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Massa Marittima e dintorni




"Ma tu sei mai stato a Massa Marittima?" mi chiede un amico maremmano.
"No, rispondo. Conosco Milano Marittima ma sta da un'altra parte..."

Cercando di nascondere un moto di insofferenza il maremmano mi spiega che Massa Marittima e' situata sulle colline metallifere dove per secoli esistevano miniere di argento, lignite, rame e via citando.

Adesso le miniere sono chiuse e Massa Marittima e' un centro turistico noto soprattutto nel resto d'Europa. 

Infatti anche se siamo al termine della stagione estiva e' affollata di tedeschi, belgi, spagnoli. Pochi gli italiani.

E' stata alleata di Siena nella battaglia di Montaperti vinta contro gli odiati fiorentini.

A Massa Marittima Franca ha prenotato un appartamento in un palazzo dell'anno Mille, proprio nella piazza. 

Entriamo e mi si para innanzi una ripida scala che salgo a fatica. Vengo informato che, per raggiungere il prezioso ambiente, di scale  simili devo affrontarne altre due.

Ci rinuncio e grazie alla cortesia del proprietario del palazzo, Armando di Pinto, ci trasferiamo per la notte in un albergo molto confortevole, Duca del Mare, dello stesso Di Pinto, fuori le mura della citta'.

Sulla lapide di una morta all'interno del Duomo scopriamo che si chiamava Bartoli.


L'amico di Maremma ci ha fissato una visita all'Osservatorio astronomico di Rozelle, sempre che il cielo sia senza nuvole.

Come riempire la giornata prima dell'incontro astronomico?

Decidiamo di andare a Punta Ala dove al ristorante del porto mi rifocillo con una frittura di paranza che mi assicura un aumento del mio peso stazionario di almeno due chili.

Poi, visto che siamo in zona, a Marco mio figlio viene l'uzzolo di andare a visitare Cielo Verde il mitico campeggio dove quando erano ragazzini Max e Marco hanno trascorso mesi felici della loro adolescenza.


A Cielo Verde non ospitano piu' le roulottes ma offrono bellissimi bungalows, Cambia il turismo.

Sono passati quasi 40 anni dalla nostra ultima visita e ritrovarci sotto quei pini fa un certo effetto.

Alle dieci di sera raggiungiamo Rozelle per la visita all'osservatorio che e' chiuso per problemi tecnici.

Un gruppo di appassionati delle stelle ha comunque allestito un telecopio portatile che ci consente di ammirare gli anelli di Saturno e le fasce colorate di Giove. Costo del telecopio 2900 dollari. 


Due amici americani del gruppo decidono di acquistarne subito uno su Amazon.

I Bartoli riprendono la via del ritorno a Roma che raggiungono alle 1:30 AM percorrendo la fetente via Aurelia strapiena di trappole elettroniche del controllo velocita'.

Oscar
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marco colombo

1:06 PM (43 minutes ago)
to me
ciao Oscar,
Ho letto che sei stato a Massa Marittima, la piccola Siena. Ogni volta che ci porto amici ne rimangono stupiti per la bellezza. Prossima volta che passi da queste parti noi siamo a Follonica, meno bella ma altrettanto interessante per storia e scenari https://follonicaonline.it/ilva-archeologia-industriale-maremma/
Buone cose. Ti leggo sempre con interesse.
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Cario Oscar,

Leggendo la Tua in riscontro, concludo essere proprio vero che accade (anche a Te che hai 'girato il mondo') di non conoscere i tesori che (noi italiani) abbiamo accanto, com'è Massa Marittima.

Invece, a me che sono abbastanza 'stanziale' è accaduto MOLTE volte di recarmi a M.M. , per ragioni associative e penso meriti la attenzione anche dei viaggiatori, come Te, sia per la cattedrale, con opera d'arte rinascimentali  di pregio sia per palazzi, come ad esempio quello cui fai cenno nella Tua nota (ora adibito ad hotel di gran lusso), che è quello dei 'Tolomei' (con la famosa "Pia"), onde credo che sarebbe  per Te interessante se ... riuscissi ad 'elevarTi' della due scale residue cui accenni, per godere anche gli interni, od almeno uno degli interni medioavali , che arricchiscono il nostro patrimonio artistico.

Stai  in salute   !!!

Un fraterno abbraccio     tuo Renzo Brunetti










L’Italia deve vergognarsi se non vota il salario minimo


Prodi: “L’Italia deve vergognarsi se non vota il salario minimo. L’Europa non conta più sulla scena mondiale”

Intervista di Annalisa Cuzzocrea a Romano Prodi su La Stampa dell’ 08 settembre 2023

L’ex premier: «Ci stiamo allontanando dai parametri Ue e la colpa non è di Gentiloni. Ha giurato fedeltà all’Unione, non può diventare un avvocato prezzolato del governo»

Alle 11 del mattino Romano Prodi è al lavoro nel suo studio bolognese. Ha già consultato i quotidiani, nazionali e internazionali. È interessato alle tesi del nuovo libro di Thomas Piketty e Julia Cagé, che esce oggi in Francia, ma di cui ha letto parecchie anticipazioni. Gli squilla il cellulare, a tutto volume, e parte l’Inno alla gioia di Beethoven. Sorride davanti alla domanda:

“Ma davvero?”.

