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Italia: ecco i muri da abbattere per evitare il disastro


Lotta all’evasione: la paralisi italiana e la possibile via d’uscita
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 28 dicembre 2019
Alla fine di dicembre si usa fare il consuntivo dell’anno trascorso e si cerca di prevedere come saranno i prossimi mesi. Dopo tanti anni di quest’esercizio mi sono stancato di riflettere sulle ragioni che ci hanno portato a crescere di un centesimo in più o in meno e sul perché lo scenario non cambierà più di tanto nel prossimo anno.
Credo infatti che ci sia bisogno di ragionare sul lungo periodo, di capire perché siamo da troppo tempo la pecora nera della crescita economica mondiale e di fare presente che, se si vuole uscire da una malattia cronica, occorrono medicine amare e, soprattutto, occorre un cambiamento delle regole di vita.
È inutile negarlo: da quasi 25 anni la nostra vita economica si è distaccata da quella di tutti gli altri grandi paesi mondiali e, nei diciannove  anni di questo secolo, non vi è stata alcuna crescita.
Nella pur sfortunata storia d’Italia non abbiamo mai avuto un periodo di stagnazione così prolungato. E lo abbiamo avuto in una fase di discreta, anche se rallentata, crescita dell’economia mondiale.
Per non inondare il lettore di inutili dati mi basta elencare che, in termini reali, negli ultimi dieci anni il Prodotto Interno Lordo Italiano è calato dello 0,3% all’anno, mentre è cresciuto dell’1,3% in Germania e dello 0,9% in Francia. Se poi vogliamo prendere in considerazione gli addetti all’industria manifatturiera, i nostri lavoratori sono passati dai 4,5 milioni del 2008 ai 3,9 del 2018 mentre, nello stesso arco di tempo, in Germania sono cresciuti da 7,4 a 7,7 milioni. L’Italia è l’unico grande paese europeo che non ha recuperato né sviluppo né addetti dopo la crisi.
Al di là di ogni forma di retorica che, anche se con nobili motivazioni, tende a snobbare la crescita del PIL per rifugiarsi dietro a non ancora testati indici di misurazione del benessere, risulta quindi chiaro che se non cresce il Prodotto Interno Lordo non crescono nemmeno gli occupati. Il lavoro, in questo caso, lo si può trovare solo all’estero.
La ragione dell’anomalo comportamento italiano la si deve attribuire al fatto che non abbiamo saputo dare una risposta ai cambiamenti della storia.
Il primo cambiamento è quello demografico. Insieme alla Germania e alla Spagna abbiamo il più basso tasso di natalità d’Europa, anche se la Germania mostra qualche segno di crescita negli ultimi due anni. La necessaria risposta a questo problema è duplice: in primo luogo un aiuto alle famiglie con strumenti finanziari e con l’offerta di servizi per i nascituri e per i nati. Servizi che debbono essere certi e duraturi nel tempo. Gli interventi una-tantum non hanno alcun effetto.
La seconda risposta riguarda l’età pensionabile: essa, pur prendendo in considerazione le necessarie eccezioni, non può non tenere conto dello straordinario positivo aumento della maggiore durata dell’età media dei nostri concittadini.
Non dimentichiamo inoltre che, nonostante un indice di natalità assai inferiore al nostro, il Giappone, per molti anni simbolo di una crisi irreversibile, cresce più di noi, così come la Corea del Sud, che pure si è ormai inserita tra i livelli più bassi della fecondità mondiale.
Questi paesi hanno infatti da tempo operato per aumentare l’efficienza non solo del sistema produttivo, ma di tutte le componenti della società, a cominciare dalla pubblica amministrazione. Un aumento che, nel lungo periodo, può essere ottenuto solo con un processo di rinnovamento continuo del sistema scolastico, che deve essere messo in grado di preparare giovani e meno giovani ai cambiamenti della scienza, della tecnica e del lavoro.
In fondo le uniche riforme andate in porto della scuola italiana hanno riguardato continui cambiamenti degli esami di maturità e la pur necessaria apertura di concorsi straordinari per gli insegnanti. Tutto questo non tanto per ottenere cambiamenti sostanziali, ma per perseguire risultati immediati e visibili dal punto di vista politico, anche se illusori.
Questo ci porta al terzo ostacolo che si oppone alla nostra ripresa economica: la durata dei governi. Ci siamo spesso illusi che questo non fosse un ostacolo invalicabile, dato che erano di breve durata anche i governi dell’epoca del miracolo italiano. Era invece tutta un’altra storia perché, nella sostanza, si trattava di semplici rimpasti, dopo i quali non cambiava la linea dell’esecutivo e, spesso, non ne cambiavano nemmeno i componenti.
I mutamenti di oggi toccano invece le linee fondamentali della politica e generano una continua incertezza perfino sul quadro normativo esistente. Disorientano perciò i nostri investitori, spaventano quelli stranieri e, adottando un’imprevedibile strategia con i paesi europei e con il resto del mondo, rendono più difficile il nostro ruolo nell’economia mondiale.
In questo caso il rimedio non può essere che una legge elettorale maggioritaria, progettata non per proteggere gli interessi delle forze politiche temporaneamente più forti, ma per dare stabilità ai governi e alle istituzioni.
Alla breve durata dei governi dobbiamo inoltre il quinto ostacolo alla nostra ripresa: la riforma della burocrazia e della giustizia. Anche in questi casi si cerca di incidere sugli aspetti particolari che possono portare visibilità a breve anche a costo di sconvolgere i rapporti economici interni ed esterni al nostro paese, come è recentemente avvenuto nel caso dell’ex-ILVA. Ben poco, inoltre è stato fatto riguardo alla durata ed alla prevedibilità dei processi sia civili che penali.
