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Scampoli di vita messicana






Lasciamo Washington con 2 sopra zero.

Volo da Reagan Airport a Houston e da li' a Veracruz.

Alla security c'e' un cartello che dice che quelli che hanno piu' di 74 anni sono dispensati dal togliersi le scarpe e la giacca.

Arriva il mio turno al metal detector e la ragazza mi invita a togliermi la giacca e le scarpe. Le rammento quanto dice il cartello. Mi chiede l'eta'. "Non l'avrei mai creduto", dice.
Il piu` bel complimento che abbia mai ricevuto.

Voli perfetti United.

A Veracruz sono tutti intabarrati in maglioni e cappelli. Secondo loro fa molto freddo perche` c'e` il Norte che spira a tutta birra e la temperatura e' appena di 22 centigradi.

Cena in un sushi restaurant ancora aperto verso le 23.
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La casa di Max, mio figlio, e` a Boca del Rio, la parte bella di Veracruz.

Seguiamo le gesta dei piloti Ferrari nel Gran Premio del Brasile.

Sgomento.

La sera andiamo a Cinepolis, multisala a due chilometri, a vedere di nuovo Ford contro Ferrari, un gran bel film, qui proposto con i sottotitoli spagnolo.

All'uscita cerchiamo nella plaza un ristorante ancora aperto.

Entriamo nello Asadero Cien dove il manager di turno Luis Alfonso Herrera ci informa che in questo locale hanno abolito ogni pezzo di plastica e tutto e' riciclabile. Complimenti.
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Quando mi hanno sottoposto a un triplice bypass il 27 febbraio scorso, hanno scardinato un molare con l'intubazione.

Dice che sono cose che succedono di frequente durante un'operazione importante. Almeno cosi' affermano i dentisti di ogni continente.

Mia nuora ha preso contatto con una dentista di Xalapa.

Studio dentistico molto affermato a Xalapa la capitale dello stato federale di Veracruz, a 89
km dalla citta', massimo porto del Mexico.

Per andare a Xalapa meglio prendere uno dei tanti bus con i quali i messicani si spostano ogni dove.

Quelli messi a disposizione da ADO  (Autobuses de Oriente) sono di diversa categoria, prezzo e velocita'. Quelli lusso ti permettono di viaggiare in grande comodita' come in una business aerea.


In un'ora e 20 raggiungiamo Xalapa da Veracruz.

Xalapa e' a quasi 1500 metri sul livello del mare e la temperatura e' sui 17-20 gradi, paragonata a quella della citta' sull'Atlantico vicina ai 30 g.c.

A Washington 0 gradi centigradi.

Mentre il noto chirurgo dentista di Washington avrebbe estratto il morale con solo '1750' dollari, (a seguire poi tutto il resto) qui la dentista 'leader' mi manda da una 'dottora' per sistemare nervo e radice. Poi la ricostruzione del dente.

Prima dell'operazione qualche chilo di antibiotici perche' chi e' stato 'bypassato' e' un paziente a rischio nel caso di successivi interventi chirurgici anche se a mesi di distanza.

Il tutto preceduto da una panoramica ad alta definizione per la quale mi hanno chiesto l'equivalente di ben 9 dollari. A Washington il mio dentista chiede 250 dollari.

La chirurga sembra una ragazzina, tre figli, e quadri al muro che attestano l'alta specializzazione.


Quasi due ore di operazione resa difficile dal fatto che il molare e' stato fracassato in gran parte e scopo di questo progetto dentistico e' quello di salvare per quanto possibile il dente.

Terminata l'operazione con la chirurga finta ragazzina mi trasportano in un'altra parte di questa strana citta' arrampicata si monti.

Questa volta tocca ad un'altra specialista che deve piazzarmi un perno nella gengiva su cui la terza dentista installera' la corona.

Sono convinto che numerosi lettori dentisti giudicheranno questa descrizione raffazzonata. Ma quello che mi preme dimostrare e' la differenza di costo rispetto a Washington per un risultato analogo.

Ricapitoliamo:

Ortopanoramica     170 pesos messicani  pari a:   9 dollari
1 chirurgo          2,800     "             "             "      145   "
2 chirurgo          3,000     "             "             "      150   "
dentista              3,000     "             "             "      150   "
(Costo della corona)
                          5,000     "             "              "     250
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Totale              13,970                                          704

Nota:

I quattro viaggi in bus lusso tra Veracruz e Xalapa sono costati ognuno $ 20.

