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Oggi Nonna Vivi compie 103 anni

 

Sabato 28 Ottobre 2023

Bisnonna per la sesta volta, nonna Vivi è sempre stata una giramondo e adesso continua le sue esplorazioni grazie a internet grazie al quale si tiene in contatto con i tanti nipoti sparsi per il mondo

Compie 103 anni nonna Vivi Meriggi, nata il 28 ottobre 1920 a Livorno. Vedova di Giuseppe Savigni, grande sportivo del canottaggio, per molti anni ha gestito un negozio di antiquariato a Castagneto Carducci. Adesso abita a Montenero con la famiglia, ed è contentissima per essere diventata bisnonna per la sesta volta. Nonna Vivi è sempre stata una giramondo e adesso continua le sue esplorazioni grazie a internet. Del resto le tecnologie le conosce benissimo, volendo tenersi in contatto con i tanti nipoti sparsi per il mondo, che a turno la chiamano almeno una volta al giorno. Le sue lucide considerazioni sulla politica e sugli avvenimenti mondiali sono tenute in grande considerazione, così come i suoi racconti sono molto apprezzati dai più piccini. In occasione di questo importante compleanno il sindaco Luca Salvetti le ha inviato una rosa con gli auguri della città. 

Il rilancio della Cina e il dialogo con gli USA


Passi necessari – Il rilancio della Cina e il dialogo con gli Usa


Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero 
Molte cose sono cambiate a Pechino dopo le crescenti tensioni internazionali e i lunghi anni del Covid.

Emerge, in modo addirittura sorprendente, quanto sia calato il numero degli operatori e dei turisti stranieri, mentre le conversazione con gli esperti politici, gli accademici e gli operatori economici descrivono un futuro problematico e si concentrano sulla necessità di cambiamenti che non avevano fino ad ora fatto parte dell’agenda dei cinesi.

I dati dell’ultimo trimestre hanno portato un temporaneo sollievo a queste preoccupazioni segnando una crescita vicina al 5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno che è stato, tuttavia, un anno molto triste. Il che dimostra come sia difficile avvicinarsi ai grandi ritmi di sviluppo della Cina pre-Covid.

Questo in un paese che, nonostante gli incredibili progressi di oltre quarant’anni di uno sviluppo senza precedenti, si colloca ancora al di sotto del settantesimo posto nel mondo per livello di reddito pro-capite e che ha, quindi, la possibilità di avere davanti a sé molti anni di crescita sostenuta.

Non sono pochi però gli interrogativi che, negli scambi di opinione elencati in precedenza, vengono posti sul se e sul come questa nuova fase di sviluppo potrà concretizzarsi.

La prima e più sentita preoccupazione riguarda la disoccupazione giovanile, problema mai immaginato prima in Cina e che ora invece colpisce non solo le professioni più modeste, ma ha raggiunto anche i laureati e gli addetti delle imprese ad alta tecnologia. Un problema così grave che, a partire da giugno, il governo ha smesso di comunicarne le cifre ufficiali.

Una disoccupazione che, soprattutto nel settore privato, ha provocato anche sensibili diminuzioni salariali che hanno ulteriormente aggravato il problema economico più complicato della Cina, cioè l’insufficienza della domanda interna di fronte alla capacità produttiva delle imprese. Non che con questo la Cina abbia perso la sua tradizionale forza nei mercati stranieri.

La sua bilancia commerciale è ancora attiva ma, nel nuovo difficile contesto internazionale, le esportazioni non possono certo sostituire la debolezza di un mercato interno che non sta crescendo ad un ritmo sufficiente.

A questo si aggiunge il disagio di molti imprenditori in conseguenza di una serie di decisioni governative che, costruite per controllare il processo di corruzione e di eccessiva concentrazione di potere, si stanno traducendo in un progressivo aumento del controllo politico sull’economia.

Il caso dell’intervento governativo nei confronti di Alibaba e di numerose altre imprese ha posto l’interrogativo se la presa diretta della politica sull’economia avrà in futuro un’ulteriore espansione, così da cambiare la natura stessa dell’economia di mercato.

Tutto questo si sta traducendo in un crollo degli investimenti americani ed europei che non riescono ancora ad essere sostituiti dai pur notevoli investimenti provenienti da altri paesi. Ancora più preoccupante, di fronte a questo quadro di incertezza, è l’esodo dalla Cina di numerosi operatori nazionali e stranieri.

Non dobbiamo quindi sorprenderci che, finora, i mercati finanziari abbiano reagito negativamente, con diffusi e sostanziosi ribassi.

Di fronte a questi cambiamenti così radicali e assolutamente nuovi per la Cina moderna, mentre già sperimentati da molti paesi, le autorità politiche stanno prendendo atto di queste preoccupazioni, ma reagiscono in modo ancora molto cauto, limitandosi a dichiarare che la situazione internazionale è sempre più complessa, che la domanda interna aumenterà e che occorre tempo per consolidare la crescita.