Il problema del funzionamento della giustizia è addirittura diventato, negli anni, il simbolo dell’inaffidabilità del nostro paese.
L’assenza di una più efficace politica industriale è il sesto ostacolo che dobbiamo superare per reinserirci nel club dei paesi capaci di crescere. Abbiamo problemi sia per le piccole che per le grandi aziende. La strage delle imprese minori ha messo in rilievo la loro difficoltà di adeguarsi alle nuove tecnologie e alle regole dei mercati globalizzati. Non ce la fanno proprio più: falliscono o scappano all’estero. Per diminuire i casi di fallimento occorre prima di tutto riprendere e rafforzare le politiche per l’ammodernamento delle strutture produttive e gli incentivi agli investimenti.  Queste sono decisioni quasi ovvie ma debbono essere affiancate da due provvedimenti specifici: il primo volto ad incentivare le fusioni fra imprese, in modo da renderle più adeguate ai mercati internazionali, e il secondo per garantire la continuità delle aziende famigliari, che entrano fatalmente in crisi ad ogni passaggio di generazione.
Tutto questo per salvaguardare e modernizzare l’esistente: non basta perché adeguare quello che esiste non è sufficiente. Occorre entrare nel nuovo che non ci vede ancora protagonisti, nonostante un nucleo di imprese che ben regge la concorrenza straniera. Abbiamo negli ultimi anni assistito all’aumento, anche se in modo non sufficiente, delle nuove imprese, le così dette start-up. Non abbiamo invece strutture idonee ad assisterle e a farle crescere. Di conseguenza esse o muoiono o emigrano.
Non possiamo tuttavia limitarci alle imprese minori. È ormai una questione di sopravvivenza  custodire quelle maggiori che, con una sequenza impressionante, stanno passando in mano straniera senza che quasi nulla avvenga in direzione opposta. Siamo diventati il ventre molle della nuova concorrenza internazionale. Lo shopping straniero ha ormai acquistato non solo le aziende più significative di tanti settori produttivi, dalla moda agli alimentari, dalla meccanica alla chimica, ma si è anche impadronito di una parte consistente del nostro sistema bancario e di una quota dominante di quello finanziario.
È inoltre doveroso ricordare che anche la parte rimanente di questi settori è a rischio di essere inglobata dalla tenaglia che vede protagonisti i fondi di investimento internazionali e le organizzazioni bancarie e finanziarie di altri paesi. Non propongo certo la ricostruzione dell’IRI ma ritengo che sia obbligatorio difendere le nostre strutture produttive come fanno gli altri paesi, a partire dalla Francia, che più degli altri è attiva nell’acquisto delle grandi strutture produttive italiane.
Abbiamo bisogno cioè di una grande organizzazione che, anche aiutata da un’opportuna decisione sul voto multiplo per gli investitori di lungo periodo, possa conservare una quota di minoranza di alcune imprese necessarie a garantire la sopravvivenza futura del nostro paese. Credo che oggi solo la Cassa Depositi e Prestiti sia lo strumento  disponibile per gestire questa necessaria strategia della nostra politica industriale. Lo dovrà ovviamente fare nel rispetto delle regole europee, creando nel suo ambito una nuova struttura, fornita di una profonda cultura e visione industriale di lungo periodo e operante in sinergia con robuste partecipazioni private. Lo dovrà fare urgentemente prima di vederci spogliati delle istituzioni industriali e bancarie che costituiscono la forza di ogni sistema produttivo.
I rapidissimi aumenti del costo del lavoro di molti paesi in via di sviluppo (non solo la Cina ma anche di paesi dell’Europa orientale) ci obbligano a ripensare a strumenti per favorire il ritorno di imprese precedentemente emigrate ( il così detto On-Shore).
Il costo del lavoro italiano (compreso tutto il cuneo fiscale) è infatti nettamente inferiore non solo a quello tedesco, ma anche a quello francese. Non è cosa di cui dobbiamo gloriarci ma della quale dobbiamo almeno approfittare. Non sono proposte che vengono dalla luna: si tratta delle necessarie decisioni di una politica industriale capace di fare riprendere il cammino a un paese che, con tutti i limiti esposti in precedenza, rimane ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa, solo dopo la Germania.
Al termine di quest’analisi, tenuto conto di tutti i problemi che abbiamo per proteggere adeguatamente l’ambiente e per impedire il definitivo declino del Mezzogiorno, ci si deve chiedere come si possano reperire le risorse necessarie per fare risorgere l’Italia, soprattutto in presenza di un debito pubblico che ci rende difficile ogni aumento di spesa.
A parte la considerazione che molte delle misure proposte non comportano costi aggiuntivi, non possiamo non arrivare a tentare di sciogliere il nodo scorsoio che impedisce il respiro della vita italiana: l’evasione fiscale.
Ho esaminato tutte le analisi possibili e immaginabili che, pur con qualche piccola differenza quantitativa, concordano nel fatto che il recupero di una sola metà delle imposte evase fornirebbe i mezzi per avviare a soluzione tutti i problemi posti in precedenza. Nessuno è stato finora in grado di prendere di petto questo problema, proprio perché tocca interessi economici e politici che appaiono insormontabili. Qui c’è poco da fare: o si vince questa sfida o l’Italia presto o tardi andrà in fallimento.
Ho sempre ritenuto che la democrazia si difenda solo con le ricevute. Oggi queste ricevute sono tecnicamente possibili ed economicamente convenienti. Vogliamo proprio distruggere l’Italia perché riteniamo veramente che la sopravvivenza del nostro paese sia meno importante della quantità di contante che abbiamo in tasca?