Se vogliamo possiamo aggiungere il biglietto aereo pari a $740 anche se il sottoscritto era a Veracruz per seguire il Torneo Internazionale di Fireball Extreme Challenge organizzato da Max Bartoli.
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Costo previsto per analoga procedura a Washington DC non meno di $ 6000.
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Gli americani muoiono più giovani di noi.


Alberto Pasolini Zanelli

Gli americani muoiono più giovani di noi. Non è una novità e riguarda soprattutto i giovani, la cui durata di vita media continua a calare lentamente ma con un certo ritmo. Non se ne parla molto, questo Paese ci è abituato. Ma adesso forse esagera. L’ultimo allarme è venuto contemporaneamente a una proposta abbastanza interessante, anche se riguardante poche persone. Un sondaggio rivela adesso una curiosa risposta a una domanda tutto fuori che allegra. Hanno chiesto in giro se a qualcuno a capita di commettere un delitto (oppure di esserne riconosciuto colpevole e condannato al massimo della pena) che cosa preferisca fra le due soluzioni: la pena di morte o l’ergastolo. La scelta è collegata, naturalmente, a una antica scelta culturale negli Stati Uniti, che sono ormai l’unico Paese civile sulla Terra a contemplare la pena di morte per i suoi delinquenti. Fra gli altri emergono tuttora la Cina e, più sorprendente, il Giappone. Ma l’America ha una “abitudine” in più: la somma della pena di morte e dell’ergastolo. Colpito da sentenza capitale, il condannato non viene “eliminato” rapidamente: passa in carcere un numero di anni prima di essere condotto nella cella della morte. Durante quel periodo, naturalmente, c’è la possibilità, molto tenue, che qualche istanza giudiziaria superiore trovi che la pena di morte non era completamente giustificata e la commuta nel carcere a vita.

Certo, non è un argomento adatto alle campagne elettorali e non se ne parla molto, particolarmente nello stato di umore del governo di oggi e del presidente in carica. Tuttavia la maggioranza degli americani trova nella propria sorte il male minore, l’alternativa al plotone di esecuzione o alla sedia elettrica: il 60 per cento degli americani, pensando a se stesso, preferirebbe languire a tempo indeterminato in cella, contro il 36 che, invece, se potesse scegliere, opterebbe per l’incontro immediato con il boia. Anche se non si tratta di un vero e proprio capovolgimento di “gusti”: secondo l’ultimo sondaggio Gallup, la pena capitale continua ad essere approvata dal 56 per cento degli americani; il 42 per cento, invece, vi si oppone. C’è, dunque, una tendenza “umanitaria”, ma lenta: cinque anni fa il 63 per cento era favorevole all’esecuzione, il 37 per cento la “condannava”. La gente non se ne dispiace troppo. Quello che turba alcuni è l’altro dato statistico: quello che segnala la continua diminuzione della vita media (si calcolano circa tre anni in meno degli europei, in particolare degli italiani) e il fatto che questo accada sempre di più ai giovani, non solo i delinquenti ma anche i più sani e savi.

