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Fly me to the moon

 Oscar Bartoli   


Fiorenza Castelli

2:56 PM (4 minutes ago)
to meFranca
Ma che meraviglia vederti di nuovo al microfono! Evviva 👏🏻
Baci 
Fiorenza


Oscar:"Vedermi o sentirmi?"__

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Donatella Honorati

5:33 PM (1 hour ago)
to me
Grazie! Una delle.mie canzoni preferite!
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Ann Llop-Keuter

5:16 PM (1 hour ago)
to me
🥰🥰🥰
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Alessandro Petti

4:16 PM (2 hours ago)
to me

Una voce come la tua anima!

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Carlo Cammelli

6:33 AM (2 hours ago)
to me

Bravo anzi bravissimo Oscar come ai bei momenti degli anni fiorentini .  Un abbraccio Carlo Cammelli 

Masssoneria in America e in Italia



Gli Stati Uniti sono stati creati dalla massoneria.

George Washington e' stato Gran Maestro e molti dei suoi cofondatori e ministri appartenevano alla massoneria la cui prima gran loggia in Inghilterra vide la luce nel 1717 trasformando la massoneria da operativa a speculativa.

Anche se i riferimenti all'antica istituzione sono tutt'ora presenti in ogni attivita' della vita americana (basti pensare al biglietto da un dollaro oppure alla toponomastica della capitale federale realizzata sviluppando il disegno di una loggia massonica) non e' che la vita della massoneria in America sia stata facile.

Il Partito Anti-Massonico, noto anche come Movimento anti-massonico è stato il primo terzo partito degli Stati Uniti d'America.(Wikipedia)

Contrastò strenuamente la massoneria e in seguito tentò di diventare un partito più importante espandendo il suo programma ad altri temi. Emerso come forza politica alla fine degli anni 1820, vide molti suoi esponenti confluire nel Partito Whig negli anni 1830; il partito si dissolse una prima volta negli anni 1830 (scomparve definitivamente nel 1888). 

Fu fondato dopo la sparizione (circa 1826) di William Morgan, un ex massone che ad un certo punto era divenuto un aspro critico della sua ex organizzazione. Molti ritenevano che i massoni avessero assassinato Morgan per aver criticato la massoneria, e di conseguenza varie autorità religiose ed altre personalità condannarono la massoneria. Gli anti-massoni asserivano che i massoni costituivano una minaccia al repubblicanesimo americano tentando segretamente di assumere il controllo del governo. 

C'era poi lo spiccato timore che la massoneria fosse ostile alla comunità cristiana. 

Durante i venti anni di vita del partito antimassonico, i fratelli delle logge furono costretti  a interrompere le loro frequentazioni rituali, molte logge furono chiuse. I massoni e le loro famiglie subirono minacce e attentati.

La massoneria negli Stati Uniti ha svolto un intenso lavoro di assistenza negli anni '50 non solo a favore dei propri iscritti ma anche delle comunita' nelle quali era presente. 

Un'azione questa di grande rilievo prima che il presidente Johnson nel 1965 desse vita a Medicare e Medicaid per assicurare un minimo di copertura sanitaria alle persone di eta' superiore ai 65 anni o che non hanno alcun mezzo di sostentamento.

Per l'americano medio la massoneria non ha niente di sconvolgente. 

All'inizio di ogni cittadina puoi trovare infilate nel terreno decine di paline tra le quali anche quella che indica dove si trova la sede della Loggia, insieme al Rotary club e ai Lions.

I massoni americani danno grande importanza all'aspetto esteriore della partecipazione ai lavori di loggia. 

Ogni dignitario deve indossare il tuxedo che gli italiani chiamano smoking.  

Ma sono frequenti le tornate o le cerimonie organizzate dalla Gran Loggia nelle quali e' imposta la 'cravatta bianca', ovvero il tight con le code che a malapena riesce a contenere stomaco e pancia strabuzzanti.

Il gran maestro di Washington DC Resta in carica, una volta eletto, per un anno, tempo questo che viene impiegato prevalentemente nell'effettuare viaggi all'estero per rispondere agli inviti di altre logge in altri paesi.

 Il fratello massone che voglia diventare gran maestro deve prima di tutto farsi nominare dalla assemblea della Gran Loggia in concorrenza con altri eventuali candidati. 

Una volta inserito  nell'organico della Gran Loggia al livello piu' basso il candidato dovrà spendere 7 anni risalendo di anno in anno le posizioni all'interno della Gran Loggia, ma ogni anno il suo operato dovrà essere validato dalla  assemblea della Gran Loggia.

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In Italia se si vuole rovinare una cena basta fare accenno alla massoneria, perche' le tossine dello scontro tra il Vaticano e l'Istituzione, la perdita del potere temporale del Papa, la formazione di una nuova nazione fatta da massoni come Garibaldi, Cavour, Mazzini sono ancora presenti a livello di opinione pubblica. Si aggiunga la P2 e via citando.

Contro questi pregiudizi pesantemente radicati Stefano Bisi, Gran Maestro del GOI, ha dovuto lottare sino dall'inizio del suo pesante mandato.

I risultati positivi sono arrivati dopo anni di impegno spesso bistrattato da molti dei suoi cosiddetti fratelli molti dei quali si sono impegnati nell'ostacolare l'attivita' del loro massimo rappresentante.

