshadowing. The newly empowered Democrats summoned the president’s longtime personal lawyer to testify after he implicated Mr. Trump in an illegal scheme to arrange hush payments before the 2016 election for women who claimed to have had affairs with him. Legal papers disclosed that Mr. Trump’s onetime campaign chairman shared polling data with an associate tied by prosecutors to Russian intelligence.

New reports over the weekend added to the sense of siege at the White House. The New York Times reported that after Mr. Trump fired the F.B.I. director, James B. Comey, in 2017, the bureau opened an investigation into whether the president was working for the Russians. And The Washington Post reported that Mr. Trump has gone out of his way as president to hide the details of his discussions with President Vladimir V. Putin of Russia even from members of his own administration.

What all this adds up to remains unclear. Whether it will actually lead to a full-blown impeachment inquiry in the House has yet to be decided. But it underscores the chance that with candidates already lining up to take him on in 2020, Washington will spend the months to come debating the future of Mr. Trump’s presidency and the direction of the country.

“The reality,” said Andy Surabian, a Republican strategist and former special assistant to Mr. Trump, is “that the next two years are going to be nonstop political war.”

The White House has begun recruiting soldiers. The new White House counsel, Pat Cipollone, has hired 17 new lawyers, according to The Post, as he prepares for a barrage of subpoenas from House Democratic committee chairmen.

But Mr. Trump’s inner circle has shrunk, and he has fewer advisers around him whom he trusts. His White House chief of staff is still serving in an acting capacity, and the West Wing is depleted by the shutdown. As he himself wrote on Twitter this weekend, “There’s almost nobody in the W.H. but me.”

Mr. Surabian said the rest of the party must recognize the threat and rally behind the president. “Republicans need to understand that Democrats in Congress, beholden to the ‘resistance,’ aren’t interested in bipartisanship, they’re out for blood,” he said. “It’s a war we can win,” he added, “but only with fortitude, unity, coherent messaging and a willingness to fight back.”

Democrats, for their part, insist they are out for accountability, not blood, intent on forcing a president who went largely unchecked by a Republican Congress during his first two years in office to come clean on the many scandals that have erupted involving his business, taxes, campaign and administration.

They plan to get started in the coming days. On Tuesday, they will grill former Attorney General William P. Barr, who has been nominated by Mr. Trump to assume his old office again, about his approach to the special counsel, Robert S. Mueller III. Mr. Barr wrote a private memo last year criticizing Mr. Mueller’s investigation, and Democrats will use his confirmation hearings to press him on whether the special counsel will be allowed to finish his work and report it to Congress.

Senator Chuck Schumer of New York, the Democratic minority leader, also plans to force a vote in the Senate this week on the Trump administration’s plans to lifts sanctions on the companies of Oleg V. Deripaska, a Russian oligarch close to Mr. Putin’s government, if he reduces his ownership stakes. Democrats plan to use the issue to argue that Mr. Trump has been soft on Russia.

Even committees that are not usually in the investigation business are jumping into the fray. Representative Eliot L. Engel, Democrat of New York and the new chairman of the House Foreign Affairs Committee, told The New Yorker last week that he was eliminating the subcommittee on terrorism in favor of a subcommittee aimed at investigating Mr. Trump’s foreign policy.

Lost in all this may be any chance of bipartisan policymaking. At stake in the current fight is just $5.7 billion for Mr. Trump’s promised border wall, roughly one-eighth of one percent of the total federal budget. If one-eighth of one percent of the total budget can prompt the longest government shutdown in American history, then the potential for further clashes over the remaining 99.87 percent seems considerable. On issues like health care, taxes, climate change, guns and national security, the two sides start this era of divided government far apart.

“That’s the flashing yellow light here,” said Mayor Rahm Emanuel of Chicago, a former top White House aide to Presidents Bill Clinton and Barack Obama. “If you can’t do Government 101, what makes you think you’re going to do Advanced Placement Government like finding the money for an infrastructure bill?”

Julian Epstein, who was the counsel for Democrats on the House Judiciary Committee during Mr. Clinton’s impeachment fight 20 years ago, said big issues like a shrinking middle class largely untrained for the 21st-century economy would go unaddressed during the battles to come.

“The political class is now addicted to Manichaean conflict as a way of life,” Mr. Epstein said. “It’s become the mother’s milk — for base voters in both parties who together make up a minority share of voters, for cable television and for social media.”

Given the investigations, Mr. Trump may prefer a battle over the border wall as more favorable ground to fight even with 800,000 federal workers furloughed or forced to work without pay. Polls suggest he is not winning with the broader public but has rallied his base behind him in the fight.

More Americans blame Mr. Trump for the government shutdown than blame Democrats, and most oppose a border wall, according to a new survey by The Post and ABC News. But support for a wall has grown over the last year, from 34 percent to 42 percent, while opposition has slipped from 63 percent to 54 percent.

At this point, negotiations have broken down. While Mr. Trump had gambled that Speaker Nancy Pelosi, Democrat of California, would back down, she has made clear that she has no interest in compromise, and left town over the weekend. She and Mr. Schumer have insisted that Mr. Trump reopen the government while negotiations over a border wall proceed, which the president has refused to do. Mr. Trump walked out of their talks last week after he asked Ms. Pelosi if she would support his wall if he reopened government and she said no.

“It’s all about their own sense of strength,” said John Feehery, a former senior House Republican aide. “Pelosi wants to be validated. She wants to be seen as a strong leader. Trump feels like he has to govern through strength. This is strength versus strength. Unfortunately, the people in the middle are the government workers who can’t afford to lose a paycheck.”

Instead of talks to end the shutdown, the president spent at least part of his weekend defending himself against the suspicions about his affinity for Mr. Putin. He insisted that he has actually been tougher on Russia than his predecessors and that the F.B.I. was led by “losers that tried to do a number on your President.”

He picked up the telephone on Saturday night to call into the Fox News show hosted by Jeanine Pirro, who participated in a campaign rally with him last fall. She asked him about the F.B.I. investigation reported by The Times with a tone of scorn.

“I’m going to ask you, are you now or have you ever worked for Russia, Mr. President?” Ms. Pirro asked.

“I think it’s the most insulting thing I’ve ever been asked,” he answered. “I think it’s the most insulting article I’ve ever had written. And if you read the article, you’d see that they found absolutely nothing.”

She then cited the Post article about his efforts to conceal details of his private meetings with Mr. Putin. “We had a great conversation,” he said. “We were talking about Israel and securing Israel and lots of other things, and it was a great conversation. I’m not keeping anything under wraps. I couldn’t care less.”