“Scusi, ma che suoneria vuole che abbia io, se non l’inno europeo?”.

Il governo è alle prese con la difficoltà della manovra. Una delle speranze è che l’Europa non torni alle vecchie regole del patto di stabilità. È giusto cambino radicalmente?

“Durante la mia presidenza della Commissione europea ho avuto problemi per aver definito il patto di stabilità stupido, perché poco flessibile. Ma attenzione, stiamo andando verso un livello di deficit che altro che patto di stabilità! Dobbiamo fare un salto come quello di Gianmarco Tamberi ai mondiali per farcela. Ci stiamo allontanando dalla logica dei parametri che servono a lavorare insieme. Stiamo esagerando e non è che si possa dare la colpa al nostro commissario”.

Secondo il vicepremier Salvini il commissario Gentiloni lavora contro il suo Paese. Lo ritiene credibile?

“Il leader della Lega strumentalizza a uso politico qualsiasi cosa gli sembra possa essere gradita al palato di chi deve ingoiare le sue parole, ma dimentica due cose: nessuno può accusare il nostro commissario di non essere attento agli interessi degli italiani e di non prendere in considerazione il nostro punto di vista. Allo stesso tempo, un commissario giura fedeltà all’Europa, non è un avvocato prezzolato del governo. Gentiloni dev’essere un serio arbitro e come tale si sta comportando. Se non fosse così avrebbe tutti contro e non sarebbe certo questo l’interesse dell’Italia. Ma poi le pare si possa considerare Gentiloni squilibrato?”.

L’uscita di Salvini rivela il persistente scetticismo della destra nei confronti delle istituzioni europee?

“È quella che si definirebbe un’uscita di copertura. Di fronte a una situazione di difficile controllo, intanto si dà un calcio sugli stinchi all’arbitro che ha il compito di armonizzare l’interesse del proprio Paese a quello generale”.

Ha ragione Draghi, senza una maggiore sovranità condivisa, senza un rafforzamento del centro mentre la periferia si allarga, l’Europa non può reggere?

“Le tesi di Draghi sono le fondamentali tesi di sopravvivenza dell’Europa, piene di serietà e buon senso. Se torniamo alla “non condivisione” è inutile credere ancora nell’Europa. Aggiungo che bisogna presto, presto, presto arrivare a una riforma sostanziale del modo di procedere nell’Ue. E su alcuni temi fondamentali, come sicurezza e politica estera, lavorare con la maggioranza qualificata. È tragico pensare come ormai nessuno consideri più l’Europa in nessuna delle grandi controversie internazionali. Nessuno la considera attrice di una pace possibile in Ucraina. Né un arbitro rispetto alla frattura tra Brics e G7. Purtroppo è considerata una realtà in decadenza”.

Secondo lei c’è la speranza che qualcuno, magari dalle parti di Francia e Germania, ascolti questo tipo di appelli?

“Ormai siamo in fase preelettorale e sono molto pessimista, perché sta diventando interesse generale, per riprodurre gli attuali equilibri nel dopo elezioni, fare il meno possibile. Potrebbe agire Macron, ma è in una situazione di estrema difficoltà interna. La coalizione tedesca ha troppi punti di divergenza e si dedica soprattutto ad una azione di mediazione: questo difficilmente può produrre la leadership di cui c’è bisogno. Non parliamo dell’Italia che, per dirla come si usa da queste parti, in materia di politica europea deve ancora decidere “se andare a messa o stare a casa”. Non si capisce cosa stia a cuore al governo, quindi non vedo chi possa portare avanti le belle tesi di Draghi”.

Siamo destinati a vedere l’Europa andare sempre più a destra o quel che è successo in Spagna dimostra che può nascere un argine?

“Il problema è ripensare la politica. La tesi principale del libro di Cagé e Piketty, un’opera di quasi 900 pagine, assomiglia a un’idea che ho in mente da tempo sul grande problema della sinistra. In Europa abbiamo, come in tutto il mondo, una separazione psicologica oltre che politica tra la parte urbana e la parte rurale. In Italia potremmo definirle la parte del centro e quella della periferia, non necessariamente rurale. Noi siamo portati a pensare che la sola differenza rilevante sia quella tra ricchi e poveri. Differenza importantissima, ma non sufficiente a spiegare le diversità dei comportamenti. Faccio un esempio emiliano: il voto del Pd domina fino a 4 chilometri a sud e 4 chilometri a nord della via Emilia, ma perde in città ricchissime come Sassuolo e Mirandola. La tesi dice: attenzione, la sinistra non ha saputo unire le due Italie. Come in Francia, anche nel nostro Paese la protesta di chi vuole il cambiamento nell’Italia periferica prende una direzione diversa rispetto a chi esprime le stesse esigenze nelle aree centrali. Il riformismo diviso non può mai vincere”.