E dire che nei rituali della Massoneria si dice esplicitamente che il candidato che chiede di essere accolto in una loggia deve lasciare ogni "metallo" fuori della loggia stessa perche' i metalli rappresentano la corruzione del mondo profano dalla quale, attraverso il percorso massonico, il candidato vuole liberarsi.

Stefano Bisi


Il Gran Maestro Stefano Bisi è alla guida del Grande Oriente d’Italia dal 6 aprile 2014 ed è al suo secondo mandato per il quinquennio 2019-2024.

Nato a Siena il 15 ottobre 1957, appartiene dal 1982 alla Loggia Montaperti (722) della sua città.

Prima di essere eletto Gran Maestro, Bisi ha ricoperto numerose cariche, locali e nazionali, e ha governato il Collegio circoscrizionale della Toscana per due mandati, dal 2007 al 2013. Appartiene al Rito di York ed è 33esimo grado del Rito Scozzese antico e accettato.

Giornalista, è laureato in Scienze dell’amministrazione nella facoltà di Scienze politiche dell’Università di Siena, e la sua professione è il coronamento di un sogno maturato sui banchi di scuola.

Ha lavorato nei periodici “Siena Nord” e “La Gazzetta di Siena”, e, con qualifica di direttore, nelle emittenti “Antenna Radio Esse” e “Televideosiena”.

È stato vicedirettore del Gruppo Corriere, che comprende le edizioni di Perugia, Terni, Siena, Arezzo, Grosseto, Rieti e Viterbo.

E’ autore di alcuni libri fra cui “Mitra e Compasso”, dedicato al rapporto tra chiesa cattolica e massoneria, lo “Stradario massonico di Siena”, “Massofobia”, “Diario di viaggio. Appunti da una traversata” e coautore di “Sindaci in rosso ” (con Vittorio Feltri e Renato Brunetta), “Sindaci in bianconero” e di “Massoneria FAQ.” con Oscar Bartoli..

Ha ricevuto i premi “Paolo Maccherini”, “Giornalista sportivo dell’anno”, “Porsenna”, “Medioevo presente”. É Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica.

Stefano Bisi e' il contrario di quanto uno si aspetterebbe fisicamente da un Gran Maestro dell'istituzione la cui origine risale al 1770: nessuna indulgenza al trombonismo e ai toni roboanti.

Quando e' stato eletto per la prima volta il 6 aprile 2014 si e' imposto come ruolino di marcia di visitare e lavorare insieme alle 798 logge che fanno parte del GOI, recuperare a Palazzo Giustiniani lo spazio che costituiva la sede del Grande Oriente d'Italia espropriato da Mussolini, riallacciare un dialogo con le autorita' cattoliche.

Nei suoi due quinquenni di potere Bisi ha dimostrato di essere un Gran Maestro che si pone degli obiettivi che possono sembrare assurdi quanto a difficolta' nel realizzarli ma che alla fine di infiniti tentativi hanno visto palesarsi una luce in fondo al tunnel del pessimismo.