Non si sa, almeno ufficialmente, che soluzione preferiscano coloro cui capita di vedersi offerta la scelta. L’ultimo dato indica una crescente preferenza al carcere a vita rispetto a una svelta eliminazione per legge. La scelta è comprensibilmente più netta fra i giovani, che sono poi la maggioranza dei condannati a morte. La tendenza è comprensibile per chi abbia memoria degli usi in Usa: essa è il contrario a quella dei Paesi europei. L’estremo opposto è la Norvegia, che ha abolito da tempo sia la morte, sia la prigione a vita. La legge vieta oggi al colpevole di qualsiasi delitto, anche il più atroce, di rimanere in galera più di ventuno anni e sei mesi. L’ultimo esempio famoso è quello di Anders Behring Breivik, il fanatico che nel 2011 uccise a fucilate 77 persone partecipanti a un festival della gioventù del Partito socialdemocratico (all’epoca al governo) sull’isola di Utoya. Il Paese più vicino e anche il più simile alla Norvegia nei gusti e nelle scelte, pochi giorni fa la Svezia ha chiuso un’inchiesta di anni su un condannato per un crimine sessuale che però potrebbe comportare l’estradizione, non direttamente agli Stati Uniti, che lo aspettano per altri reati, quanto alla Gran Bretagna che esclude l’estradizione. Pochi giorni dopo, però, il governo di Stoccolma ha aperto un processo per crimini di guerra contro il ministro della Difesa dell’Irak. All’altro estremo umanitario, la lunga guerriglia urbana a Hong Kong ha trovato un difensore in Europa, vecchio, famoso e benemerito: il settantasettenne Lech Walesa ha annunciato l’intenzione di recarsi a Hong Kong personalmente nella speranza di una ripetizione dell’evento da lui avviato che condusse alla caduta del regime comunista e alla liberazione della Polonia. Due forse poterono vantare questo merito. Walesa ascese al primo governo non comunista, non si dimostrò altrettanto esperto come governante e diventò un pensionato con gloria. Qualcosa di equivalente, anche se non simile, toccò a un esponente politico che si recò in visita alla Cina e andò a spasso per Pechino incoraggiando gli oppositori pochi giorni prima della strage di Tienanmen. Si chiamava Mikhail Gorbaciov e aveva appena cominciato a liberare la Russia.



Leggenda: nascita dell' IRI -1933


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Mussolini a Beneduce: "Faccia qualcosa per queste aziende"
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Di fronte ai disastri Ilva, Alitalia e via citando (elenco troppo lungo) adesso cominciano a rimpiangere l'Istituto per la Ricostruzione Industriale.
Corsi e ricorsi storici.
I morti si rivoltano nelle tombe.

Gli Americani muoiono sempe piu' giovani. Gli Stati Uniti precipitano nella classifica delle nazioni piu' sane.





Dying too young: Deaths among middle-aged adults reversing life expectancy trends

By Erika Edwards
(NBC News)
An increasing number of Americans are dying in the prime of their lives, a trend not observed in other wealthy nations, according to research published Tuesday in the Journal of the American Medical Association.
These "excess deaths" — that is, people who die years and even decades before they're expected to — tend to be clustered in the nation's Rust Belt, where economies once boomed with a thriving steel industry, but have been in decline since the 1970s.
"That's when the U.S. began losing pace with other countries," said Dr. Steven Woolf, lead author of the new report and the director emeritus of the Center on Society and Health at Virginia Commonwealth University.
"This is a distinctly American phenomenon," he added.
Woolf's study analyzed nearly 60 years of data, from 1959 through 2017, collected by the Centers for Disease Control and Prevention.
Life expectancy in America increased steadily from the late 1950s through 2014, when it peaked at 78.9 years. It then declined for the next three years, falling to 78.6 years in 2017.
Researchers attribute that downturn to a growing number of people dying well before they should, between the ages of 25 and 64.
Major causes of death in this age group are from drug overdoses, particularly opioids, alcohol and suicides. Together, these are often referred to as "deaths of despair."
Fatal drug overdoses increased significantly in the past two decades, most notably among people ages 55 to 64. The study found that overdose death rates rose from 2.3 deaths per 100,000 people in that age group in 1999, to 23.5 deaths per 100,000 people in 2017 — an increase of more than 900 percent.
But midlife mortality rates have also increased for 35 other causes of death, especially those related to chronic health problems such as diabetes, obesity and high blood pressure. The wide range of causes of death suggests that the root of the problem is deep and complicated.
"In a way, it would have been easier if we could blame it all on one cause like opioids or guns or obesity," Woolf told NBC News. But he said the causes of death are "so diverse that it makes us think something systemic is responsible and is expressing itself in our health in many different domains."
The largest increases in excess deaths for middle-aged adults were found in the Ohio Valley region, with one-third of the country's deaths reported in just four states: Kentucky, Indiana, Ohio and Pennsylvania.
The study authors say that the economic downturns that began in those states during the 1970s and the 1980s fueled chronic stress among their citizens, and are now manifested in growing midlife death rates.
"If you’re trying to make ends meet, you’re less likely to go to the doctor. You may not do a good job taking care of your diabetes or heart disease," Woolf said. "Also, you may be more likely to adopt unhealthy coping behaviors. You may turn to drugs as access to opioids becomes more prevalent as it did in the 1990s."
Increased deaths overall among middle-aged adults were also significant in part of New England, including Maine and New Hampshire.
Although men overall have higher death rates in this age group, women are catching up in certain areas. Between 1999 and 2017, the rate of death from alcoholic liver disease was 3.4 times higher in middle-aged women than men. Women also outpaced men in deadly drug overdoses.
The trends were noted across all races and ethnicities, including African American populations that have experienced disproportionately high death rates relative to whites for generations.
"We, in the fields of medicine and public health, have been working very hard to try to narrow the black/white mortality gap. And for some years, we were making really good progress," Woolf said. "But now this trend has touched the African American community and that decline in mortality has stopped and reversed itself."
"This is quite tragic because it's reversing years of progress in lowering those rates," he added.
An editorial that accompanied the new research pointed out an emerging health problem that may serve as a warning for future mortality trends: vaping.
"Resolving the crisis represented by a new unexplained pulmonary illness linked to use of noncombustible e-cigarettes is an immediate priority," the editorial read, "especially given substantial increases in the prevalence of youth vaping."
One of the authors of the editorial, Dr. Howard Koh of the Harvard T. H. Chan School of Public Health, told NBC News the 2,290 vaping-related illnesses reported nationwide should serve as a "call to action" for strict regulation of electronic cigarettes. At least 48 people have died from EVALI, short for e-cigarette or vaping associated lung injury.
"We need to decrease tobacco use because that's a preventable cause of death in our country," said Koh, who served as the assistant secretary for health at the Department of Health and Human Services during the Obama administration.
There is mounting evidence that nicotine e-cigarettes have seen widespread use among the nation's youth, and appear to be addicting a new generation to tobacco.
"If stresses lead people to take up smoking," Woolf said, "we’ve got a much bigger problem on our hands."