Compito non facile: non sono infatti più possibili i grandi investimenti del passato nell’edilizia perché l’invenduto ha assunto dimensioni critiche e il calo dei prezzi delle nuove costruzioni appare inarrestabile. Nemmeno si può pensare ad un nuovo piano di investimenti in infrastrutture perché quasi tutto è già stato fatto e le finanze pubbliche sono sostanzialmente esauste, soprattutto in conseguenza dei debiti delle provincie.

Si è quindi, almeno temporaneamente, creata una spirale negativa in un paese in cui, tuttavia, il livello di sofisticazione produttiva e i progressi nei nuovi grandi settori, a partire dalle energie rinnovabili e dall’auto elettrica, appaiono straordinari e suscettibili di sviluppi.

Un paese in cui esiste un’enorme liquidità che, data l’incertezza, non viene spesa né dalle famiglie né dalle imprese e che la politica del governo può rimettere in gioco solo riconquistando la fiducia delle imprese e delle famiglie.

Quanto alla politica interna esistono due priorità. La prima è il necessario aumento dei consumi, anche con una nuova politica nei confronti dei giovani e con un ulteriore sforzo degli investimenti nell’alta tecnologia e nell’ambiente. La seconda riguarda la necessità che, lasciato alle spalle il Covid, diminuisca il tasso di controllo politico sulla vita dell’economia e delle imprese.

Dal punto di vista della politica estera si rende sempre più indispensabile la diminuzione delle tensioni con gli Stati Uniti. Gli incontri e i colloqui fra gli esponenti politici dei due paesi si sono già moltiplicati e si stanno ulteriormente moltiplicando in questi giorni, ma non sono ancora arrivati al livello presidenziale.

Ci auguriamo che vi giungano presto perché ne hanno bisogno non solo gli Stati Uniti e la Cina, ma ne abbiamo bisogno tutti noi.

Saturazione e desertificazione delle emozioni

Dice che dipende dall'eta' e dalla malattia.

Ma difronte a quello che accade nel mondo non riesco piu' a provare alcuna emozione.

E dire che passo le mie giornate sommerso dalle notizie che trasbordano dal megaTV di 65 pollici.

Le migliaia di morti palestinesi e ebrei in continuo aumento nella cosiddetta Terra Santa, il rimpallo di responsabilita' nei talk show ribadite dagli ospiti che uno si chiede perche' mai li abbiano invitati visto che sono un vuoto pneumatico. 

Poi ci aggiungi le decine di morti fatti fuori dal solito demente che ha titolo di cittadinanza in un paese, gli USA, dove su una popolazione di 323 milioni individui sono spalmati oltre 450 milioni di armi da fuoco in gran parte da guerra.

Ed i morti regalati da madre natura in tutto il mondo che non fanno notizia perche' la morte ti dicono i saggi e' la componente della vita, ti gira intorno, ti sta addosso, ti fa sentire il suo fiato puzzolente sul collo e ti ricorda che tocca anche a te.

Di fronte a questa desertificazione delle emozioni, di fronte a questa saturazione d messaggi che rendono incapace il vostro redattore di manifestare con orgoglio di pensiero indipendente e autonomo una posizione definita uno si chiede: perche' questa mancanza di emozioni?

Forse perche' chi scrive ha vissuto un'infanzia traumatizzata dai bombardamenti degli alleati liberatori, dalle notti illuminate dai duelli di artiglieria tra una sponda e l'altra del fiume Arno tra i tedeschi che non si decidevano a ritirarsi e gli 'alleati' che non si decidevano a costruire un ponte Bailey per attraversare il fiume. E poi la fame, tanta fame.

Forse perche' le immagini continue televisive degli ospedali delle due fazioni fanno il paio con il ricordo, che speravi dissolto, dei morti smembrati per le strade di Firenze dai bombardamenti, dalle incursioni dei cecchini appostati sui tetti, dalle vendette dei partigiani. 

Immagini che speravi tumulate per sempre dentro la tua memoria ed invece eccole rampollare per dirti che e' tutto lo stesso macabro spettacolo che non aggiunge niente di nuovo quanto a dolore e malvagita' al 'deja' vue 'della tua giovinezza.

E neanche pregare il mio Dio caritatevole porta sollievo se pensi al loro dio (che dovrebbe essere lo stesso) che benedice i loro massacri in nome di 'morte agli infedeli'.

Oscar

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Ve la giro perche' i ricordi di Firenze sotto la guerra sono anche i miei ( Oscar ha visto piu' fame; Nonna Angela ha potuto proteggere Odette e me piu' di quanto abbia potuto la nonna di Oscar).

Roberto Paolieri

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Oscar ti leggo sulla desertificazione delle emozioni e tristemente concordo scritto particolarmente bene. Un abbraccio  dalla  tua amica  Elisabetta  immersa come ti puoi immaginare  nel think of it.