Sottoponiamo al nostro Lettore un articolo pubblicato dal Tempo 

Palazzo Giustiniani. Uno spiraglio per il museo della Massoneria/Il Tempo

DI RICCARDO MAZZONI

Dopo un secolo di battaglie i massoni sono riusciti a riaprire il caso di Palazzo Giustiniani, la sede storica del Grande Oriente d’Italia espropriata dal regime fascista. La Cassazione ha infatti annullato la sentenza del Consiglio di Stato che aveva sancito la giurisdizione del giudice ordinario sulla questione, e a giudicare dovrà quindi essere il Tar. Il Grande Oriente d’Italia aveva denunciato la mancanza della condizione pregiudiziale del legittimo esercizio del potere dello Stato italiano, ossia la mancata dichiarazione di nullità dell’atto di compravendita rogato nel lontano 1911 in favore della Urbs (società immobiliare del Grande Oriente d’Italia) con la conseguenza che, permanendo in vita l’atto di proprietà in capo alla società, il decreto di prelazione emesso dal governo non poteva costituire atto di trasferimento in favore di quest’ultimo, tesi accolta in pieno dalla Corte suprema. Il Grande Oriente d’Italia ha ribadito che l’iniziativa giudiziaria è volta esclusivamente a restituire la verità dei fatti alla storia, «nel pieno convincimento che la verità storica rappresenta il fondamento dell’essenza dello Stato democratico». «Le sezioni unite della Cassazione ha detto al Tempo il Gran Maestro Stefano Bisi ci hanno dato ragione: abbiamo denunciato e sostenuto che il regime fascista non poteva esercitare legittimamente il diritto di prelazione su Palazzo Giustiniani perché non era stato dichiarato nullo l’atto di acquisto in nostro favore. Ora spero che il presidente del Senato Ignazio La Russa ci convochi per trovare un accordo per consegnarci almeno quei 140 metri quadrati per fare il museo della Massoneria italiana come previsto dall’accordo sottoscritto nel 1991 dal presidente Giovanni Spadolini e dal Grande Oriente d’Italia». L’iter giudiziario è stato fatto ripartire per volontà dell’attuale giunta alla fine di luglio 2020: grazie a un lavoro certosino fatto negli archivi del Grande Oriente d’Italia sono stati infatti recuperati documenti fondamentali grazie ai quali fu presentato ricorso al Tar del Lazio il 29 luglio del 2020 nei confronti del Senato «per l’accertamento e la declaratoria dell’occupazione abusiva di Palazzo Giustiniani, sede storica della Massoneria che fu acquisita d’imperio al demanio pubblico, con una transazione farsa che costrinse il Grande Oriente a riconoscere la legittimità dell’esproprio». Ma per questa rinuncia lo Stato fascista promise un risarcimento, e questo è stato l’appiglio che ha aperto la strada al ricorso. Quello affrontato dalla Massoneria di Palazzo Giustiniani è stato un autentico calvario giudiziario, a partire dalla sentenza del ’53 della Corte d’Appello di Roma che dichiarò estinta «per prescrizione» l’azione di annullamento per il vizio di consenso causa violenza, perché l’azione «avrebbe dovuto essere esercitata entro cinque anni dai fatti», ossia nel periodo in cui il fascismo esercitò la sua massima violenza. Una motivazione, dunque, paradossale. La sentenza del Tar Lazio del dicembre 2021, confermata dal Consiglio di Stato, costituì poi l’ennesima beffa, rimandando alla competenza del giudice ordinario la controversia. Ora la Cassazione ha fatto giustizia, e l’auspicio è che venga messa la parola fine a una vicenda che non fa certo onore allo Stato repubblicano, che per decenni ha di fatto legittimato un sopruso perpetrato dal regime fascista con la violenza. A latere della verità giudiziaria, dunque, c’è anche una questione politica e istituzionale di grande rilievo: il ripudio di un falso diritto acquisito attraverso un crimine contro l’umanità, quale fu a tutti gli effetti la persecuzione dei massoni culminata con la caccia spietata nella notte di San Bartolomeo. «Non si può tollerare ha affermato Bisi in più occasioni che su questo crimine possa fondarsi un’indebita pretesa da parte di uno Stato come l’Italia che è Patria della Democrazia, della Giustizia e della Libertà».

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Grande interesse ha suscitato il seminario di Milano dal titolo:  
“Partiamo dalle cose che uniscono

Il Gran Maestro accanto a Ferrari, segretario nazionale del Gris

L'intervento del Gran Maestro Bisi

“Partiamo dalle cose che ci uniscono. Stamani in un cantiere a Firenze sono morti tre operai. Che questo fatto ci unisca nel cordoglio, nel pensiero rispettoso di tre uomini che lasciano famiglie. Penso che si debba rivolgere un pensiero forte alle vittime ed ai loro famigliari”. 

Ha esordito cosí il Gran Maestro Stefano Bisi intervenendo al seminario su Chiesa e Massoneria, voluto dall’associazione cattolica Gris, rappresentata dal segretario nazionale Giuseppe Ferrari, e organizzato a Milano presso la Fondazione dell’Ambrosianum con l’avallo dell’arcivescovo della cittá monsignor Mario Delpini, che è intervenuto all’evento al quale hanno partecipato tra gli altri il cardinale Francesco Coccopalmerio già presidente del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, il presidente della Pontificia Accademia di Teologia monsignor Antonio Staglianò e appunto il Gran Maestro Bisi, che da sempre auspica un disgelo nelle reciproche relazioni, si è fatto portatore a tal fine di numerose iniziative e il cui sogno è, come ha rivelato in un’intervista, di camminare insieme al papa sotto il cielo del Grande Architetto dell’Universo.

Riportiamo di seguito l’intervento che il Gran Maestro ha tenuto nel corso dell’incontro:

"Vorrei ringraziare il Gruppo per la ricerca e informazione socio-religiosa per questo invito ad un incontro che ritengo molto significativo. Non è la prima volta da quando sono Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani che mi confronto sul complesso tema dei rapporti fra Chiesa e Massoneria. L’ho fatto a Torino, Pescara, Arezzo, Matera, Gubbio e ne ho parlato più volte in giro per l’Italia e prima ancora. Vi confesso che la prima tavola che ho scolpito nei miei lunghi 41 anni e mezzo di appartenenza al Grande Oriente d’Italia è stata proprio su questo argomento. Forse fu uno scherzo dei miei fratelli più anziani che volevano capire meglio perchè, questo giovane, io, lo vedevano entrare in una chiesa per pochi minuti che si trova lungo il corso principale di Siena, lungo lo struscio. La verità è che desideravo stare qualche momento in raccoglimento, fuori dal frastuono, dal rumore delle parole e del chiacchiericcio. Forse volevano capire il perchè, io, che sono andato all’asilo grazie a un curato di campagna; che ho fatto le scuole medie grazie a un prete che voleva aiutare i figli di operai, fabbri, camionisti; che ho fatto il primo giornale stampato grazie al parroco del quartiere; i miei fratelli più anziani forse volevano indagare sul perchè della mia scelta di chiedere l’ammissione alla massoneria.