OPINION: Robert Redford: America is in crisis. It's time to rid ourselves of Trump.

(Think)

By Robert Redford
We’re up against a crisis I never thought I’d see in my lifetime: a dictator-like attack by President Donald Trump on everything this country stands for. As last week’s impeachment hearings made clear, our shared tolerance and respect for the truth, our sacred rule of law, our essential freedom of the press and our precious freedoms of speech — all have been threatened by a single man.
Our shared tolerance and respect for the truth, our sacred rule of law, our essential freedom of the press and our precious freedoms of speech — all have been threatened by a single man.
It’s time for Trump to go — along with those in Congress who have chosen party loyalty over their oath to “solemnly affirm” their support for the Constitution of the United States. And it’s up to us to make that happen, through the power of our votes.
When Trump was elected, though he was not my choice, I honestly thought it only fair to give the guy a chance. And like many others, I did. But almost instantly he began to disappoint and then alarm me. I don’t think I’m alone.
Tonight it pains me to watch what is happening to our country. Growing up as a child during World War II, I watched a united America defend itself against the threat of fascism. I watched this again, during the Watergate crisis, when our democracy was threatened. And again, when terrorists turned our world upside down.
During those times of crises, Congress came together, and our leaders came together. Politicians from both sides rose to defend our founding principles and the values that make us a global leader and a philosophical beacon of hope for all those seeking their own freedoms.
What is happening, right now, is so deeply disturbing that instead of the United States of America, we are now defined as the Divided States of America. Leaders on both sides lack the fundamental courage to cross political aisles on behalf of what is good for the American people.
We’re at a point in time where I reluctantly believe that we have much to lose — it is a critical and unforgiving moment.
We’re at a point in time where I reluctantly believe that we have much to lose — it is a critical and unforgiving moment. This monarchy in disguise has been so exhausting and chaotic, it’s not in the least bit surprising so many citizens are disillusioned.
The vast majority of Americans are busy with real life; trying to make ends meet and deeply frustrated by how hard Washington makes it to do just that.
But this is it. There are only 11 months left before the presidential election; 11 months before we get our one real chance to right this ship and change the course of disaster that lies before us.
Let’s rededicate ourselves to voting for truth, character and integrity in our representatives (no matter which side we’re on). Let’s go back to being the leader the world so desperately needs. Let’s return, quickly, to being simply ... Americans.