"Mi chiamo Emilio Pucci, abito a Firenze in via dei Pucci nel palazzo Pucci".

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"Mi chiamo Emilio Pucci, abito a Firenze in via dei Pucci nel palazzo Pucci".

Così il marchese Emilio Pucci amava presentarsi, scherzando, a qualche bella ragazza straniera in visita al suo atelier.

Il marchese Pucci appartenente ad una delle più antiche famiglie fiorentine era nato casualmente a Napoli ma si considerava fiorentino a tutto tondo.

A 17 anni fu chiamato a far parte della squadra di sci alle Olimpiadi di Lake Placid. Ma si distinse come nuotatore, tennista,  schermidore, amante delle macchine da corsa.

Laurea in agricoltura all'università di Athens in Georgia. Ma soprattutto quella in scienze politiche all'università di Firenze. Ci teneva in modo particolare.

A 24 anni Emilio Pucci e' capitano pilota degli aerosiluranti SM 79. I suoi ex commilitoni ricordavano che Emilio tornava da una missione e avrebbe dovuto cedere i comandi a qualche collega sposato con figli. Masticava mezzo tubetto di pasticche di Simpamina, impediva all'amico di prendere il suo posto e ripartiva per un'altra missione.

Emilio Pucci era un super decorato di guerra.

Amico di Galeazzo e Edda Ciano, dopo la Seconda Guerra Mondiale non si rendeva disponibile a commentare le voci di una sua relazione con la contessa che riuscì a fare espatriare in Svizzera il 9 gennaio del 1944.

Il marito (apertamente insofferente e critico di Benito Mussolini e della impreparazione italiana a partecipare alla Seconda Guerra Mondiale) fu poi giustiziato dopo un finto processo a Verona.

Mi piace ricordare Emilio Pucci perché è stato il mio testimone di nozze. Il servizio d'argento che ci regalò fece parte del bottino del primo dei quattro furti subiti durante gli anni della nostra permanenza a Roma.

Avevo conosciuto il marchese durante gli anni del successo del Partito Liberale di Malagodi che fece sperare qualche milione di italiani nella rinascita di un serio movimento laico in Italia.

A Firenze in quegli anni alcuni aristocratici provarono a cimentarsi gettandosi nelle liste per le elezioni comunali.

Guelfo della Gherardesca, il barone Bettino Ricasoli, il finanziere Alberto Milla e altri.

Emilio Pucci fu tirato a fatica nella competizione politica che non è che gli interessasse in modo particolare.

Era ormai famoso in tutto il mondo per la sua casa di moda, per i tessuti geometrici e multicolori che disegnava.

Con grande dispendio di energie fisiche e di denaro era riuscito a riconquistare la proprietà del suo palazzo che ospitava opere di grandi pittori recuperate in altri paesi.

Il vostro redattore, dopo la parentesi durata qualche anno come musicista cantante nei night-club e alla radiotelevisione,  era ritornato a Firenze ripartendo da sottozero nonostante una laurea in giurisprudenza.

Quando mi presentavo ad un colloquio per una posizione di lavoro la domanda chiave era sempre la stessa: "Ma lei finora, con una laurea in legge, che ha fatto?". E alla risposta che fino ad allora l'intervistato aveva lavorato professionalmente come musicista, calava immediatamente la tendina dell'interesse e l'intervista terminava con il classico "Le faremo sapere…".

Perché ieri e ancora oggi, come nel medioevo del resto, puttane, saltimbanchi e musici non potevano essere sepolti in terra consacrata ma al di fuori delle mura cittadine.

Così  chi scrive si era avvicinato di nuovo al Partito Liberale Fiorentino del quale era diventato funzionario, inventando i 'comizi volanti': una vecchia 1100 Fiat sulla quale veniva montato un portapacchi con le sponde che avevano il logo PLI.

E con quell'attrezzatura si andava nelle piazze di Firenze e provincia dove nessun'altra forza politica aveva il coraggio di esporsi perché li' comandava da sempre il partito comunista.

Emilio Pucci non era certamente un oratore. Aveva l'erre moscia e non riusciva a scaldare le folle, quando saliva sul traballante tetto della vecchia Fiat.

Ma quando scendeva poi tra la gente era interessante notare che anche i più scalmanati comunisti gli si rivolgevano con un certo tono moderato che riproponeva, sia pure a distanza di secoli, quel particolare rapporto sempre esistito tra la aristocrazia terriera fiorentina e i suoi fittavoli, mezzadri, butteri, fatto di  rispettosa apertura senza scadere nell'ossequio servile.

"Vede, signor marchese: con lei si può parlare anche se non andremo mai d'accordo. E' con quel bischero li' che non ci si intende…" (I bischero era il sottoscritto che dopo il marchese Emilio Pucci aveva preso la parola al microfono ricordando ai militanti del PCI che l'Unione Sovietica non era quel paradiso terrestre che gli volevano far credere gli agitprop del partito).

Le riunioni a Palazzo Vecchio del consiglio comunale  del quale ormai facevamo parte si svolgevano sino a tarda ora all'insegna di interminabili discussioni che avevano come baricentro il Vietnam, perché i politici di allora (comunisti e socialisti) sostenevano che "asfaltare non è amministrare".

Raramente Emilio Pucci prendeva la parola ed era ascoltato con grande attenzione perché esponeva esperienze maturate nei suoi continui viaggi all'estero.

Poi, mentre le discussioni si arroventavano nel Salone dei Ducento, Emilio Pucci sembrava immerso in un continuo scribacchiare, mentre in effetti non faceva altro che disegnare nuovi tessuti e abiti per le sue collezioni.

Nel 1963 subentrò a Vittorio Fossombroni come deputato alla Camera dove rimase per nove anni.

In Parlamento Emilio Pucci cercava di essere presente compatibilmente con i suoi tanti impegni imprenditoriali.

A Roma andava con una sua Alfa Romeo che guidava a 200 km all'ora tenendo il riscaldamento al massimo anche d'estate perché così -amava dire- riusciva a buttar giù qualche mezzo chilo di sudore. E dire che era magro e asciutto.

La Ferrari era destinata solo alla moglie.

Ma, qualsiasi fosse l'impegno parlamentare o di lavoro all'estero, Emilio non perdeva mai la tornata del Calcio Storico in costume.

Le partite (sarebbe meglio dire "gli scontri") dei quattro rioni fiorentini vengono aperte con il corteo degli aristocratici a cavallo seguiti dai capitani delle squadre, dai giocatori, dalla "vitella" (premio per i vincitori), dalla colubrina che spara il colpo d'inizio e della fine dei giochi. Tutti in costumi rinascimentali.

Emilio, che indossava una delle armature storiche di famiglia, apriva a cavallo il corteo guidando il drappello degli altri aristocratici.

Eravamo ormai a Roma in procinto di partire per l'America quando ci informarono che il marchese era caduto da cavallo proprio durante uno degli episodi del calcio storico.

Da quell'incidente Emilio Pucci non si riprese e a 78 anni chiuse una vita che descrivere come movimentata è poco.