Il tema mi appassiona da tempo, quindi. Vorrei che il prelato, l’uomo di Chiesa che ho davanti, non avesse paura di me e vorrei, io, non aver paura di lui. E mi fa piacere oggi essere qui perchè vuol dire che passi avanti nella strada del percorso di conoscenza e di rispetto sono stati fatti. E auguro ai partecipanti a questo seminario di non finire nella gogna mediatica come è successo a due vescovi, di Arezzo e Terni, che hanno partecipato a iniziative pubbliche del Grande Oriente d’Italia. Nel corso dei suoi oltre 300 anni di vita, nessuna istituzione è stata osteggiata, combattuta, mistificata, infamata e tanto temuta come la Libera Muratoria Universale. Dalla Chiesa cattolica che ha visto nella Massoneria un potenziale concorrente nella spiritualizzazione e nell’elevazione dell’Uomo, ai dittatori di ogni colore, per arrivare a certe forme politiche populiste che ne temono la forza inesauribile e libertaria della sua profonda carica umana e sociale.

Una lunga storia che parte dal 1738 e, con alti e bassi, fra pseudo tolleranze e piccoli spiragli, è di fatto proseguita fino a oggi senza sfociare mai in una auspicabile e vera opportunità di cambiare il corso della Storia aprendo le porte del dialogo costruttivo e ponendo fine a quella scomunica che – pur attenuata dalla modifica dell’articolo 1374 del Codice Canonico con la scomparsa del preciso riferimento alla Massoneria, pende tuttora su milioni di liberi muratori sparsi per il globo, molti dei quali si chiedono come superare quel presunto e sostanziale dogma dell’inconciliabilità che precluderebbe qualsiasi avvicinamento fra le due realtà.

Al centro di tutto la Chiesa e la Massoneria mettono entrambe l’Uomo seppure con basi diverse. Per noi si deve lavorare interiormente per sublimare il suo essere e potenziarlo “nella virtù e contro il vizio” per elevarlo in quell’Amore fraterno volto al Bene dell’Umanità e alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo. 

Il massone, che nel dubbio vive e sgrossa la propria pietra, tende al Bene e all’Amore divino seguendo l’irta Via della Conoscenza alla costante ricerca della Verità. Non mi iscrivo per natura e forma mentis alla cerchia dei dottori e cultori dell’inconciliabilità, una parola che non mi piace e che non ha mai prodotto ponti su cui unire ma ha diviso gli uomini.

Credo, ma utilizzo questo termine solo laicamente, invece che non bisogna mai pensare che qualcosa sia impossibile da realizzarsi. E, per questo apprezzai molto nel 2016 lo scritto del cardinale Gianfranco Ravasi, al quale inviai una lettera dopo la pubblicazione del suo articolo dal titolo “Cari fratelli massoni” sul quotidiano “Il Sole24Ore”. 

In quella circostanza auspicai anch’io la via del dialogo e del confronto partendo dalle cose che in qualche modo uniscono le due istituzioni. Ecco cosa scrissi: “Come ha saggiamente ricordato il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura citando il documento dei vescovi tedeschi del 1983, non possono essere ignorati i punti di contatto fra Massoneria e Chiesa che trovano valori comuni nella dimensione comunitaria, nella dignità umana, nella lotta al materialismo, nella beneficenza. 

In questo si può avere un aperto e libero confronto mantenendo le differenze ma riducendo le distanze che invece scandiscono nel loro documento i vescovi filippini”. Ma quel che conta è partire magari da una conciliabilità limitata e discuterne invece di professare ancora una assoluta, intransigente e dogmatica inconciliabilità. 

Chi possiede la Verità? L’Uomo o solo Dio? Scrisse proprio il cardinale Ravasi qualche anno fa: “La Verità è una sola ma come il diamante ha molte facce, noi riusciamo, dal nostro angolo di visuale, a vederne solo una di queste facce”. Si illude, quindi, chi pensa di vedere tutto e detenere l’unica Verità. 

È per questo che i massoni con umiltà e tanti dubbi la cercano perennemente lasciando agli altri i dogmi. Ma cercando sempre il dialogo e il confronto con chiunque. Allora le critiche al cardinale non mancarono di certo e non vi fu nessun ulteriore sviluppo di dialogo. E non mancarono di essere bersaglio di pesanti attacchi due vescovi presenti su invito a nostre iniziative. 

Nel 2019 l’allora arcivescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro Riccardo Fontana si recò a un nostro convegno per i 150 anni della loggia Benedetto Cairoli organizzato proprio dal Grande Oriente d’Italia e nella sala del consiglio provinciale disse: “Gli steccati storici rimangono ma bisogna guardare avanti, a quello che unisce” beccandosi in seguito il rimprovero e lo sconcerto di ambienti, scrisse un giornale, vicini alla Conferenza episcopale. 

Nell’ottobre del 2022 il vescovo di Terni monsignor Francesco Antonio Soddu prese parte all’inaugurazione della casa massonica mostrando coraggio e voglia di dialogo. Gliene dissero di tutti i colori. Eppure già negli anni Sessanta, durante il pontificato di Paolo VI, si avviarono dei contatti fra un gruppo di sacerdoti, come Rosario Esposito e Giovanni Caprile ed il vescovo di Livorno Ablondi ed i vertici del Grande Oriente d’Italia, per capirsi. Si susseguirono numerosi incontri ma poi la morte di Paolo VI fermò il dialogo.