La squadra americana al Torneo Internazionale 2019 di FXC a Boca del Rio

Politica estera ed esercito comune europeo per decidere e difenderci insieme


Il muro di Macron – L’ostacolo della Francia alla difesa comune Ue
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 24 novembre 2019
Poche settimane fa il Presidente Macron, in una dirompente intervista all’Economist, ha puntato il dito sulla progressiva e inarrestabile crisi della NATO e sulla necessità di una politica europea di difesa comune, resa più urgente dalle recenti divergenze tra le due sponde dell’Atlantico su problemi di vitale importanza come il riscaldamento climatico, il trattato di non proliferazione con l’Iran, l’attacco turco contro i curdi in Siria e le tensioni commerciali.
Macron, a parte la crudezza dei termini usati, ha perfettamente ragione quando dichiara che la NATO deve essere radicalmente riformata e l’Unione Europea deve assumere la responsabilità di costruire una propria politica estera e di difesa.
Mentre siamo grati a Macron di avere sollevato il problema con tanta crudezza, dobbiamo tuttavia constatare che la politica francese, anche negli ultimi anni, si è radicalmente discostata da questi obiettivi: pur tenendo conto della modesta rilevanza italiana, Macron è intervenuto nella politica interna del Libano (dove i nostri soldati sono da molti anni i principali garanti di una difficile pace) senza nemmeno parlare al nostro governo.
È difficile poi dimenticare come il Presidente francese abbia ordinato di bombardare la Siria senza farne parola alla Germania.
Risulta infine di dubbia interpretazione l’ambiguo comportamento della Francia nella guerra di Libia. Almeno nel quadrante mediterraneo e africano, che più di ogni altro interessa alla Francia, l’identità nazionale ha fatto premio sui propositi europei: fino a qui nulla di nuovo nella storia dei comportamenti dei nostri cugini d’oltralpe.
Tuttavia tre giorni fa il ministro della difesa francese, la signora Florence Parly, ha chiesto agli europei un aiuto comune nel portare avanti l’azione militare che la Francia sta sostenendo da sei anni in Mali per contenere senza successo i gruppi armati islamici che, nonostante la nostra speranza di prevalere nella lotta contro il terrorismo, stanno invece dilagando in tutti i paesi a sud del Sahara.
La ministra francese ha infatti perfettamente ragione quando sostiene che questa crescente offensiva delle milizie islamiche costituisce un pericolo mortale per la sicurezza e gli interessi vitali dell’Europa.
Il problema nasce dal fatto che un’azione europea contro il terrorismo (così impegnativa, così gravosa in termini di costi e così rischiosa in termini di vite umane) può essere portata avanti solo se fondata su una politica comune.
Per rimanere nello stesso ambito territoriale africano conviene infatti ricordare che, seppure in una dimensione assai minore, è  stato rifiutato l’aiuto offerto dal nostro governo al Niger assediato dai terroristi perché avrebbe potuto mettere in discussione il ruolo fino ad allora giocato dall’esercito francese. Deve essere quindi chiaro che, se noi europei vogliamo avere un futuro, dobbiamo operare insieme.  Deve essere tuttavia altrettanto chiaro che la solidarietà nasce non solo dalla condivisione di pur nobili obiettivi (come la lotta contro il terrorismo) ma da politiche decise in comune.
È infatti impossibile mettere in atto un’operazione militare congiunta in qualsiasi paese del Mediterraneo o dell’Africa se i rapporti con quel paese vengono gestiti in modo esclusivo da un solo governo europeo.
Questo è l’ostacolo che maggiormente si oppone alla costruzione di una politica estera e della difesa europea, anche se, nella comune opinione, si pensa che  l’ostacolo sia soprattutto costituito dai costi necessari per mettere in atto tale politica.
I costi non sono certo trascurabili, ma sono alla nostra portata. Basti tenere presente il ruolo che gioca oggi la Russia nel campo militare anche se il suo PIL si colloca fra quello spagnolo e quello italiano e, quindi, a meno di un settimo di quello dell’Unione Europea. Per non parlare della Turchia, che è  divenuta  potenza regionale con un PIL che è poco più della metà di quello russo.
Possiamo anzi sottolineare che, almeno in una prima fase, i costi di un esercito comune europeo sarebbero  compensati dai risparmi su quanto oggi si spreca in conseguenza delle attuali disfunzioni organizzative e della mancata standardizzazione degli armamenti.
Non ci dobbiamo quindi stupire che nel primo incontro tra i ministri francese e tedesco, dopo l’intervista di Macron all’Economist, non si sia fatto alcun sostanziale passo in avanti sui problemi della difesa, trovando la convergenza solo su un possibile accordo per la creazione di una Commissione di esperti delegati ad approfondire gli elementi di conoscenza sui problemi strategici.
Quando un incontro politico finisce con la proposta di formare una Commissione per approfondire problemi già ampiamente conosciuti, significa che siamo ben lontani da una qualsiasi soluzione. Per difenderci insieme dobbiamo infatti decidere insieme.