Personalmente sono molto grato a Emilio Pucci per la simpatia e l'amicizia che mi ha dato, per l'insegnamento su come moderare le intemperanze del mio carattere, sul fatto che, oltre ad essere stato il mio testimone di nozze, chiese a Franca di lavorare per lui nel suo atelier.


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Oscar

che bella storia anche se triste perche ‘ coronata dalla morte inevitabile

ma chiaramente piena di vita e di alta etica e ottimi principi

grazie

Erminia S.
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direttore@welfarenetwork.it

pubblicato qui

https://www.welfarenetwork.it/mi-chiamo-emilio-pucci-abito-a-firenze-in-via-dei-pucci-nel-palazzo-pucci-by-oscar-bartoli-20191228/
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Grande Oscar,

Ti leggo sempre con attenzione e interesse. 

Auguroni a Te e alla gentile signora



Alessandro B.
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Bell’ esempio essere UOMO.  Peccato ce ne siano pochi con questo coraggio. Buon anno a tutti. Guido Novello Novelli 
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Bellissima storia, sia fiorentina che personale - grazie

Rolando
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Caro Oscar,
Ottima dimostrazione di capacità narrativa da parte tua.
E grazie per aver portato la mia attenzione su questo personaggio indubbiamente affascinante e capace di mettere a frutto la sua posizione privilegiata per ampliare i confini culturali suoi e di chi lo circondò.
Clark



Italiano declassato a ...European Spanish su Netflix. Ministeri e ambasciate: che ci state a fare, please?"


Caro Oscar,


Guardando Neflix come milioni di americani, mi sono imbattuta in ben due film con il titolo spagnolo, regista spagnolo, attori spagnoli in lingua originale……doppiato in italiano!!!! 

E  quando si va alle impostazioni per cambiare la lingua ti da' solo la possibilita' dei sottotitoli in Inglese o in……European Spanish….. non c’e' menzione dell’Italiano ne' si capisce perche' sono in italiano!!! 

Sara’ perche' a Netflix sono cosi ignoranti che non riescono a fare la differenza fra le due lingue? 

Insomma, comunque sia, e’ grave, forse scrivero' direttamente a Neflix…. … se ci declassano la lingua ad una versione dello Spagnolo, siamo veramente del gatto!!



Uno dei film si intitolava "The wolf’s skin" regista  spoagnolo Carlos Saura, l’altro e’ una serie  di  tv show spagnola. intitolata "3 days of Christmas..”


Elisabetta S. U.
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Oscar,

sono appena andata su netflix …e come se avessero letto il tuo blog, perche tutto ad un tratto c’e’ l’italiano e la lingua originarla e’ in Spagnolo! In tutte e due i film…
Elisabetta S.U.
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Ciao Oscar, non  so quale è il problema. Il film e la serie televisiva sono come prima lingua in spagnolo europeo, in quanto spagnoli e non latino americani. Basta andare nel menu e da li si possono scegliere svariate lingue tra le quali l’italiano. Perciò il “misfatto” è solo dovuto alla non padronanza della tecnologia di Netflix da parte della telespettatrice. Se hai Netflix lo puoi controllare anche tu.
Ciao


Maurizio 
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Caro Oscar, ho letto  sul tuo blog le lamentele della signora Elisabetta S. U in merito al fatto di non riuscire a selezionare la lingua italiana per alcuni film trasmessi su Netflix e sul fatto che per quei film riusciva ad individuare  come sola lingua alternativa all’inglese il cosiddetto “European spanish”. 
In un successivo post la signora dice di essere poi riuscita a trovare la versione italiana del film e -  come puntualizza un altro utente - il problema era dovuto al fatto che la signora non era stata capace di avvalersi delle indicazioni date da Netflix per il cambio di lingua.  IL PROBLEMA ERA QUINDI DELLA SIGNORA CHE NON RIUSCIVA A SELEZIONARE LE OPZIONI CORRETTE. 
Vedo che hai fatto circolare via mail il post pubblicato sul blog con un titolo che onestamente lascia molto perplessi: ITALIANO DECLASSATO A ...EUROPEAN SPANISH SU NETFLIX. MINISTERI E AMBASCIATE: CHE CI STATE A FARE, PLEASE?" Non so questo titolo sia stato scritto dalla signora o se non sia invece stato invece predisposto dall’Amministratore del blog.
Ritengo, in ogni caso, che esso  sia  molto fuorviante e non vedo altra logica se non quella di rendere appetibile la lettura del post con un titolo ad effetto  dietro il quale non si cela per򠡬cuna sostanza se non quella di presentare un problema tecnico in cui e’ incorsa la signora. 
Mi domando cosa abbiano a che fare Ambasciate e Ministeri con l’incapacitࠤella signora di utilizzare la tecnologia di Netflix e di selezionare la lingua italiana dalla piattaforma a tale scopo preposta.  Le Ambasciate ci sono e sono sempre pronte a risolvere i problemi dei connazionali.  Non mi pare quindi giusto chiamarle in causa e metterne in discussione l’attivitࠣon  un tanto  facile quanto gratuito “che ci state a fare”.  Conosci bene il nostro lavoro e mi sorprende che su un’informazione del genere non sia stata fatta una verifica a monte.  Accettiamo sempre le critiche quando queste sono costruttive e ci possono aiutare a migliorare. Ma  non possiamo ammetterle quando sono formulate in maniera gratuita e senza fondamento.  

Buona giornata 
Domenico
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Oscar risponde:
Ci scusiamo con i nostri Lettori per questo incidente di percorso e per il titolo fuorviante.

Blackout challenge, la sfida pericolosa che provoca diverse morti


Dopo la Blue Whale, è divenuta virale un'altra pericolosissima sfida, la Blackout Challenge, portando alla morte diversi adolescenti.

di Simona Lucia Iovine  e Tano Corma 

Il mondo virtuale può essere tanto affascinante quanto pericoloso. Infatti, nel momento in cui vengono divulgate delle sfide estreme, da dover superare, molte persone possono rischiare di perdere la propria vita. I più colpiti sono spesso gli adolescenti, i quali adorano mettersi alla prova per dimostrare un qualcosa ai loro compagni di scuola o, semplicemente, perché incuriositi e affascinati da questi giochi virali. Purtroppo, però, la realtà è ben lontana dalle aspettative e sono moltissimi i giovani che perdono la vita nel tentativo di superare delle prove fin troppo pericolose.