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Caro amico,

hai ragione su tutta la linea. A proposito dei vari credi, non ricordo quale papa auspicò: “Ut unum sint”. In cielo o nella sola natura (come riteneva Spinoza il grande) è davvero difficile infatti pensare che ci siano tanti “Dii”. E come te penso anch’io che, pur espressione di tante religioni e di tante le culture, vi sia un solo “Eterno”.

Di mio aggiungo solo questo, per cercare di evitare che in nome di un Dio - che da qualche parte è lo stesso - ci si ammazzi: se non si rispettano, da tutte le parti, i valori e i principi della Convivenza tra popoli e le regole e disposizioni che gli Organismi sovranazionali (ONU) hanno fissato perché essa sia resa possibile, la carneficina non avrà mai fine. Ciò riguarda oggi la Russia e ,da decenni, la contesa territoriale tra Israele e Palestina (Hamas non c’entra, sono solo criminali).

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Caro Oscar,

Purtroppo le notizie di morte da cui siamo continuamente sommersi diventano un antidoto per l'empatia.
Se avessimo destinato l'energia spesa nell'uccidere verso il progresso dell'umanità, avremmo già colonizzato la galassia.
È assurdo quanto gli anni duemila, che quando ero ragazzino mi immaginavo sarebbero stati anni da fantascienza, siano invece tristemente somiglianti a buona parte del ventesimo secolo.

E siccome siamo tutti miscredenti per qualcuno, credente in altro, invece andremo tutti indistintamente all'inferno.
Clark
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Carissimo Oscar,

Condivido a pieno le tue opinioni !

A  tal  proposito mi  viene in  mente una poesia di Quasimodo " Uomo del mio  tempo ".

E'  sempre l'uomo ! Se  non  riusciamo ad  agire  sull'uomo , i  problemi continueranno all'infinito !

Un abbraccio !

Andrea

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Come scrivi bene Oscar, quanta triste verità! Cosi’ impotenti!!

Franco


Polonia: la voglia di Europa che orienta gli elettori



Il voto in Polonia – La voglia di Europa che orienta gli elettori


Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 21 ottobre 2023

Il voto polacco costituisce una piacevole sorpresa ma, nello stesso tempo, una conferma. La sorpresa nasce dal fatto che nessuno prevedeva che il partito che da otto anni governava la Polonia con un piglio autoritario e antidemocratico, esercitando una netta leadership tra i paesi populisti ed euroscettici, fosse messo in minoranza da una coalizione ancora in via di costruzione.

La conferma nasce invece dal fatto che, quando un paese viene messo di fronte alla concreta ipotesi di staccarsi dall’Europa, il populismo perde gran parte della sua capacità di attrazione.

In questo caso il cambiamento assume particolare importanza perché la Polonia, per la sua rilevanza demografica, politica ed economica, era, fino a oggi, la riconosciuta guida dei paesi euroscettici e la battaglia elettorale si è giocata soprattutto sui problemi europei, utilizzati con una violenza che ha radici nella storia passata, ma che non riesce ad interpretare il mondo di oggi e a prepararne il futuro.

Basti riflettere sul fatto che la più pesante accusa che il primo ministro Kaczyński ha rivolto a Tusk durante la campagna elettorale è stato di essere servo dei tedeschi. Questo in un tempo in cui una parte prevalente dello sviluppo polacco è proprio dovuta allo stretto legame con la Germania sia come investitore che come paese destinatario della produzione polacca.

Lo scontro così aspro e la grandezza della posta in gioco hanno provocato la mobilitazione dell’elettorato in un paese in cui il governo controlla strettamente non solo tutti gli apparati dello stato, a partire dalla giustizia, ma la quasi totalità dei media.

Alla fine ha vinto l’ex Presidente del Consiglio Europeo, proprio la persona che, dal punto di vista del governo in carica, rappresentava il simbolo di ogni male.

La leadership antieuropea passa ora nelle mani del leader ungherese Orbán che rappresenta tuttavia un’alternativa assai debole, anche perché il suo alleato più stretto, cioè lo slovacco Fico, è stato costretto a formare il governo con un partito alleato che non ne condivide la politica antieuropea.

Naturalmente anche per la coalizione che ha prevalso nelle elezioni polacche la vita non sarà tutta rose e fiori. In primo luogo essa si trova di fronte all’ostilità di tutte le strutture pubbliche esistenti, dal governatore della Banca Centrale ai più alti magistrati, dai responsabili del settore bancario a quelli dell’energia, fino al Presidente della Repubblica che, forte di un mandato che scade solo nel 2025, ha il potere di veto su molte decisioni del governo.

Non meno agevole da affrontare sarà inoltre, per il nuovo governo, il problema dell’armonia fra i partiti che sono risultati vincitori, dato che il ferreo (e credo indissolubile) legame fra di loro è costituito soprattutto dall’opposizione al governo esistente. Tuttavia le posizioni su temi che hanno avuto importanza non trascurabile nella campagna elettorale sono spesso divergenti.