Una frattura un po’ più complessa di come l’abbiamo sempre letta.

“Esatto. I cosiddetti riformisti vanno su due linee totalmente diverse a seconda che si sentano appartenere al nucleo centrale della società e al nucleo periferico. E invece, quel che serve è una grande ricomposizione che si compie, semplicemente, applicando la democrazia. Peccato che ormai i partiti siano finti”.

In che senso finti?

“Non c’è più la gente, parlano i dirigenti fra di loro. Io ho vinto le elezioni dopo quello strano viaggio di un anno in cui ho intuitivamente rimpastato il Paese, andando nei piccoli e nei grandi centri. Se la sinistra, se i riformisti, vogliono riprendere un ruolo, devono rimpastare l’Italia. Usando non più l’autobus, ma la rete con appelli a centinaia di migliaia di persone per discutere e poi fare sintesi. Se fanno questo, recuperano il Paese”.

Sembra stia dando i compiti per casa, ma non è sicuro ci sia qualcuno in grado di svolgerli.

“Gli scontenti, quelli che vogliono maggiore giustizia sociale, si dividono tra gli scontenti della periferia e quelli del centro. L’Italia è molto più periferia che centro e quindi è chiaro che se la sinistra non rimpasta le istanze, la destra non potrà che prevalere. Ho in mente uno strano meccanismo. Prendere le 15 parole di cui discutiamo a tavola, droga disoccupazione pace salari e così via. Quindici parole che rappresentano le ansie di tutti. Le fai discutere in rete da persone sagge, anche non di partito. Una parola alla volta, ogni settimana. Il sabato il segretario va in una città simbolica e, in presenza, apre la discussione. Quindici settimane dopo hai pronto lo schema di programma. Questa è la democrazia, sentire il popolo. A un secolo dalla mia campagna elettorale incontro ancora persone che mi dicono: “Grazie perché a pagina 93 del programma dell’Ulivo c’era quello che ho detto a Brindisi…”. O si fa una ricostruzione dal basso o non c’è niente da fare. Quando a Cesena ho parlato di radicalismo dolce intendevo che bisogna agire con la fatica della convinzione, ma per fare le riforme, non per eluderle”.

Serve anche la fatica di mettersi insieme, un’altra cosa che a sinistra viene molto difficile, non crede?

“Dipende anche dal sistema elettorale. Se favorisce la frammentazione non ne usciamo perché anche in politica esiste l’ego”.

Perché in mancanza di questo “rimpasto”, le ricette di destra suonano più convincenti? Mandare le navi delle Ong sempre più lontane perché abbiano meno risorse, smantellare l’accoglienza dei migranti, fare retate simboliche o abbassare l’imputabilità dei ragazzi che delinquono, davvero possono apparire misure efficaci?

“La criminalizzazione, i blitz, sono misure occasionali che servono a colpire l’opinione pubblica. Quando invece si tratta di fare un cambiamento di sistema, come il salario minimo, la destra arretra”.

Almeno su questo il centrosinistra si è unito. A parte Renzi.

“Renzi non fa parte del centrosinistra: lui stesso si è chiamato fuori. Sul salario minimo ho letto tutti, giuristi, sindacati e faccio un ragionamento molto semplice: se noi non garantiamo sei euro netti all’ora a chi lavora, perché questo sono i 9 euro lordi, siamo un Paese che deve vergognarsi di se stesso. Siamo al di sotto del minimo vitale per una persona che deve vivere. Non tiriamo fuori finezze giuridiche o interessi particolari. Limitiamoci a constatare che con meno di così si muore”.

A proposito di Renzi, che è pronto ad appoggiarla, la riforma costituzionale su cui è al lavoro il governo è stata definita da Enzo Cheli su questo giornale eversiva.

“La proposta di premierato assoluto radicale fatta in questi giorni è al di fuori del sistema democratico parlamentare e di ogni ricerca di equilibrio politico. Quel che ha detto Cheli è Vangelo, perché mette in rilievo tutte le conseguenze politiche e giuridiche di un cambiamento della Costituzione che ha degli aspetti addirittura inimmaginabili. Il Parlamento che se vota contro il governo decade, ma ci rendiamo conto? Il suicidio delle Camere come soluzione politica. Un premierato del genere è roba da stato autoritario perché significherebbe che il Parlamento di fatto non esiste più”.

Tra le parole di cui si discute a tavola, lei ha citato “pace”. Il cardinale Zuppi è stato criticato per aver detto che l’Ue non sta facendo abbastanza per trovare una soluzione diplomatica in Ucraina. È così o come pensano in tanti una soluzione diplomatica in questa fase è assolutamente impossibile?