I pericoli che si celano dietro la Blackout Challenge

Già da diverso tempo si è parlato del fenomeno della Blue Whale: una pericolosissima sfida virtuale, messa in rete con l'intento di plagiare le menti dei ragazzi in fase adolescenziale, fino a costringerli ad arrivare all'ultima regola - la cinquantesima - la quale consiste nel togliersi la vita. Fortunatamente, in tutto il mondo, le forze dell'ordine si sono subito mobilitate per rintracciare i curatori del gioco, i quali attiravano in rete milioni di ragazzi, spingendoli - talvolta anche con le minacce - a compiere gesti estremi.

Purtroppo, però, non si è trattato di un caso isolato, ma il web è colmo di challenge così pericolose. In particolare, da molti anni è stata diffusa la Blackout Challenge - anche definita The Chocking Game, Space Monkey o Fainting Game. In questo "gioco", le persone interessate provano a soffocarsi - privandosi di ossigeno - per periodi sempre più prolungati. Una sfida inquietante, la quale può essere praticata sia in compagnia che da soli, mediante l'utilizzo di corde, sciarpe o delle mani. Attraverso la Blackout Challenge si può perdere coscienza e, automaticamente, il controllo, rischiando di morire. Difatti, diverse sono state le vittime - in tutto il mondo - di questo terrificante gioco che colpisce i più giovani tentati dalla voglia di provare nuove sensazioni e di mettersi alla prova, credendo di riuscire ad avere la situazione sotto controllo.

Il caso di Igor Maj, morto per la Blackout Challenge

La Blackout Challenge ha provocato vittime in tutto il mondo, tra i quali Igor Maj, un climber di soli 14 anni, tentato dalla voglia di sperimentare. Il giovane ragazzo era stato trovato con una corda al collo, facendo pensare subito ad un tentato suicidio. Invece, dopo due mesi dalla terrificante vicenda, le forze dell'ordine hanno ritrovato, sulla cronologia del cellulare della vittima, un video tutorial sulla sfida da superare. Purtroppo, però, Igor non ha saputo gestire la situazione, perdendo così la vita.

Molti sono ancora ignari di tutti i pericoli che si celano dietro lo schermo del proprio cellulare o computer e, così come Ramon - il padre di Igor - ha affermato, durante un'intervista a Le Iene, "Credo che i nostri ragazzi debbano conoscere questi pericoli".

Sensibilizzare i giovani e gli adulti, infatti, potrebbe salvare molte vite e allontanare gli adolescenti dal parallelo mondo inquietante del web, aprendo loro gli occhi su quelli che sono i rischi delle challenge.

Ed anche questa e' America: crolla il commercio al dettaglio e si ingorgano le consegne

Ieri abbiamo oridinato su Amazon due barattoli di Mostarda di Cremona (Sperlari) per il bollito di Natale e due redistributori di segnale WiFi.
Oggi li abbiamo trovati alla porta.
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Delivery dilemma: Americans are ordering more, but the U.S. can only handle so much
The delivery crunch is a year-round phenomenon that’s causing people to rethink the design of American cities.


By David Ingram (NBC News)

There's only so many boxes that can be delivered in a day.
Warehouse space is nearly full, with vacancy near an all-time low. Streets are crammed with delivery vans blocking traffic. City curbs are increasingly a turf war between delivery drivers and everyone else. Even grocery store aisles can feel crowded — at least, when staff for delivery services are scouring the shelves.
Americans are demanding more deliveries, and as a result, many of the things needed for delivery are becoming scarce. And with many companies pushing to meet that demand, industry experts say the U.S. faces a problem — its infrastructure can only handle so many deliveries.
The crunch has been extreme in the weeks leading up to Christmas, but it’s a year-round phenomenon, and it’s one that’s causing people up and down the delivery chain to rethink the design of American cities, streets and buildings.
“E-commerce has completely transformed the industrial market, and we’re still kind of wrapping our heads around it,” said Matthew Walaszek, an associate director of research at CBRE, a commercial real estate firm.
It’s a transformation years in the making and inspired by convenience. Amazon Prime launched in 2005, tantalizing consumers with two-day delivery and whetting their appetites for the parade of delivered goods that would follow: prepared food, groceries, gifts, paper towels, mattresses, wardrobe recommendations and nearly anything else that could fit in a box.
Established retailers have chased Amazon’s lead in home delivery, while startup companies are forgoing malls or other physical locations and selling directly to customers, through the mail or other delivery service.
“Seven years ago, thinking that you’d be getting cheeseburgers delivered by the millions was kind of crazy, right?” said Chris Baggott, CEO of ClusterTruck, a food and delivery company founded in 2015.
But the reckoning has arrived: The physical infrastructure of the country doesn’t yet match its delivery ambitions. There’s just too much stuff getting delivered.
Start with the warehouse space, from the massive 1 million-square-foot fulfillment centers to the “last mile” depots closer to city centers. Though the U.S. has added around 1 billion square feet of warehouse space in the past six years, the vacancy rate is near a historic low and rent is still rising, according to CBRE data.
“Our warehouses are stacked to the brim,” Walaszek said.
Developers have begun to think vertically. Last year, Prologis built the country’s first three-story warehouse in Seattle, with ramps so that delivery trucks can access the upper floors. Industry analysts say multifloor warehouses are beginning to make sense in areas where land is pricey, and for the first experiment Amazon and Home Depot signed on as tenants.
Now, similar buildings are in the works, including a planned four-story warehouse in a Brooklyn industrial park. (Multistory warehouses are already a reality in Asia, where they rise more than 20 stories high and have ramps long enough to accommodate foot races.)
A new model has popped up to rent the unused corners in warehouses, like an Airbnb but for spare capacity to store and ship inventory. Startups such as Flexe, Flowspace and CubeWork offer short-term rentals that are flexible on the amount of space and location — helpful for a retailer that doesn’t want to commit to leasing a whole building.
“Everybody is trying to figure out how to catch up with Amazon with two-day shipping,” said Dave Glick, chief technology officer of Flexe. But, he added: “The capital that Amazon has invested over the last 20 years, most likely no one is ever going to reproduce.”
Amazon has continued its investment beyond warehouses, building a delivery fleet that is now up to 30,000 trucks and vans, Bloomberg News reported last week, in a boon to the big automakers who manufacture the vehicles.
But absent the arrival of new vans, retailers have been enticing people to use their personal vehicles to deliver packages through Amazon Flex, Walmart’s Spark Delivery and companies such as Instacart, whose workers shop for and deliver groceries. This month, Old Navy struck a deal with Postmates for drivers to deliver last-minute Christmas gifts.
And it's not just gifts and food that people are having delivered. Companies that sell larger items — like Wayfair, Overstock and a raft of mattress startups — are increasingly shipping bulky items to doorsteps.
In at least some markets, managers for delivery companies say they have trouble finding and keeping enough drivers, who, with unemployment nationally at a 50-year low, may have other options.
That’s also creating some questions about safety.
“As demand grows, it becomes extremely difficult to find qualified people to do the job safely in the short amount of time that you have to find them and train them properly,” said Amber King, a former manager for UPS in Virginia.
The scarcity issue extends to the physical infrastructure of U.S. streets, which in most places have not been designed to accommodate delivery trucks in significant numbers. In New York City, more than 1.5 million packages are delivered daily, and they bring along gridlock, safety concerns and pollution, The New York Times reported in October.
“If we all keep on buying as we are year after year, without regard to the impact, we are doomed,” José Holguín-Veras, a professor at Rensselaer Polytechnic Institute, told Time magazine last year.
To try to help overwhelmed city planners, last year the Institute of Transportation Engineers published a 50-page Curbside Management Practitioners Guide, saying it wanted to help people in “optimizing curb space in this time of change.” Washington, D.C., is experimenting with new pick-up/drop-off zones, or PUDOs.