I due partiti che sostengono la Piattaforma Civica di Tusk fanno infatti riferimento a tradizioni politiche non coincidenti, dato che un partito ha radici liberali e l’altro eredita una tendenza di sinistra. Inoltre, alcuni temi che hanno avuto molto rilievo nella campagna elettorale, come la regolamentazione dell’aborto e la politica agricola, sono ancora in discussione e saranno oggetto di lunghe e complesse trattative, come sempre avviene nei governi di coalizione.

Con la complicazione che, in questo caso, la futura opposizione sarà dominata da un unico partito e diretta da un leader che tiene ancora saldamente in mano le più importanti leve del potere.

E’ comunque certo che l’esito delle elezioni polacche non produrrà conseguenze solo all’interno della Polonia, ma avrà grande influenza anche sui rapporti di coalizione all’interno del nostro paese. E’ evidente infatti che, con il voto di domenica scorsa e dopo la debole prestazione della spagnola Vox, la destra radicale cessa di essere una possibile alternativa europea.

Diventa quindi ancora più probabile (o quasi scontato) che le prossime elezioni europee confermeranno la prevalenza della cosiddetta coalizione “Ursula”, fondata sul proseguimento della collaborazione fra Popolari e Socialisti. Una prospettiva che, presumibilmente, renderà più facile la scelta della Presidente Meloni, dato che il leader ungherese Orbán, finora l’alleato più stretto del nostro maggior partito di governo, rimane sempre più isolato e non può certo rappresentare un partner di riferimento per la politica italiana a Bruxelles.

La spinta verso l’ “Ursulizzazione” diventa quindi molto più forte anche all’interno del governo italiano, ma obbliga a complicate contorsioni tra i diversi partiti della coalizione e all’interno degli stessi partiti, per iniziare da FdI e finire con la Lega di Salvini e Giorgetti.

Ancora una volta si deve comunque prendere atto che, passo per passo, le politiche nazionali si legano in modo inestricabile con la politica europea, che sola è in grado di garantire la rilevanza e l’esistenza stessa delle nostre amate nazioni. Ed è bene che questo necessario processo proceda nel tempo più rapido possibile, a costo di voltare le spalle al proprio passato. Anche perché si tratta di un passato che non ha alcuna possibilità di ritornare.

L’orrore di Hamas – I nuovi timori per la ripresa del terrorismo islamico


Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero 

E’ passata una settimana dalla terribile carneficina che ha colpito il popolo di Israele. Le testimonianze e le immagini di crudeltà crescono ogni giorno.

Abbiamo assistito in queste ore ad azioni di ferocia e mancanza di umanità che pensavamo non si sarebbero mai ripetute, dopo i campi di sterminio della Seconda Guerra Mondiale.

Di fronte a questi incredibili episodi, non solo la solidarietà a Israele deve essere incondizionata, ma è doveroso riflettere sull’estensione e la profondità a cui il fanatismo è arrivato.

Esso ha sorpreso allo stesso modo coloro che dovevano direttamente provvedere alla sicurezza dei cittadini di Israele, come anche i più attenti osservatori della politica del Medio Oriente. Ho cercato di rileggere le riflessioni di tutti gli analisti e gli scritti degli esperti, ma non ho trovato nessun lontano accenno all’ipotesi di un evento come quello che è avvenuto.

Di qui nasce un diffuso allarme perché il terrorismo, con i suoi contenuti fanatici, non si limita ad Hamas e agli Hezbollah, ma si estende in tutto il Medio Oriente, è ritenuto un pericolo concreto in molti paesi asiatici e controlla una parte crescente del Sahel.

Esso guadagna terreno anche quando si contrappone a strutture militari in teoria molto più forti. Questo per il fatto di potere usare metodi che, in quanto a ferocia, si pongono sulla stessa linea di quelli praticati da Hamas in Israele. Anche se è venuto il tempo di riflettere sugli errori della politica di Netanyahu, talmente estremista da avere persino spaccato in due lo stesso popolo di Israele.

Per questo motivo, oltre che per l’assurda crudeltà di quanto è avvenuto, anche i paesi che avrebbero interesse ad approfittare di questa manifesta sconfitta delle democrazie occidentali, alle quali Israele appartiene, hanno dimostrato prudenza nel commentare quanto sta accadendo.

Gli Emirati si sono schierati con Israele e così l’India. Pechino, pur riaffermando la sua tradizionale vicinanza al popolo palestinese, ha soprattutto auspicato una rapida ripresa di autentici colloqui di pace. E la Russia, che indubbiamente pensa di trarre giovamento da una possibile minore attenzione degli Stati Uniti e dell’Europa nei confronti dell’Ucraina, ha solo posto l’accento sulla necessità di operare per la costruzione di uno stato palestinese.

In favore della necessità di un sostegno all’integrità della Palestina si sono schierati i paesi islamici dell’Asia, che tuttavia non hanno direttamente attaccato i comportamenti di Israele. Le voci di appoggio all’azione terroristica si concentrano in un ristretto numero di paesi fanaticamente anti israeliani, partendo dall’Iran fino al Libano, all’Algeria, alla Tunisia e al Sudan.