E andiamo ai tempi attuali. Sia durante il pontificato di papa Benedetto XVI, sia durante quello di Papa Bergoglio non c’è stato un significativo tentativo di apertura. L’allora cardinale Ratzinger, nelle vesti di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, intervenne con una “Dichiarazione” il 26 novembre del 1983 – approvata da Papa Wojtyla – nella quale sosteneva che “rimane (…) immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita”.
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In un mondo squassato da guerre di cui non si intravede la fine, dalla rinascita della violenza ad ogni livello, dall'incapacita' generalizzata di stabilire un serio confronto civile, dai pericoli che mettono in forse la sopravvivenza della democrazia, il lavoro appassionato svolto dal Gran Maestro Bisi negli anni della sua gran maestranza lascia una impronta di sano realismo, rafforzando l'Istituzione e riuscendo dopo decenni ad ottenere il riconoscimento della Gran Loggia di Inghilterra.  
Adesso Stefano Bisi cede il testimone al suo successore che sara' nominato alla testa degli  oltre 23mila Fratelli che compongono il Grande Oriente d'Italia.
Una realta' massonica di grande importanza non solo per la 'giovane' nazione italiana, ma a livello internazionale.
Oscar
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Grazie caro Oscar
SB
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Bravo! Un bel ripasso generale sulla Massoneria! Sempre sperando che i sani principi vengano messi in pratica!
Franco


Obbiettivo green: gli strumenti (in)adeguati per le politiche ambientali


Obbiettivo green – Gli strumenti (in)adeguati per le politiche ambientali


Articolo di Romano Prodi 

Si sa che mondo è pieno di contraddizioni, ma non è facile capire come possano stare insieme i messaggi quasi trionfalistici sui progressi delle nuove energie verdi con i dati riguardanti i futuri equilibri ambientali del pianeta.

Iniziamo le nostre riflessioni rilevando che l’anno appena trascorso ha segnato il nuovo record assoluto della produzione e dell’uso del carbone di tutta la storia dell’umanità. Non solo si è arrivati al consumo di 8,55 miliardi (sottolineo miliardi) di tonnellate ma, a causa dell’aumento del prezzo del gas naturale, si è preferito un po’ ovunque ricorrere al carbone, mettendo in cantiere, soprattutto nel continente asiatico, centinaia di nuove centrali a combustibile solido.

I progetti di centrali a carbone della sola Cina sono comparabili con le pur ottimistiche previsioni di crescita di tutte le rinnovabili in Europa nel prossimo quinquennio (circa 400GW versus 530GW). Aspetto di particolare rilevanza anche per il futuro, dato che una qualsiasi nuova centrale ha una durata di almeno alcuni decenni.

Quando dal carbone si passa al petrolio le cose non stanno diversamente. Non solo il consumo è molto elevato e i prezzi si mantengono sostenuti (oltre 80 dollari al barile), ma l’International Energy Agency prevede in aumento, dagli attuali 102 milioni di barili al giorno, ad un nuovo massimo storico di 108 milioni nel 2028. Ancora più preoccupanti sono le previsioni dell’OPEC (l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) che non solo proiettano il consumo a 110milioni di barili al giorno nei prossimi cinque anni, ma ritengono che continuerà ad aumentare anche nei vent’anni successivi.

A questo punto nasce un interrogativo laterale, ma non certo di scarsa importanza: quale sarà in futuro il livello del prezzo del gas e del petrolio? Bisogna infatti tenere in considerazione che la condivisa ipotesi del “rapido” passaggio alle nuove energie ha fatto calare in tutto il mondo gli investimenti nella ricerca e nella messa a punto di nuovi giacimenti.

Si prevedeva un calo della domanda e si è invece di fronte a una possibile scarsità dell’offerta. In parallelo le energie rinnovabili, pur sospinte da incentivi poderosi, non raggiungono ancora il 5% dell’energia totale consumata a livello mondiale.

Nello stesso tempo (come nota l’Economist) sono crollati i prezzi dei minerali rari che costituiscono la componente fondamentale delle batterie per le auto elettriche. Nell’ultimo anno è calato del 50% il prezzo del nickel e addirittura dell’80% quello del litio, fino ad ora esempio quasi scolastico di scarsità.

Questo può anche dipendere dal possibile arrivo sul mercato di nuove batterie che non hanno bisogno di questi metalli rari, ma l’ipotesi per ora più concreta è che la domanda di auto elettriche, pur aumentata in modo robusto, non sia cresciuta come previsto tanto che la Volkswagen, non solo a causa della concorrenza cinese, ha visto diminuire la percentuale di auto elettriche sul totale delle vetture vendute.

A loro volta la GM e la Ford hanno rinviato i propri programmi di lancio delle auto che hanno come motore le batterie. Per non parlare dell’opposizione alle nuove politiche energetiche di diversi stati americani a maggioranza repubblicana.

Tutto questo non deve naturalmente spingere a rallentare il nostro cammino per arrivare al necessario equilibrio ambientale. Il cammino deve essere anzi percorso con più vigore, ma con politiche pragmatiche, razionali ed eque. Politiche capaci di raggiungere l’obiettivo, quindi più condivise sul piano sociale in modo da evitare il diffondersi dei movimenti di protesta.