Social media is filled with complaints from people who dislike seeing all the delivery services in their neighborhoods, and some companies are looking for alternatives — whether it’s long-promised delivery drones, cargo bikes that first caught on in Europe or scooters that can fit into bicycle lanes.
“The issue is, there’s nowhere to park, and if you’re making multiple stops in that van, you have to find ‘nowhere to park’ multiple times,” said Max Smith, CEO of OjO Electric, a maker of battery-powered scooters currently being tested to deliver takeout food. “You have to double-park, and then you get tickets.”

Sometimes the answer has been to cut out final home delivery entirely. There are Amazon lockers, and some food delivery companies require customers to meet drivers at the curb rather than their front door.
Then there’s what retailers call BOPUIS: buy online, pick up in store.
“What is the final conveyance vehicle? Is it a delivery person with a pushcart going that last mile? Is it a courier with a satchel on her back? Or is it some form of airborne conveyance?” asked Benjamin Conwell, a former Amazon fulfillment executive who now advises companies on logistics for the real estate firm Cushman & Wakefield.
The logistics industry is going to learn a lot in the next several years, he said, and it may continue to feel big strains.
“That demand is not going to abate,” Conwell said. “We don’t see the basic trend tapering much at all.”

Ci sono voluti 346 morti per licenziare il CEO della Boeing


Boeing CEO fired in aftermath of 737 Max crisis
The move comes one week after the company stopped production of its 737 Max airplanes, which were grounded after two crashes killed 346 people.



Boeing CEO fired in aftermath of 737 Max crisis

By David K. Li (NBC News)

Boeing CEO Dennis A. Muilenburg was fired Monday, a week after the company announced it planned to suspend production of its troubled 737 Max airplanes, which were grounded after two crashes killed 346 people.
Muilenburg, who had been CEO since 2015, will be replaced by Boeing Chairman David Calhoun.
Boeing's stock jumped more than 3 percent immediately after the announcement.
"The Board of Directors decided that a change in leadership was necessary to restore confidence in the Company moving forward as it works to repair relationships with regulators, customers, and all other stakeholders," the company said in a statement.
One week ago, Boeing announced it was suspending production of the troubled 737 Max airplanes in January.
Production of the planes, which were grounded globally after the two crashes, will remain on hiatus until regulators determine when they can be certified and returned to service, Boeing said.
A 737 Max, Lion Air Flight 610, crashed off the coast of Indonesia on Oct. 29, 2018, killing 189 people.
Muilenburg had become a focal point of the 737 Max crisis, especially after documents emerged showing that pilots and the company's own test pilots had raised red flags about the planes.
By the time Muilenburg was grilled by lawmakers on Capitol Hill at the end of October, the board had already stripped him of his chairmanship. And shortly after that, Boeing replaced the head of its commercial airplane unit, Kevin McAllister.
“You’re no longer an Iowa farm boy,” U.S. Rep Peter DeFazio, D-Ore., told Muilenburg during one pointed exchange. “You are the CEO of the largest aircraft manufacturer in the world. You’re earning a heck of a lot of money, and so far the consequence to you has been, 'Oh, you’re not chairman of the board anymore.'”