Questo non significa che si riesca a creare un’alleanza contro il terrorismo includendo gran parte del così detto Grande-Sud, ma è certo che, dopo quest’offensiva di Hamas, la paura nei confronti di una crescita del terrorismo è condivisa da molti più paesi di quanto non fosse prima dei tragici eventi di Israele.

Per quanto riguarda l’economia, anche se si è ancora nella fase iniziale di avvenimenti che avranno imprevedibili risvolti in futuro, le reazioni sono state molto più prudenti di quanto si poteva prevedere, almeno in questi primi giorni di guerra.

Scarse sono state finora le reazioni dei mercati e non molto rilevanti le conseguenze sui prezzi dell’energia, a differenza di quanto era avvenuto nei precedenti episodi di tensione politica nel Medio Oriente.

Il prezzo del petrolio è infatti aumentato di una modesta percentuale, da 84 a 89 $ al barile, (circa il 5%), livelli inferiori ai 94 $ di pochi giorni prima dei tragici avvenimenti. Nulla a che fare con la crisi di cinquant’anni fa, quando la solidarietà tra tutti i paesi arabi e la loro compattezza contro Israele aveva fatto aumentare di cinque volte il prezzo del petrolio.

Il maggiore timore dei mercati è che gli Stati Uniti, dopo avere allentato le sanzioni all’Iran consentendo un aumento delle esportazioni di cinquecentomila barili al giorno, siano ora spinti a renderle nuovamente più severe, riducendo l’offerta mondiale e provocando quindi un più sostanziale aumento dei prezzi.

Più difficile spiegare la crescita delle quotazioni del gas, di oltre il 40% senza nessuna convincente spiegazione.

Si è parlato della temporanea interruzione dello sfruttamento del giacimento israeliano di Tamar, che però serve il mercato interno di Israele e, in piccola parte, quello egiziano. E’ forse più probabile che questa crescita sia dovuta a fattori del tutto indipendenti dalla guerra di Israele, come gli scioperi negli impianti australiani di gas liquefatto, la possibile diminuzione dell’offerta russa o, addirittura, le scientificamente improbabili previsioni di una maggiore rigidità climatica del prossimo inverno rispetto a quello passato.

Sono tuttavia già sul tavolo altri seri problemi economici. Gli Stati Uniti sono infatti chiamati ad affrontare una crisi molto più complessa perché, se fino ad ora le guerre di Ucraina e di Israele non si sono saldate, le pesanti spese a cui si sono impegnati su tutti e due i fronti si sommano.

L’impegno americano si fa più profondo e politicamente più complesso proprio mentre si sta avvicinando l’inizio di una lunga e incerta campagna elettorale.

Così come dovrà essere lunga, ampia e costosa la mobilitazione di Israele.

Alla quantità di soldati impegnati intorno e dentro a Gaza si aggiunge infatti l’enorme numero di militari mobilitati per affrontare una possibile ribellione (un’altra Intifada) nell’intera Palestina.

Il tutto mentre la Cina, almeno per ora, si mantiene estranea da qualsiasi impegno militare e finanziario in entrambi i fronti che stanno provocando agli altri molto sangue e molti sacrifici.

29 minuti prima

Tutti si chiedono per quale ragione l'intelligence israeliana si sia fatta prendere di sorpresa dal repentino attacco dei terroristi di Hamas degenerato poi in un massacro di civili ebrei  che praticamente ha lasciato un morto in  ogni famiglia israeliana.

Da giorni a Roma gira una storia che se fosse vera potrebbe spiegare molte cose.

Sembra infatti che 29 minuti prima del massacro del 7 ottobre all'improvviso tutti i complessi sistemi di intelligenza israeliani si siano improvvisamente azzerati lasciando nel buio più completo operatori e autorità fino al top del governo. Disperatamente i tecnici israeliani hanno cercato di riattivare i sistemi di intelligence senza alcun risultato.

Si parla con sempre maggiore convinzione di un tentativo compiuto dai russi che, grazie all'esperienza maturata in Ucraina, sembra abbiano scoperto il modo di neutralizzare i servizi più complessi di spionaggio.

Non ci sono elementi per poter dire che questa storia è semplicemente una delle tante bufale che girano nella capitale Romana, oppure che ha un fondamento di verità.

 La sottoponiamo alla cortese attenzione dei nostri lettori. Pregando di non prendere come oro colato. un si dice sussurrato a migliaia di orecchie.

 Oscar*

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Chissà, forse è la stessa differenza che c’era tra Tito Livio e Cornelio Tacito: Livio scriveva “dicunt, dicono che etc”, Tacito si basava invece solo su fatti (v. gli ‘Annales’).

Un abbraccio!

Sandro

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molto interessante 

ma c’e’ di piu’ secondo me a livello internazionale per questo attacco
a presto

Erminia 
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Putin è un bandito, ma senza alcuna prova non ha senso "accusarlo"...