Un primo aspetto è già apparso evidente nell’ultima COP 28 di Dubai, dove non si sono potute affrontare con sufficienti aiuti finanziari le difficoltà dei paesi emergenti, affamati di energia, ma non in grado di sostenere i costi per produrla in modo pulito. Nessuno a Dubai ha nemmeno tentato di convincere l’India ad abbandonare il carbone come il combustibile più conveniente per il suo futuro sviluppo!

In secondo luogo, i dati mostrati in precedenza, mettono in luce come sia sempre problematico puntare su una sola tecnologia, anche se molto promettente come l’auto elettrica e come sia comunque sbagliato proibire la possibilità di sviluppare tecniche alternative, come il caso delle auto a motore endogeno.

E’ infatti sempre opportuno mirare al risultato e non vincolarsi ad un solo modo per raggiungerlo. Vi sono infatti altre tecnologie che meritano di essere incoraggiate, oltre al vento e al sole.

Pensiamo ad esempio alle potenzialità delle pompe di calore e all’attenzione che bisogna riservare al nucleare.

Soprattutto accelerando la fase applicativa del nuovo nucleare originato da piccole centrali con livelli di sicurezza e facilità di trattamento dei rifiuti senza precedenti.

Queste due ultime fonti di energia pulita sono di particolare interesse per il nostro paese che opera in posizione di potenziale preminenza in entrambi i campi, mentre siamo ormai confinati al ruolo di importatori totali nel caso delle batterie e quasi totali nei beni strumentali dedicati all’eolico e al solare.

E’ giusto e doveroso alzare continuamente l’asticella della politica ambientale, ma è altrettanto doveroso fornire ai cittadini le tecniche e i muscoli necessari per saltare più in alto.

Le crescenti opposizioni alle politiche ambientali ci insegnano che bisogna continuamente aggiornarle.

Queste politiche non sono infatti un dogma, ma solo uno strumento per raggiungere l’obiettivo. E gli strumenti, per loro natura, debbono essere continuamente rivisti e adeguati.

L’avviso di Trump e l’obbiettivo (difficile) di una difesa europea



L’avviso di Trump – L’obbiettivo (difficile) di una difesa europea


Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 17 febbraio 2024

Non è la prima volta che Trump, con le sue improvvise e improvvide affermazioni, mette in allarme amici e alleati. Sabato scorso ha tuttavia passato ogni misura. Non si è limitato a spingere gli europei ad aumentare le spese per la difesa e nemmeno a dire che, in caso contrario, non avrebbe mosso un dito per difenderli, ma ha affermato di essere addirittura disponibile ad incoraggiare un eventuale attacco nei confronti dei paesi europei che non accettano di aumentare le loro spese militari.

Si potrebbe anche pensare che un’affermazione così esplosiva sia andata sopra le righe, in quanto pronunciata nel corso di una campagna elettorale eterna nel tempo e condotta senza esclusione di colpi. E non solo non vi è stata alcuna rettifica da parte di Trump ma, al contrario, abbiamo assistito a un robusto sostegno da parte dei collaboratori a lui più vicini.

Dato che questa presa di posizione si accompagna ad una serie di indagini demoscopiche secondo le quali la sua vittoria elettorale non è affatto improbabile, quest’esternazione ha prodotto un vero e proprio terremoto nei paesi della Nato.

In tutti i settantacinque anni di vita dell’Alleanza non era stata mai messa in dubbio la validità dell’articolo cinque, dell’Alleanza stessa, in base al quale l’eventuale attacco contro un paese membro implica la solidale difesa da parte di tutti gli altri.

Si tratta quindi della violazione del patto fondamentale che lega fra di loro i membri della Nato e che, nei lunghi decenni di vita dell’Alleanza, era stato messo in atto proprio come segno di solidarietà nei confronti degli Stati Uniti dopo l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre del 2001.

La prima conseguenza di quest’affermazione è, naturalmente, una crescente spinta verso l’unilateralismo che sta mettendo radici sempre più profonde nel Partito Repubblicano, come estensione dell’applicazione dell’America First. Un unilateralismo che si è già manifestato con il blocco dello stanziamento dei 60 miliardi di dollari proposti da Biden in aiuto all’Ucraina.

La seconda conseguenza è l’inizio di un vero e proprio senso di smarrimento nelle cancellerie europee che hanno sempre affidato la propria sicurezza allo scudo protettivo americano, ritenuto per definizione scontato e incondizionato.

Tra i responsabili della politica europea è cominciata una preoccupata riflessione sulle modalità e le conseguenze del doversi difendere senza lo scudo americano. Si era sempre pensato a questo come un’ipotesi così lontana da non essere nemmeno presa in considerazione.

Improvvisamente si è costretti a parlare di quelle che sarebbero le conseguenze del dover garantire la propria sicurezza senza l’America che, inoltre, sposta sempre più la sua attenzione verso l’Oceano Pacifico.

Il primo pensiero va naturalmente a un aumento delle spese militari, ma non è questo il solo problema. Anzi non è nemmeno il primo problema perché un maggiore impegno finanziario serve ben poco se non si mettono insieme le strutture decisionali, l’intelligence, le industrie degli armamenti, i sistemi di comunicazione e tutti gli apparati che sono necessari per costruire un’efficiente difesa.