“Se dovessi giudicare le parole di Zuppi direi che è stato troppo dolce con l’Unione europea, che in questa crisi non è esistita. Punto. Abbiamo avuto missioni internazionali di singoli Paesi, ma per il resto nulla. E certo è colpa dei Paesi leader, ma ce la stanno facendo pagare”.

Per paradosso, nel momento in cui pensavamo che per quel che ha fatto la Russia sarebbe diventata una potenza paria nel mondo, i Brics di cui fa parte si espandono. E di conseguenza, sebbene siano composti da Paesi molto diversi, si rafforzano. Nel mondo stanno avanzando i regimi e retrocedendo le democrazie. Come si contrasta uno scenario di questo tipo?

“C’è un arretramento sistemico delle democrazie e questo non è estraneo a quel che dicevamo prima, perché è lo “spirito democratico” a essersi indebolito. Lo dico da economista: quando non si fa neanche più l’antitrust con coloro che dominano nel mondo, le grandi multinazionali, è perché non c’è la forza politica per farlo. E questo fa sì che le democrazie adagio adagio cambino natura, perché gli interessi materiali prevalgono su tutto. Quando in Cina, che è un sistema autoritario che certo a noi non piace, Xi Jinping proibisce le scommesse in rete perché gli adolescenti ne sono vittime, noi che facciamo? Nel nostro occidente i giocatori di football hanno scritto sulla maglia: “Bet, bet, bet”. Abbiamo perso il senso di cosa dobbiamo fare nell’interesse comune. Affrontiamo i problemi che angosciano i genitori o aderiamo ai desideri dei giganti dell’economia? Lo stesso presidente cinese spezza in due Ali Baba perché è troppo grande, come noi 30 anni fa dividevamo la AT&T e la stessa Ibm. Il nostro obiettivo è la democrazia o la plutocrazia?”.

È questo che genera una rabbia e una disillusione così diffuse nelle fasce più fragili della popolazione?

“Adagio adagio la gente questo odore lo sente. Come si può accettare la diminuzione dello 0,8 per cento del bilancio della sanità, che è già miserevole?
Stiamo sbilanciando il rapporto tra sistema sanitario nazionale e la sanità privata. Che sono certo complementari, devono collaborare, ma non soffocando l’una in modo che l’altra possa sostituirla. Solo per chi se lo può permettere”.

Un ex premier come lei, Giuliano Amato, ha parlato di uno dei misteri d’Italia, la strage di Ustica, dicendo di credere che a colpire il Dc9 sia stata la Francia con la complicità e la copertura dei Paesi Nato attraverso i servizi segreti. Cosa pensa di questa storia?

“Credo che Amato pensi che chi è stato reticente per tanti anni possa oggi trovarsi in una posizione diversa, e possa quindi parlare. Per ora, nell’intervista, non sono emersi nuovi elementi. Mi auguro che il suo tentativo possa produrre qualche risultato“.

“Why do some British people not like Donald Trump?”

A British writer penned the best description of Donald Trump I’ve ever read:

A few things spring to mind. Trump lacks certain qualities which the British traditionally esteem. For instance, he has no class, no charm, no coolness, no credibility, no compassion, no wit, no warmth, no wisdom, no subtlety, no sensitivity, no self-awareness, no humility, no honour and no grace – all qualities, funnily enough, with which his predecessor Mr. Obama was generously blessed. So for us, the stark contrast does rather throw Trump’s limitations into embarrassingly sharp relief.

Plus, we like a laugh. And while Trump may be laughable, he has never once said anything wry, witty or even faintly amusing – not once, ever. I don’t say that rhetorically, I mean it quite literally: not once, not ever. And that fact is particularly disturbing to the British sensibility – for us, to lack humour is almost inhuman. But with Trump, it’s a fact. He doesn’t even seem to understand what a joke is – his idea of a joke is a crass comment, an illiterate insult, a casual act of cruelty.

Trump is a troll. And like all trolls, he is never funny and he never laughs; he only crows or jeers. And scarily, he doesn’t just talk in crude, witless insults – he actually thinks in them. His mind is a simple bot-like algorithm of petty prejudices and knee-jerk nastiness.

There is never any under-layer of irony, complexity, nuance or depth. It’s all surface. Some Americans might see this as refreshingly upfront. Well, we don’t. We see it as having no inner world, no soul. And in Britain we traditionally side with David, not Goliath. All our heroes are plucky underdogs: Robin Hood, Dick Whittington, Oliver Twist. Trump is neither plucky, nor an underdog. He is the exact opposite of that. He’s not even a spoiled rich-boy, or a greedy fat-cat. He’s more a fat white slug. A Jabba the Hutt of privilege.