Ne approfittavo xchè leggo volentieri le news, indipendentemente dal condividerle a volte solo in parte 

Marco

 

Il settore aereo torna ai livelli pre-covid per capacità offerta (ma a costi più alti) (Dal Sole 24 Ore)


I dati Cirium: i costi del carburante, del personale e i rischi recessione le prossime sfide

di Mara Monti

9 ottobre 2023
(Photo by Charly TRIBALLEAU / AFP)

I punti chiaveLa cura dimagrante
Le incertezze
Le strategie delle low cost
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3' di lettura

La crisi Covid è alle spalle per il settore del trasporto aereo, dopo più di tre anni di battaglie per sopravvivere, ma le ferite lasciate dalla pandemia sono ancora aperte e fanno male. La buona notizia è che la capacità globale, misurata come il numero di posti offerti per la distanza percorsa, ha raggiunto i livelli del 2019, secondo i dati di Cirium società di analisi aeronautica. Il dato rappresenta il punto di svolta per il mercato mondiale del trasporto aereo che vale 1,17 mila miliardi di dollari che ha dovuto affrontare una crisi esistenziale senza precedenti.

La cura dimagrante

La chiusura dei confini e i salvataggi delle compagnie aeree che ne seguirono, hanno lasciato il settore indebolito sul fronte finanziario e a corto di personale e di aerei, i primi licenziati per ridurre i costi, i secondi venduti per fare cassa. Una cura dimagrante necessaria quando migliaia di aerei erano parcheggiati negli han

La riapertura dei confini ha trovato compagnie aeree e aeroporti impreparati e recuperare terreno è diventato difficile: gli utili sono ancora inferiori del 40 per cento rispetto al 2019, secondo la Iata, l’associazione internazionale delle compagnie aeree, il business travel è incerto e sul boom della domanda per vacanze pesa lo spettro della recessione, più cupo ogni giorno che passa

Le incertezze

Gli analisti stimano che se il fatturato è tornato ai livelli pre-Covid, al contrario i costi sono più alti del 18-19%: soltanto quelli del personale sono saliti del 35-40%, livelli ritenuti insostenibili. Tutte incertezze che hanno spinto Delta Air Lines e American Airlines ad abbassare l’outlook del profitto per il terzo trimestre, mentre in Europa si fa leva sul prezzo dei biglietti per rispondere ad un eventuale indebolimento della domanda.

In questo scenario di luci e ombre, si sono aggiunte la crisi ucraina, quella energetica fino alle cancellazioni dei voli verso Israele per le tensioni di questi giorni: dal febbraio 2022, le compagnie aeree statunitensi ed europee non possono più volare in Russia e utilizzare il suo spazio aereo per le rotte verso l’Asia, aumentando il consumo di carburante per le destinazioni verso Es

Secondo Cirium, mentre il traffico transatlantico è tornato ai livelli pre-Covid, quello verso il Pacifico e dall’Europa verso l’Asia è diminuito rispettivamente del 31 per cento e del 17 per cento. Al contrario, i vettori cinesi non soggetti al divieto russo hanno aumentato i voli: Air China, China Southern Airlines e China Eastern Airlines hanno aggiunto capacità per i collegamenti verso Londra rispetto a prima della pandemia. Al contrario, British Airways, un tempo il secondo operatore di voli per la Cina, oggi offre quasi il 40% di posti in meno su quelle rotte rispetto a prima del Covid, secondo Cirium.

Le strategie delle low cost

In Europa, per rispondere alla concorrenza le low cost Ryanair e Wizz Air stanno espandendo rapidamente le loro flotte, lo stesso vale per le loro controparti statunitensi Spirit Airlines e JetBlue. Oltre ad aggiungere aerei, i vettori più forti si stanno consolidando. Come nel caso di JetBlue negli Usa che sta cercando di acquisire Spirit, creando la quinta compagnia aerea statunitense per traffico passeggeri. In Europa, Air France-KLM, IAG e Deutsche Lufthansa sono pronti al merger con i rivali più deboli.

A 104 anni dal primo volo KLM e a 90 anni da quello Air France, il viaggio aereo si conferma un bene essenziale che non lo fermeranno pandemie e recessioni.

Magneti Marelli e il primato perduto nel settore dell’auto


Il caso Marelli – Quel primato perduto nel settore dell’auto

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero 

L’improvvisa dichiarazione di chiusura dello stabilimento di Crevalcore da parte della Magneti Marelli ha avuto giustamente un’eco molto più ampia di quanto non si prevedesse. Certo si tratta di un caso molto grave perché la scomparsa improvvisa di oltre duecento posti di lavoro, in un paese di meno di 15.000 abitanti, sarebbe un evento estremamente doloroso, non solo per le conseguenze dirette, ma anche perché la fabbrica è il simbolo del paese stesso.

L’antico nome della Magneti Marelli ha infatti accompagnato la nascita, la durata e la sicurezza del lungo e complesso processo di industrializzazione di Crevalcore.