La Libia non ha futuro senza un patto Italia-Francia


Solo un patto Italia-Francia può voltare pagina in Libia
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 22 dicembre 2019
Nella mente di coloro che l’hanno iniziata, la guerra di Libia doveva essere un’impresa semplice e breve. Invece non solo essa insanguina il paese da otto anni, ma ha progressivamente coinvolto un crescente numero di protagonisti esterni.
I paesi che avevano iniziato il conflitto non hanno infatti perseguito il doveroso compito di aiutare la ricomposizione della Libia attraverso il dialogo fra le tribù e le forze locali, ma hanno addirittura contribuito ad accendere nuove tensioni al loro interno. In un paese così frammentato, una strategia volta alla riconciliazione sarebbe stata l’unico strumento capace di porre termine alla guerra e di preparare la rinascita della Libia.
Si è invece andati in direzione opposta: da subito è infatti cominciata la gara per tessere, con i vari centri di potere locale, alleanze con la sola conseguenza di  mettere queste ultime ancora più in lotta fra di loro in un conflitto senza un possibile vincitore e, quindi, senza fine.
Era naturale che, in questa caotica situazione, entrassero in gioco nuovi protagonisti. A contrastare il debole potere centrale ha avuto un ruolo sempre maggiore il generale Haftar, antico collaboratore di Gheddafi, appoggiato soprattutto dall’Egitto, che tradizionalmente considera la regione libica confinante, cioè la Cirenaica, come una propria costola.
Forte dell’appoggio dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati, l’esercito di Haftar ha conquistato molta parte del territorio libico ma non è riuscito, neppure dopo uno sforzo lunghissimo e nonostante l’arruolamento di numerose truppe mercenarie, a conquistare Tripoli, difesa non solo dalle deboli milizie del Primo Ministro Serraj ma da forze locali, le più efficaci delle quali provenienti dalla città di Misurata.
Con il prolungarsi di questa tragica paralisi, è entrato in gioco un nuovo protagonista non previsto, anche se da sempre interessato a ricoprire un importante ruolo nel Mediterraneo, cioè la Russia. Essa ha rafforzato la propria presenza nella parte orientale del Mediterraneo con un investimento di 500 milioni di dollari nella già sua base siriana di Tartus. A questo si è aggiunto l’antico desiderio di assicurarsi una presenza di altrettanto rilievo nella parte occidentale del Mare Nostrum. Il conflitto libico si è presentato quindi come l’occasione concreta per raggiungere quest’obiettivo. Come avviene nelle guerre per procura, la Russia non ha inviato in Libia soldati suoi ma squadre di mercenari così addestrate ed efficaci che sono sembrate in grado di aiutare Haftar a porre fine alla guerra con la definitiva conquista di Tripoli.
A questo punto è accaduto ancora una volta l’imprevedibile che ha rimesso tutto in gioco: un patto di alleanza fra la Turchia (spalleggiata dal Qatar) e Tripoli, firmato lo scorso 27 novembre, un patto che apre una ferita davvero profonda fra Russia e Turchia.
Un evento non previsto proprio perché, mentre le tensioni fra Egitto e Turchia sono ben note, altrettanto nota è l’attuale fase di amicizia fra Turchia e Russia. Un’amicizia che ha visto i due paesi operare congiuntamente in Siria e che si è perfino concretizzata nella vendita di ultramoderni missili russi alla Turchia, pur essendo quest’ultimo paese appartenente alla NATO.
Siamo evidentemente in una fase ancora fluida nei rapporti fra i due paesi: da un lato Putin e Erdogan si incontreranno nei prossimi giorni per tentare di cementare la loro complicata amicizia ma, dall’altro, la plurisecolare sfida fra le due antiche potenze, per il dominio del Mediterraneo, le pone in diretta concorrenza in Libia, diventata il ventre molle di tutto il Mare Nostrum.
Nell’analisi di questa complessa situazione vi è anche chi pensa, forse con eccessiva malignità, che la Turchia voglia riprendere il suo potere sulla Libia dopo 110 anni dal suo distacco dall’impero ottomano, approfittando della debolezza italiana.
A parte questa crudele ironia, la Libia è oggi l’esempio più chiaro e, purtroppo, più realistico e disperante del nuovo quadro internazionale nel quale stiamo vivendo.
Pur restando più potenti di tutti, gli Stati Uniti non intendono infatti continuare ad essere i poliziotti del mondo. In Libia gli americani guardano, sorvegliano e ammoniscono ma non muovono un dito, lasciando spazio e ruolo alle potenze regionali. La Cina è lontana dalla Libia e la Turchia e la Russia possono quindi fare liberamente il loro gioco.
Fa un certo effetto il non potere elencare l’Europa tra le potenze regionali nemmeno in riferimento al Mediterraneo. Le divisioni che si sono manifestate anche nel caso libico lo impediscono.
Vi è tuttavia ancora spazio per un imprevisto positivo. Il prossimo gennaio si svolgerà infatti a Berlino una grande conferenza sulla Libia. Prima che questa cominci bisogna arrivare, dimenticando le contrapposizioni del passato, ad un accordo fra Francia e Italia. Un accordo non sulla spartizione della Libia, ma sulla sua riunificazione e sull’avvio di un processo per portare i cittadini libici ad essere progressivamente arbitri del proprio destino.
Il nostro interesse non è quello di diventare i protettori della Libia o di altri paesi africani, ma di costruire attorno all’Europa un “anello di paesi amici” legati da un sempre più stretto rapporto di collaborazione con l’Unione. L’intesa  fra Francia e Italia, in questo specifico caso, non può trovare alcuna opposizione in sede europea. Nello stesso tempo un accordo europeo non può che prevalere di fronte agli obiettivi di altri e non può che ricevere la preferenza del popolo libico. Per la natura stessa dell’Europa tale accordo nascerebbe infatti lontano da ogni rischio di colonialismo o di dominio. Penso infine che la Francia abbia un interesse particolare a ricercare un’intesa, anche perché diventano sempre più evidenti le difficoltà della Francia nel gestire da sola la propria complessa politica africana.


A proposito dell'Avvocato...ci scrivono da Roma


Caro Oscar,



ti ringrazio molto per il tuo bellissimo, toccante e vissuto ricordo del Avv. Gianni Agnelli. Uno dei pochissimi italiani contemporanei  che è stato stimato e ascoltato in tutto il mondo: ovunque considerato e ricevuto, per stile, intelligenza, ma anche ironia, come un vero e proprio ambasciatore del nostro Paese (pensate soltanto a chi oggi è affidata la nostra politica estera…).



Il tuo articolo mi ha fatto ritornare agli anni di Confindustria, quando ‘giovin funzionario’ dell’Area Formazione, proprio sotto la biennale presidenza di Agnelli mi fu affidato l’incarico di realizzare un Rapporto sui sistemi di formazione delle Organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL (che, allora, non più ora, avevano prestigiosi centri di formazione interna della propria classe dirigente).