Il possesso del sistema militare complessivo è sempre stato una prerogativa esclusiva degli Stati Uniti. Per comprenderne l’importanza basta riflettere sul fatto che, nella recente guerra di Libia, Francia e Gran Bretagna non sarebbero nemmeno state in grado di prevalere sulle milizie di Gheddafi se non fosse venuto in loro soccorso il sistema di comunicazione e di logistica americano.

Solo l’esercito degli Stati Uniti dispone infatti di un sistema di difesa completo e autosufficiente.

Sommando la spesa complessiva di tutti i paesi europei in un unico progetto si potrebbe invece garantire la loro sicurezza in grado molto elevato.

Obiettivo che non può essere raggiunto quando non è nemmeno chiarita quale sarebbe la struttura istituzionale dedicata a decidere la strategia da adottare di fronte a una possibile aggressione.

E’ tuttavia indubbio che le sconsiderate parole di Trump siano suonate come un segnale d’allarme, anche se accolto in modo purtroppo assai differente nelle diverse piazze europee.

C’è chi, mostrando scetticismo nei confronti di un’antica possibile solidarietà europea, ha reagito proponendo un legame unilaterale dei singoli paesi con gli Stati Uniti, formalizzando in tal modo un rapporto di dipendenza quasi coloniale. Vi è stata anche una riunione del così detto triangolo di Weimar, nell’ambito del quale Germania, Polonia e Francia si sono impegnate a rafforzare la loro collaborazione.

Questi tre paesi hanno confermato l’aumento delle loro spese militari e si sono in qualche modo prenotati a costituire un primo nucleo di difesa europea, anche se nessuno ha finora accettato di abbandonare la propria autonomia strategica.

Inoltre, al vertice di Monaco sulla Sicurezza, la presidente della Commissione Von der Leyen ha proposto di superare, con una maggiore cooperazione, la troppo frammentata industria militare europea.

Le brutali espressioni di Trump hanno quindi avuto almeno la conseguenza positiva di portare di nuovo sul tavolo il problema della difesa europea, con l’obiettivo di costruire una forza comune ancora in stretta alleanza con gli Stati Uniti, ma abbastanza organizzata ed autorevole per essere in grado di partecipare in modo attivo alle più importanti decisioni strategiche e di avere un ruolo di leadership nei casi in cui sia direttamente in gioco l’interesse europeo. Si tratta di obiettivi molto difficili da raggiungere, ma che debbono essere perseguiti sia che vinca Trump sia che prevalga Biden.

 

Stellantis: il mercato dell’auto e le mosse per ripartire

Il caso Stellantis – Il mercato dell’auto e le mosse per ripartire

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 08 febbraio 2024

Si discute molto sulle improvvide dichiarazioni di Tavares che ha chiesto copiosi sussidi per conservare in Italia il residuo di capacità produttiva che Stellantis ancora possiede nel nostro paese. Queste dichiarazioni non costituiscono una novità. Non sono che un capitolo della lunga storia che riguarda la progressiva estinzione dell’industria automobilistica italiana.

Prendendo in esame solo gli ultimi vent’anni ricordiamo che, di fronte alla durezza della concorrenza e a all’ormai prolungata insufficienza degli investimenti, gli azionisti della Fiat, nell’estate del 2004, chiamarono alla massima responsabilità dell’azienda non un esperto di ingegneria, ma un genio della finanza.

Il compito di Marchionne era infatti salvaguardare il patrimonio degli azionisti messo a rischio da una situazione finanziaria disperata. Non aveva il mandato di creare, nella Fiat e attorno alla Fiat, una squadra vincente nella nuova concorrenza internazionale, ma di salvare il patrimonio degli azionisti. Il quasi impossibile compito fu svolto in modo assolutamente geniale e quasi insperato.

Marchionne, tuttavia, era cosciente e ha più volte resa esplicita la tesi che i nostri impianti fossero arretrati e sovradimensionati e che, quindi, fosse necessario ridurne la capacità produttiva, limitando gli investimenti, la ricerca e la produzione dei nuovi modelli.

Il conseguente calo degli addetti ha proceduto a ritmo inesorabile. Si è quindi arrivati alla creazione di Stellantis, dove la Fiat, risanata finanziariamente, anche se marginale dal punto di vista produttivo, ha potuto offrire agli azionisti una sicura protezione del proprio capitale nella nuova impresa sotto totale comando francese. La strategia del CEO di Stellantis è estremamente chiara: ridurre drasticamente i costi moltiplicando gli investimenti e le capacità produttive verso i paesi a basso costo del lavoro, come Serbia e Marocco.

Nello stesso tempo ogni funzione direttiva, dalla ricerca al marketing, dalla logistica alla finanza fino alla progettazione delle nuove auto elettriche, è trasferita in Francia, così come è sempre più francese la composizione dei quadri direttivi di medio ed alto livello.

D’altra parte era quanto il nostro giornale aveva previsto nel momento della nascita di Stellantis, appena erano state rese note la sua dirigenza, la composizione del suo consiglio di amministrazione e la partecipazione dello Stato francese.