La forte e unitaria reazione dei lavoratori, delle autorità locali, regionali e nazionali ha portato ad una sospensione della chiusura fino ad un incontro programmato per il prossimo 8 novembre, col compito di “identificare nuove opportunità di industrializzazione”.

Espressione che apre una speranza, ma non certo tranquillizzante dato che, nella mia lunga esperienza in materia, la ricerca di un nuovo acquirente, quando si tratta della chiusura di un’impresa, non è facile e nemmeno a portata di mano.

Soprattutto, come nel caso in questione, quando il compito di cercare un nuovo acquirente non è assunto dalla Magneti Marelli, ma affidato a un consulente di ancora incerta natura.

D’altra parte queste prese di distanza sono tipiche delle imprese internazionali e dei fondi di investimento. La Magneti Marelli ha entrambe queste caratteristiche, da quando, nell’autunno del 2018, la Fiat l’ha venduta al colosso giapponese Calsonic Kansei, a su volta posseduto da KKR, il gigantesco fondo d’investimento americano.

E’ bene, a questo proposito, ricordare che, nel momento della vendita da parte della Fiat, la Magneti Marelli aveva 43.000 dipendenti, dei quali 10.000 in Italia. Oggi i dipendenti sono saliti a 50.000, ma solo 7.000 in Italia, con esuberi previsti in molti altri impianti. L’allarmante situazione dello stabilimento di Crevalcore è un grave episodio di una strategia in azione da ormai cinque anni.

Il caso è quindi opportunamente divenuto nazionale perché ha reso visibile come il processo di decadenza dell’industria automobilistica italiana abbia cominciato ad erodere anche l’industria dei componenti, che pure rimane ancora il pezzo forte della nostra presenza nel settore dell’auto.

D’altra parte diventerà difficile difendere la nostra presenza nelle produzioni di componenti, quando il passaggio verso l’auto elettrica diminuisce il loro numero, concentrandosi soprattutto sulle batterie, divenute parte dominante della nuova generazione di automobili. Pistoni, cilindri, filtri, iniettori, testate, pompe, serbatoi e tutte le diavolerie che compongono il motore endotermico scompaiono.

Abbiamo già più volte sottolineato come il grande numero di nuove fabbriche di batterie già in costruzione o definitivamente decise sia orientato verso Svezia, Germania, Francia, Spagna, Repubblica Ceca, Ungheria, mentre nessuna sia stata destinata all’Italia.

Anche le decisioni di nuovi impianti di batterie che riguardano Stellantis sono già in fase di costruzione in Francia e Germania, mentre l’ipotizzata realizzazione di un pur minore impianto destinato a Termoli è stata rinviata al 2026, per entrare eventualmente in produzione nel 2030. E’ chiaro quindi che l’investimento in Italia si concretizzerà solo se gli impianti franco-tedeschi non saranno sufficienti.

Non è tuttavia unicamente un problema di batterie perché tutto il settore dell’auto è in discussione.

Nell’anno in corso, la nostra domanda interna si aggirerà infatti intorno a un milione e cinquecentomila vetture e ne produrremo in Italia solo quattrocentomila, cioè poco più di un quarto, essendo ormai relegati al settimo posto in Europa.

Se poi mettiamo a confronto gli stabilimenti Stellantis in Francia e in Italia, troviamo che in Francia vengono prodotti quindici modelli di auto elettriche e in Italia sette.

Ancora maggiore è la differenza se prendiamo in considerazione la produzione di componenti per auto elettriche o ibride.

Le cose non potrebbero essere diverse dato che le strutture di ricerca, riguardo alle quali il ruolo della Fiat era molto significativo, sono ormai insediate oltralpe. Basti pensare che nel 2021, da parte di Stellantis, sono stati depositati 166 brevetti in Italia e 1239 in Francia.

L’aspetto più rilevante è che in Francia è stato sviluppato un progetto di filiera nazionale integrata, per cui ogni stabilimento produce un componente essenziale: a Douvrin le batterie, a Valenciennes i riduttori di velocità, a Trémery i motori elettrici e così via. Un sistema nazionale integrato che, ovviamente, minimizza gli acquisti dalle fabbriche di altri paesi e aumenta il valore aggiunto nazionale.

Nulla di simile in Italia dove gli investimenti programmati permetteranno unicamente tre nuove linee di produzione a Melfi, Mirafiori e Cassino. Gli altri stabilimenti non verranno nemmeno parzialmente riconvertiti e non vi è alcun progetto per arrivare a una filiera nazionale integrata, con tutte le fragilità che questa mancanza comporta. E d’altra parte, come potremmo avere una filiera nazionale quando non esiste un protagonista nazionale e, soprattutto, non esiste una politica industriale nazionale?

 

LA GUERRA IN MEDIO ORIENTE PER ORA HA UN GRANDE SCONFITTO: L’OCCIDENTE – FEDERICO RAMPINI...