And worse, he is that most unforgivable of all things to the British: a bully. That is, except when he is among bullies; then he suddenly transforms into a snivelling sidekick instead. There are unspoken rules to this stuff – the Queensberry rules of basic decency – and he breaks them all. He punches downwards – which a gentleman should, would, could never do – and every blow he aims is below the belt. He particularly likes to kick the vulnerable or voiceless – and he kicks them when they are down.

So the fact that a significant minority – perhaps a third – of Americans look at what he does, listen to what he says, and then think ‘Yeah, he seems like my kind of guy’ is a matter of some confusion and no little distress to British people, given that:

• Americans are supposed to be nicer than us, and mostly are.

• You don’t need a particularly keen eye for detail to spot a few flaws in the man.

This last point is what especially confuses and dismays British people, and many other people too; his faults seem pretty bloody hard to miss. After all, it’s impossible to read a single tweet, or hear him speak a sentence or two, without staring deep into the abyss. He turns being artless into an art form; he is a Picasso of pettiness; a Shakespeare of shit. His faults are fractal: even his flaws have flaws, and so on ad infinitum. God knows there have always been stupid people in the world, and plenty of nasty people too. But rarely has stupidity been so nasty, or nastiness so stupid. He makes Nixon look trustworthy and George W look smart. In fact, if Frankenstein decided to make a monster assembled entirely from human flaws – he would make a Trump.

And a remorseful Doctor Frankenstein would clutch out big clumpfuls of hair and scream in anguish: ‘My God… what… have… I… created?' If being a twat was a TV show, Trump would be the boxed set.”

-Nate White

Nuovi equilibri: BRICS, G7 e le regole mondiali da cambiare


I nuovi equilibri – I Paesi Brics e le regole mondiali da cambiare


Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero 

La recente riunione dei paesi tra loro associati con la sigla BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) ha destato molto interesse e ha dato luogo ad interpretazioni divergenti.
Bisogna ammettere che tanto l’interesse quanto le divergenze sono giustificati.

Come ha opportunamente messo in rilievo Alessandro Campi su queste stesse colonne, i BRICS sono arrivati sulla cresta dell’onda con la non nascosta ambizione di creare una coalizione in qualche modo antagonista nei confronti del potere esercitato dal mondo capitalistico occidentale dei G7.

Si tratta di due club di paesi estremamente diversi nella loro natura e nella loro composizione. I G7 (Stati Uniti, Canada, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Giappone) tutti governati da regimi democratici e i BRICS retti invece da un complesso insieme di autoritarismi e fragili democrazie, con una complicazione che non può che aumentare con l’ammissione di nuovi soci che vanno dall’Argentina all’Egitto, dall’Etiopia all’Iran, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti. Paesi diversi e spesso in contrasto fra di loro non solo per sistema di governo, ma anche per livello di reddito, tasso di crescita e scelte di politica economica.

L’interesse della riunione dei BRICS a Johannesburg deriva dal fatto che essa ha sostanzialmente proposto la costruzione di un blocco di paesi comprendente il 47% della popolazione mondiale, con un Prodotto Lordo pari al 37% del totale, di fronte al 9,8% e al 29,8% in mano ai G7.

La valutazione sulle conseguenze concrete di questo complicato disegno non può che divergere se si guarda all’oggi o, invece, a un più lontano futuro.

L’idea che i BRICS possano formare in breve tempo un comitato per governare il mondo, scalzando il primato del dollaro, non ha nessuna possibilità di essere messa in atto in un prevedibile arco di tempo: troppe sono le differenze fra i paesi che aspirano ad essere i nuovi protagonisti perché possano costruire rapidamente una strategia comune.

Il dollaro raggiunge infatti ancora il 60% delle riserve mondiali in valuta estera, a cui segue l’Euro con il 21%, mentre addirittura l’80% delle transazioni internazionali è denominato in dollari. Il primato della valuta americana avrebbe potuto essere affiancato solo dall’Euro se l’ascesa della moneta europea non fosse stata frenata dalla crisi finanziaria dello scorso decennio, ma difficilmente può essere messo in pericolo da paesi che, pur lamentandone l’eccessiva dipendenza, hanno istituzioni troppo diverse per imporre una credibile alternativa.

L’obiettivo di lungo periodo è invece più realistico. Esso aspira ad aggregare in un comune progetto una crescente parte dei paesi del mondo, in modo da cambiare col tempo i rapporti di forza e le regole sulle quali, dopo la Seconda Guerra, era stata fondata l’economia mondiale. Un disegno credibile in un futuro non lontanissimo. Basta riflettere sul fatto che, proprio in questi giorni, il commercio cinese con i paesi in via di sviluppo ha, per la prima volta, superato quello con Stati Uniti, Unione Europea e Giappone messi insieme.

Non è inoltre di scarsa importanza rilevare che la decisione di allargamento del club dei BRICS comprende anche l’Iran e l’Arabia Saudita, cioè due grandi esportatori di petrolio, recentemente riavvicinati da una paziente opera di mediazione cinese.