Ricordo con molto orgoglio di quello stimolante incarico – che poi a dicembre mi valse anche una promozione e pure una bella gratifica… - due episodi indimenticabili:  di “come” - appunto giovine e semplice funzionario di Confindustria - fui ricevuto sia in CGIL, sia in CISL, chiaramente proprio grazie al peso e all’alone di prestigio della presidenza del mio presidente di allora, l’Avv. Agnelli. Fui ricevuto direttamente, e in una pompa magna che non poco mi imbarazzò, per la CGIL, dal Segretario confederale Rinaldo Scheda, e per la CISL da un altro Segretario confederale, Michelangelo Ciancaglini. Cioè da due numeri “due” dei rispettivi Sindacati (la Segeteria Confederale equivale infatti a una Vicepresidenza nelle altre Organizzazioni).



Quando, dopo qualche anno, mi  fu affidata la Segreteria nazionale dei Giovani Imprenditori (e furono proprio gli anni in cui ci conoscemmo, perché potevo finalmente ‘accedere’ anch’io al mitico favoloso VII piano di Viale dell’Astronomia e ti incontrai, ricordo, insieme al mio Presidente dei Giovani D’Amato, col tuo Presidente Orlando),  potei quindi partecipare – naturalmente in religioso silenzio e col vincolo di riservatezza - alle riunioni di Giunta di Confindustria e fui testimone, in diretta, di una delle più folgoranti battute fatte dal grande Avvocato a proposito di un noto personaggio dell’imprenditoria italiana più dedito alla finanza che all’impresa: “Nessuno lo ha mai visto uscire da una delle sue aziende…”. Strepitosa, ineguagliabile chiosa che, anni dopo, non portò molta fortuna a quella figura.



Grazie dunque anche per avermi fatto affiorare questi ricordi.

Un grande abbraccio e affettuosi auguri

Sandro Petti




America domani: "O Franza o Spagna purche' se magna"



Alle 20:34 del 18 dicembre 2019 è stata scritta una pagina di cronaca che stingerà presto nella storia.

L'attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato "impicciato" a larga maggioranza dalla Camera dei Deputati.

Adesso, secondo la Costituzione, la speaker della camera, Nancy Pelosi, dovrebbe inviare al Senato i due articoli sui quali si è tenuta la votazione dopo 12 ore di allucinante scambio di accuse (mantenute però sempre nel limite della correttezza espositiva).

Ma la signora Pelosi sembra non avere intenzione di concludere il procedimento di impeachment consentendo al Senato di respingere la sentenza della Camera dei Deputati.

Per liberarsi di un presidente il Senato dovrebbe votare con tre quarti dei suoi componenti, 67, il che non è ipotizzabile visto che i repubblicani controllano questo board istituzionale.

Nancy Pelosi traccheggia e la tira in lungo perché non si fida dei repubblicani al Senato che vorrebbero concludere il tutto al piu' presto respingendo la sentenza della House e 'liberando' Donald.

Pelosi chiede che il processo al Senato consenta di obbligare a testimoniare il chief off staff della Casa Bianca e John Bolton ex grande consulente sovranista di Trump che potrebbero portare nuovo materiale d'accusa contro il Presidente.

I commenti su giornali, televisioni e radio dicono all'unisono che questa vittoria dei democratici alla House è in effetti una vittoria di Pirro perché Donald Trump rimarrà abbarbicato alla sua poltrona e a farne le spese saranno in termini di immagine e simpatie elettorali proprio i democratici che speravano di mettere in bisaccia uno storico risultato.

Anche le televisioni più anti Trump come CNN e MSNBC sono allineate nel ritenere che il fenomeno Trump continuerà ancora per un altro mandato grazie al voto di sostegno che gli verrà dato il 3 novembre del 2020.

Donald Trump è la tragica conferma che quest'America è ormai avviata su un percorso di autocrazia che confligge con i dettami della Costituzione grazie alla quale questo paese si andava atteggiando da tempo come il riferimento statale più democratico a livello planetario.

Commentatori dei media, politologi, professori universitari, esperti di nonsochecosa, scoprono adesso che gli Stati Uniti non sono 'uniti' per niente, ma anzi divaricati in due componenti che sono incomunicabili e radicalizzate da lungo tempo.

E desta sorpresa la "sorpresa" dei conservatori più tranquilli e tradizionali che si trovano ad essere by passati dal cosiddetto partito di Trump che dell'antico partito repubblicano nulla ha mantenuto se non il logo.

Donald Trump ha una platea di seguaci Twitter di più di 30 milioni di americani. Questi rappresentano il nocciolo duro della sua America, quella che va in pluri orgasmo quando questo attore da avanspettacolo parla nei comizi che tiene di fronte a decine di migliaia di fanatici entusiasti.

Ma poi ci sono altre decine di milioni di potenziali elettori ai quali Donald Trump resta simpatico con il suo stile offensivo nei confronti di ogni competitore.

A questi si deve aggiungere il cittadino ordinario quello che ragiona da sempre con il portafoglio, quello che è perfettamente soddisfatto che la disoccupazione sia da tempo ancorata al punto più basso da cinquant'anni, quello a cui non può importare di meno del problema degli immigrati mentre teme i cosiddetti socialisti, candidati presidenziali dei democratici, che potrebbero far alzare le tasse visto che promettono una copertura sanitaria generalizzata.

Quel cittadino ordinario non ha seguito le ore di dibattito parlamentare in collegamento costante delle principali televisioni anti Trump.

Ma si è sintonizzato su Netflix o su i canali specializzati.

Si tratta del rifacimento in salsa americana del nostro secolare "o Franza o Spagna purché se magna".

Ben venga l'uomo duro, tutto d'un pezzo, che garantisce i treni in orario  e la possibilità di camminare nella notte senza essere aggrediti e uccisi.

Ben venga l'uomo duro tutto d'un pezzo anche se questo significa una riduzione sostanziale della mia libertà personale.

Ben venga l'uomo duro tutto d'un pezzo perché è irrituale, senza tanti fronzoli, parla alla mia pancia e non alla mia testa dato che pensare è faticoso ed è meglio delegare a lui questa bisogna.

L'America dunque è avviata su questa strada a conferma di quanto ipotizzato dal visconte Alexis de Toqueville, giovane diplomatico francese che nel 1840 dopo un viaggio di tre mesi nell'America di allora pubblicò il famoso "La democrazia in America" concludendo che questa democrazia si sarebbe poi mutata in un "dispotismo addolcito".

Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

Oscar