Fiona Hill accusa i i repubblicani del comitato di intelligence della Camera di ripetere la propaganda di Putin


NBC News
WASHINGTON — Former White House official Fiona Hill on Thursday will accuse lawmakers on the House Intelligence Committee of echoing Russian propaganda by fomenting the "fictional narrative" that Ukraine meddled in the 2016 election, according to her prepared testimony obtained by NBC News.
Hill, one of the foremost U.S. experts on Russian President Vladimir Putin, appears to take aim at Republicans on the panel, led by ranking member Rep. Devin Nunes of California, who have repeatedly questioned witnesses about alleged efforts by Ukrainians to hurt President Donald Trump during the 2016 campaign.
She will say during her impeachment testimony that "some of you on this committee appear to believe that Russia" and its spy services didn’t attack the U.S. in 2016" and that perhaps, somehow, for some reason, Ukraine did."
"In the course of this investigation, I would ask that you please not promote politically driven falsehoods that so clearly advance Russian interests," Hill plans to say. "I refuse to be part of an effort to legitimize an alternate narrative that the Ukrainian government is a U.S. adversary, and that Ukraine — not Russia —attacked us in 2016."
She will issue a dire warning that Russian intelligence and its proxies are gearing up to interfere again in 2020 — and that the U.S. is "running out of time to stop them."
"Our nation is being torn apart," Hill will say in her testimony.
Hill becomes the latest witness to events in the West Wing to testify publicly in the impeachment inquiry. In her earlier, private deposition, she revealed that Ambassador to the European Union Gordon Sondland had told Ukrainians visiting the White House that there was an agreement to grant Ukraine's president a visit if he committed publicly into investigations into Trump's political opponents.
She also described a "shadow foreign policy" overseen by Sondland and others, and how former national security adviser John Bolton had told her to report to lawyers what he described as a "drug deal" cooked up by Sondland and acting White House chief of staff Mick Mulvaney.
Hill was expected to affirm that testimony before television cameras on Thursday, as well as to defend strenuously her political impartiality as a national security official. Many of the current and former officials who have testified in the impeachment hearings have been accused by Trump of being "never Trumpers" or otherwise attacked by the White House.
"For the better part of three decades, I have built a career as a nonpartisan, nonpolitical national security professional focusing on Europe and Eurasia and especially the former Soviet Union," Hill plans to say.

E' arrivato l'ambasciatore con la piuma sul cappello. (E che piuma)




By Amber Phillips (TWP)

Thursday’s impeachment news, in a quote: “I know that members of this committee have frequently framed these complicated issues in the form of a simple question: 'Was there a ‘quid pro quo?’ As I testified previously, with regard to the requested White House call and White House meeting, the answer is yes.”
That’s European Union Ambassador Gordon Sondland and one of President Trump’s point people on Ukraine saying yeah, there was a quid pro quo for Ukraine’s president to get a meeting and a phone call with Trump: They had to announce investigations into Democrats.
So Sondland went about trying to set that up this summer, later realizing military aid was also being withheld until Ukraine announced investigations into Trump’s rivals.
Why this is big
Up until this point, witnesses have been testifying that Sondland was the one communicating a quid pro quo to Ukrainians. They abruptly shut down meetings when he brought it up, or they texted Sondland their concerns that this was “crazy,” or they called him the “Gordon problem” within the White House.
Sondland got on the stand and didn’t take the fall. Instead he pointed at Trump. He testifies he was acting “at the express direction of the president of the United States.”
And he testified that senior officials like Vice President Pence, Secretary of State Mike Pompeo, acting White House chief of staff Mick Mulvaney and former national security adviser John Bolton all knew about it too. “They knew what we were doing and why," Sondland said.