Il vero obiettivo finale di questa operazione è quindi la costruzione di una grande alleanza tra i BRICS e i 152 paesi in via di sviluppo che, secondo le statistiche dell’ONU, formano la maggioranza dominante dei 193 paesi membri delle Nazioni Unite.

Si tratta quindi di una strategia volta a cambiare progressivamente i rapporti di forza e le regole fissate da pochi paesi per sostituirle con un nuovo multilateralismo che tenga conto non solo del ruolo giocato da paesi rilevanti come la Cina e l’India, ma includa anche la grande maggioranza dei paesi emergenti.

Il disegno di lungo periodo di questo allargamento dei BRICS è quindi la creazione di quello che viene chiamato “Global South” cioè una grande aggregazione dei paesi in via di sviluppo.

Questo allo scopo di creare nuovi modelli di cooperazione economica e finanziaria e di modificare gli statuti e i modi di operare della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, delle agenzie delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni internazionali, per renderli coerenti con la nuova realtà.

Non è un obiettivo facilmente raggiungibile, ma le tensioni politiche e le guerre commerciali hanno aperto nuove prospettive e nuove alleanze, alle quali la conferenza di Johannesburg ha dato una direzione di marcia, anche se non ancora un programma di lavoro.

Quando il quadro della politica mondiale cambia in modo così radicale, sarebbe doveroso convocare una conferenza globale per ridiscutere tutte le regole su cui si fondano gli attuali equilibri del pianeta.

Oggi non vi è però alcuna leadership capace di portare avanti questo necessario progetto e i governi dell’occidente democratico puntano solo sul fatto che le esistenti tensioni fra Cina e India e le diversità fra i diversi BRICS possano rinviare all’infinito la costruzione del “Global South“.

Non mi sembra una strategia lungimirante perché, essendo cambiato il mondo, il cambiamento delle regole che lo governano è, prima o poi, inevitabile.

This Alaskan glacier holds back billions of gallons of water. Until it doesn’t.


This summer’s flood on the Mendenhall Glacier destroyed houses and displaced residents in Juneau. It won’t be the last.

By Joshua Partlow

A home in Juneau, Alaska, collapsed into the Mendenhall River on Aug. 5 after an upriver glacial ice dam breached, releasing floodwaters. 

JUNEAU, Alaska — On the morning of the flood, Amy Ballard arranged her twins, Brighton and Broderick, on a hummingbird-and-butterfly blanket for their photo. The note between their smiling faces read: “We are 7 months old today.”

It had been a tough year for Ballard, an elementary school teacher and single mom. She spent months on bed rest in Anchorage, followed by weeks for her infants in intensive care. But she was back in her third-floor condo overlooking the Mendenhall River, a tranquil, glacier-fed waterway that coursed through her wooded neighborhood before flowing out to sea.

By the end of that sunny Saturday in early August, Ballard had watched the Mendenhall transform into a terrifying torrent of gray glacial silt that ripped down towering fir trees, devoured dozens of feet of riverbank and washed away neighbors’ homes. That evening, she recorded the scene from her balcony, her voice almost drowned out by the roar of the water: “This may or may not be the last video I get to take from my porch,” she said.

Amy Ballard holds her son Broderick at a friend’s house on Aug. 9 in Juneau, Alaska. Ballard, a single mother of 7-month-old twins, was left homeless when a glacial outburst flood eroded the land adjacent to her condo. (Christopher S. Miller for The Washington Post)

This torrent of meltwater — normally held back by the giant glacier looming above Juneau — known as a glacial outburst flood, dwarfed any that have occurred since the phenomenon began here a dozen years ago.

The destruction has exposed just how unpredictable these floods can be, as glaciers around the world recede amid warming temperatures. Each year, more than a half-million people visit the Mendenhall Glacier, and scientists have a detailed understanding of how meltwater builds up and then pours out of it.

And yet, the magnitude of these glacial floods doesn’t tend to follow any clear pattern, fluctuating dramatically from one year to the next, said Eran Hood, a hydrologist with the University of Alaska Southeast in Juneau who studies the glacier’s dynamics.

Since many glacial floods happen in remote areas, there are “just so few long-term records,” he said. “These things are happening all over Alaska, they’re happening all over the world.”

Glaciers have unleashed deadly floods from the Andes to the Himalayas. Sometimes a dam of sediment left by receding ice will give way, causing a single flood. Other times, as in Juneau’s case, these outbursts can be recurring, based on the complex interplay between the changing glacier and the melt in tributary basins.

Some 15 million people worldwide live under the threat of sudden flooding from glaciers, according to a study published this year in the journal Nature Communications. As the climate warms, glaciers everywhere are retreating and meltwater lakes have grown in size and number, intensifying this threat.