A questo si sono aggiunte, oltre alla vendita della Magneti Marelli, le alienazioni degli immobili industriali svuotati dalle linee di produzione e il progressivo calo dei modelli, dei telai e dei motori di origine italiana. Non dobbiamo quindi stupirci se, dopo più di un secolo, la Fiat non è nemmeno leader nel ristretto mercato italiano.
Se nelle strategie aziendali di Stellantis comprendiamo anche il cuore delle auto elettriche, e cioè le batterie, l’accordo iniziale era di costruire tre impianti, uno in Germania, uno in Francia e uno in Italia.

Gli investimenti franco-tedeschi procedono senza sosta e la decisione sull’impianto italiano è rinviata al 2026. Il che significa che la fabbrica sarà realizzata solo se la capacità produttiva delle altre due non sarà sufficiente. Dato il forsennato numero di nuovi impianti di batterie in costruzione e dato il faticoso decollo dell’auto elettrica, è chiaro che l’impianto italiano ben difficilmente vedrà la luce.

Nel frattempo, in Italia, Stellantis offre incentivi cospicui a chiunque si dimetta, qualsiasi ruolo ricopra, ma continua a godere degli impressionanti sussidi forniti dalla cassa integrazione, alla quale viene fatto crescente ricorso anche quando si chiedono ulteriori aiuti pubblici.

In questa situazione, l’ipotesi di una partecipazione dello Stato italiano all’azionariato di Stellantis per bilanciare la presenza francese, appare vuota di ogni prospettiva concreta, dato che la strategia attuale è condivisa da tutti gli azionisti, compresa l’italiana Exor.

E ben poco cambierebbero le cose, se non in direzione di un’ulteriore nostra emarginazione, se si dovesse procedere verso la fusione tra il gruppo Stellantis e la Renault.

Date queste conclusioni, quale dovrà essere la strategia italiana del settore dell’automobile, dove abbiamo ancora una straordinaria presenza nella componentistica e nell’auto di alta gamma?

Il primo passo è in una politica di rafforzamento e concentrazione della componentistica stessa, dove esprimiamo grande eccellenza e riguardo alla quale non si deve nemmeno escludere un rinnovato rapporto con la Magneti Marelli, ancora alla ricerca di una propria strategia dopo il distacco dal gruppo Fiat.

Del tutto naturale è inoltre il rafforzamento delle produzioni di alta gamma, il cui mercato è in continua crescita nel mondo e nel quale il made in Italy fa premio su ogni altra origine, come è dimostrato dal recente cospicuo investimento del gruppo Volkswagen nella Lamborghini e, nel confinante campo motociclistico, nella Ducati.

Questi sono obiettivi quasi scontati, mentre più complicata è la possibilità di partecipare al grande processo di riorganizzazione mondiale in corso per attrarre altre case produttrici di auto elettriche o, comunque, di nuova tecnologia.

Un grande produttore non lo si fa arrivare solo con gli incentivi, soprattutto in un paese come l’Italia che non dispone certo di risorse cospicue, ma con un disegno politico capace di mettere in giusto rilievo le risorse critiche del paese. E di queste non manchiamo, anche perché possiamo accompagnarle con un costo del lavoro purtroppo molto inferiore a quello tedesco e a quello francese e con una produttività che, in tutti i settori della meccanica strumentale, non è certo inferiore a quella d’oltralpe.

Nella riorganizzazione in corso, sarebbe certo più facile attrarre nuovi protagonisti se si potesse disporre di un brand come Maserati o Alfa Romeo, marchi che non sembrano trovare un posto adeguato nella strategia di Stellantis.

Questo è tuttavia solo un sogno, come è difficile immaginare avere in Italia le fabbriche cinesi che stanno correndo verso tanti altri lidi europei. Una cosa però è certa: non possiamo fare nulla se non costruiamo una squadra di esperti capace di presentare nella loro giusta luce la risorse tecniche ed economiche del nostro paese. Dato che abbiamo sostanzialmente svuotato tutti i ministeri delle capacità necessarie, perché non cominciamo a costituire una squadra di una ventina di giovani specialisti che, guidati da un anziano ed esperto imprenditore, o dirigente, con il mandato dell’intero governo, presenti agli investitori internazionali le nostre potenzialità? Questo non vale solo per il settore dell’auto.

Da molti anni, infatti, nessuno viene a investire in una nuova impresa in Italia, anche se gli operatori internazionali 

continuano ad acquistare le nostre aziende e le filiali italiane delle multinazionali fanno profitti superiori alla media di tutte le imprese da loro possedute.

Solo il giorno in cui saremo in grado di attrarre nel nostro paese una cospicua presenza di uno dei grandi protagonisti dell’economia mondiale, l’Italia potrà uscire dai due decenni di bassa crescita che ha alle spalle.
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Grande Romano Prodi! Che nostalgia dell’Ulivo!

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Caro Oscar, ma quanti anni sono che stiamo ripartendo?? Ricordi la Fiat come andava bene negli anni '60? Nel 1978 ecc. era nota negli USA come Fix It All Times!
A noi italiani piace rifare le cose molte volte.
Sarà mica una dimostrazione di incapacità, confusione, disorganizzazione? Cerchiamo di capirlo e di cambiare nella giusta direzione.

Auguri cari da Varese, Antonio Toniolo