 Estratto dell’articolo di Federico Rampini per www.corriere.it (dagospia)

 

FEDERICO RAMPINIFEDERICO RAMPINI

Quali ripercussioni ha la guerra in Medio Oriente sulle grandi potenze? Quali danni o quali vantaggi ne ricavano America, Europa, Cina, Russia? Un primo bilancio molto sintetico vede l’Occidente intero in difficoltà, Vladimir Putin in una situazione migliore, la Cina in bilico fra benefici geostrategici e pericoli energetici immediati. […]

 

Stati Uniti. Quello che è stato definito «l’11 settembre israeliano», potrebbe provocare un effetto simile (anche se su scala più ridotta) all’11 settembre 2001 […]. Cioè risucchiare nuovamente l’attenzione e le risorse strategiche di Washington verso un Medio Oriente nel quale avrebbe voluto impegnarsi meno, per concentrarsi sulla sfida con la Cina.

 

attacchi israeliani a gazaATTACCHI ISRAELIANI A GAZA

Le stragi di Hamas, poi quel che la popolazione palestinese subirà a Gaza, mettono a repentaglio la triangolazione Usa-Israele-Arabia che doveva stabilizzare l’influenza esterna della diplomazia americana in Medio Oriente, e costruire un cordone israelo-sunnita per contenere l’Iran.  […]

 

Europa. Il Vecchio continente molto più degli Stati Uniti è vulnerabile su due fronti: l’islamismo interno e la dipendenza energetica. La guerra Israele-Hamas riaccende l’animo filo-palestinese di vari segmenti delle sinistre europee, ma soprattutto può rilanciare le tensioni con le minoranze musulmane immigrate.

 

joe biden - volodymir zelensky le armi e la guerra israele hamas - vignetta by oshoJOE BIDEN - VOLODYMIR ZELENSKY LE ARMI E LA GUERRA ISRAELE HAMAS - VIGNETTA BY OSHO

Dalle banlieues francesi alle comunità islamiche nel Regno Unito, dai turchi in Germania agli afgani in Svezia, e così via: l’odio per Israele ha una base sociale forte in Europa.

 

Sul fronte economico, bisogna evitare gli scenari apocalittici: l’11 settembre 2001 ebbe un impatto molto inferiore ai timori, ci fu una mini-recessione, presto dimenticata. Le conseguenze geopolitiche furono enormi, quelle sull’economia americana trascurabili.

 

La questione energetica però è quella che potrebbe creare dei problemi agli europei. […] Un intensificarsi della guerra può creare interruzioni di forniture dal Medio Oriente, soprattutto se un giorno questo conflitto dovesse allargarsi in qualche modo in direzione del Golfo Persico.

 

PUTIN E XI JINPINGPUTIN E XI JINPING

Russia. Vladimir Putin per adesso vince su tutta la linea. La guerra in Ucraina passa in secondo piano. Gli arsenali di armi e munizioni americane […] devono venire in soccorso anche a Israele il che significa che la parte riservata a Kiev subirà qualche sacrificio (peraltro era già contestata da un’ala del partito repubblicano).

 

Un Occidente che deve dividere la propria attenzione politica e le proprie risorse militari su più fronti, è meno solido nel contrastare la Russia. Anche sul fronte energetico Mosca ha tutto da guadagnarci: qualsiasi tensione nelle forniture mediorientali […] può creare nuovi sbocchi per le esportazioni di greggio e gas naturale russo.

cadaveri portati via dai soldati israeliani dal kibbutz di kfar azaCADAVERI PORTATI VIA DAI SOLDATI ISRAELIANI DAL KIBBUTZ DI KFAR AZA

 

Cina. Vista da Pechino la situazione è più complessa […]. La Cina è il massimo importatore mondiale di energie fossili. Ha un interesse strutturale alla stabilità in Medio Oriente e nel Golfo Persico, anche se dopo l’invasione dell’Ucraina ha aumentato in modo considerevole i suoi acquisti dalla Russia.

 

Se sorgessero problemi nei flussi di approvvigionamento sarebbe un danno per l’economia cinese che già naviga in cattive acque (da ultimo con il fallimento di un altro gigante immobiliare). La crisi in Medio Oriente è anche un insuccesso per la diplomazia cinese che di recente aveva mediato tra Arabia saudita e Iran per la riapertura bilaterale delle rispettive ambasciate. Nel lungo periodo però Xi Jinping non può che rallegrarsi se l’America torna ad essere invischiata in Medio Oriente e di conseguenza abbassa la guardia nell’Indo-Pacifico.

macerie a gazaMACERIE A GAZAsoldati israeliani tra i cadaveriSOLDATI ISRAELIANI TRA I CADAVERIattacco israeliano su gazaATTACCO ISRAELIANO SU GAZAmacerie a gaza.MACERIE A GAZA.razzi da gaza intercettati da iron domeRAZZI DA GAZA INTERCETTATI DA IRON DOMEsoldati israelianiSOLDATI ISRAELIANI