Federal scientists and local academics have closely tracked the state of Mendenhall Glacier, and the water level in the abutting rock depression, known as Suicide Basin, that fills with snowmelt. They map and monitor the area with drones and remote cameras, and warn residents about potential floods.


Timelapse video beginning on May 22 shows Suicide Basin above Juneau, Alaska, fill with glacial melt water and then empty on Aug. 4. (Video: USGS)

And yet, the flood on Aug. 5 far exceeded forecasts by the National Weather Service or the worst-case expectations of homeowners along the river, releasing about 40 percent more water than the last record flood seven years ago. The river was flowing at more than six times its normal rate, hydrologists here said, an event that had just a 0.2 percent chance of happening — on the order of a 500-year flood.

“This was unprecedented seeing this amount of water come out,” said Aaron Jacobs, senior service hydrologist with the National Weather Service in Juneau.

Ballard and other neighbors had not been perched on the river’s edge, but set back at least 50 feet from the bank. They were not in a designated flood zone.

As the Mendenhall Glacier and its tributaries continue to melt, scientists are facing renewed urgency to understand this looming threat above Juneau.

Does Suicide Basin hold more water than scientists realized? Has something changed inside the glacier?

“The big mystery,” Hood said, “is why was the flood so big this year?”

A bus crosses over the Mendenhall River on Aug. 8 in Juneau. Mendenhall Glacier is seen on the horizon. (Christopher S. Miller for The Washington Post)

‘Uncharted territory’

On the morning of Aug. 4, Jacobs was flying home from Sitka, Alaska, when a colleague texted him: “Got time for a call. Looks like the basin is going.”

The U.S. Geological Survey (USGS) gauge at Mendenhall Lake — at the foot of the glacier — was showing water levels rising sharply. Jacobs had been expecting this. All summer, a jumble of icebergs and meltwater had been filling Suicide Basin. And when it eventually flushed out, as it had done more than 30 times since 2011, the water would pour into Mendenhall Lake and down the river to Juneau.

From his office, Jacobs can track the status of the basin via a remote USGS camera stationed on the hillside, next to a laser that takes height measurements every 15 minutes. The glacier normally served as a dam for that reservoir of ice melt and rainwater, but when enough of it accumulated, the tremendous pressure could lift the glacier and let water escape underneath.

This was known as going “subglacial.” When that happened, Jacobs said, the passageway within the glacier can rapidly expand, emptying billions of gallons of water downstream in a matter of hours.

There were signs that moment was approaching. In late July, two of Hood’s colleagues had taken a helicopter up to the basin. Standing on a rock face overlooking the swollen lake, they launched a drone that took more than 1,000 overlapping images that help create a three-dimensional elevation model of the basin and estimate how much water it might hold at full capacity.

Aaron Jacobs, senior service hydrologist for the National Weather Service, at the National Weather Service’s main office in Juneau. (Christopher S. Miller for The Washington Post)

Glacial ice floats next to Mendenhall Glacier above Juneau, Alaska. (Video: Chris Miller)

About a week later, water began overtopping the ice dam and flowing down along the glacier’s flank.

When this overtopping had happened in two previous years, the water found its subglacial escape hatch about a week later. But each year the glacier is changing, and the holes made the summer before may be gone. No one knew exactly when it might burst.

On Aug. 4, with lake levels rising, the National Weather Service issued a warning predicting that Mendenhall Lake would peak the following evening around 10.7 feet — about five feet above its typical level.

Jacobs was out the next day talking to residents and observing the raging river as water levels surpassed that initial projection and then kept going beyond the 12-foot record set in July 2016. Before the night was over, it would rise three feet higher.

“We’re in uncharted territory,” he recalled thinking.

A ‘tough house’ destroyed

Steven Peterson came to the same conclusion when he watched the current sweep away a towering Sitka spruce near his deck that had stood for decades.

“It just started cutting that bank away like Swiss cheese: shoo, shoo, shoo,” he said.

Peterson, 80, had built much of his 7,500-square-foot house by himself when he retired from Alaska’s Department of Fish and Game two decades ago. In the garage was his beloved wood shop — where lately he’s been making duck decoys for Christmas presents — and above that a two-bedroom apartment where tenants lived.

Peterson evacuated at about 10 p.m., and within an hour the river had ripped away the wood shop and apartment.

A few days after the flood, Sen. Lisa Murkowski (R-Alaska) toured the damage along the river. She stopped by Peterson’s home as he and his daughter picked through the wreckage.

Sen. Lisa Murkowski (R-Alaska) listens to Riverside Homeowners Association Vice President Mark Kissel describe the permitting process and efforts to save the association’s condos on Aug. 8. (Christopher S. Miller for The Washington Post)

Peterson told her he wanted to demolish the damaged house, stabilize the bank and sell the property so someone else could build on a safer portion of the property.

“You sound like a pragmatic Alaskan,” Murkowski said. “Stuff happens and we’ve got to do something.”

“You don’t solve anything by crying,” he said.

Inside, however, the weight of what he had lost was hard to ignore. The room with his handmade bar now opened onto the rushing current. Peterson climbed a ladder into the room from below to retrieve his doctoral dissertation about long-tailed ducks in the Arctic. He took his collection of single-malt scotch, too.

A fire alarm was incessantly blaring as he packed up canned food. He surveyed the warped floors and walls riddled with cracks. At least some of it was still standing.

“Oh well,” he said. “I built a pretty damn tough house.”

Video shows the remains of a home that collapsed due to erosion from a glacial outburst flood into the Mendenhall River in Juneau, Alaska, on Aug. 5. (Video: Chris Miller)

Steven Peterson stands in front of what remains of his home, which was destroyed by the glacial outburst flood. (Christopher S. Miller for The Washington Post)

He had also been fastidious about labeling his things. In the days since the flood, people have been calling from all over with his belongings. One person found a gun case; another his vacuum-packed halibut. The backpack he used for clamming washed ashore in Tee Harbor.

And someone even called from Portland Island, four miles out to sea, to report that a duck decoy with his name on it had just made landfall.

An ongoing issue

Three days after the flood, Hood flew back to the glacier to map the changes in the drained basin.

He was stunned by the view.

“When I got up there, I said, ‘Oh my god,’ it’s much lower than it has been in the past,” he recalled.

The jumble of icebergs on the surface had fallen some 500 feet. But it was still difficult to know precisely how much water the trough could hold.

When USGS hydrologic technician Jamie Pierce began monitoring the basin more than a decade ago, he bolted pressure sensors onto the rock wall that would get submerged as the water level rose — to estimate depth. But when the basin emptied during floods, plummeting ice sheared the wall.

“The icebergs would crush our stuff,” Pierce said.

The remote camera-and-laser system he built has worked better, but the depth of the ice and the internal plumbing of the glacier remain elusive.

Using models from before and after the flood, Hood and his colleagues estimated that 14 billion gallons escaped in the torrent.

The mapping also revealed that melting has extended farther into the Mendenhall Glacier than previously known. And that the rate icebergs are melting within the basin is accelerating, he said, adding more water.

Jason Fellman and Eran Hood, professors at the University of Alaska Southeast, paddle a double kayak on Mendenhall Lake, with the Mendenhall Glacier in the background. Hood has been researching and monitoring the glacial flooding since 2011. (Christopher S. Miller for The Washington Post)

The basin also drained more fully than in the past.

“The estimates for volume we had didn’t account for that because we’d never seen that before,” Hood said.

Since the Mendenhall Glacier began shrinking in the mid-1700s, it has retreated more than three miles, including some 800 feet between August 2021 and August 2022. The rate of retreat depends on various factors, but scientists say the rapid loss is due in part to human-caused global warming in recent decades.

While the severity of any given outburst flood is guided by the interplay of the glacier and the basin, “the overall mechanism for these types of events is caused from a warming environment,” Jacobs said.

At some point in coming decades, when the Mendenhall Glacier recedes past Suicide Basin, these floods will no longer be a problem, although other basins may flood from higher up on the glacier. For the time being, the problem is expected to continue each summer.

“It’s likely that we haven’t seen the biggest one yet,” Hood said.

Lives upended

If that happens, Ballard and her twins won’t be on the river to see it. Her condo, condemned after the flood, was eventually cleared for her to return. But she doesn’t plan to live there again.

“I don’t know if it would ever be safe,” she said.

On the evening of the flood, Ballard scrambled to collect clothes, medicine and baby formula as firefighters evacuated her building. She spent the night with her aunt.

Throughout, she was texting and calling her friend Elizabeth Kent, a fellow teacher on leave while she taught English in Nicaragua.

Kent’s three-bedroom home, next to the condo building, stood more than 100 feet from the river, but the flood swept all that away and demolished her home.

From left, Laveda Loose, Molly Barnes and Ryan Dorsey watch as heavy equipment is used to repair the river bank next to their condos after the flood. Barnes got emotional after seeing her condemned condo for the first time. She said her father’s ashes were inside. (Christopher S. Miller for The Washington Post)

She now owes hundreds of thousands of dollars for a mortgage she can’t pay — with her tenants also displaced. The estimate to stabilize the bank on her property is another $120,000, and the state assistance she might qualify for would cover only about one-third, she said. Her insurance company has denied her claim and is offering nothing. She is facing bankruptcy.

The fact that her home was not in a Federal Emergency Management Agency flood zone was one of the reasons she bought it three years ago. The home was just so far from the water, she never thought it could be at risk.

Maybe this was that unlucky once-in-500-year moment, she said. Or maybe more is changing in ways that are harder to understand.

Diario italiano: Il mio rientro in Italia dopo trenta anni d'America

 

 

 " Mister Bartoli,  lei ha concluso la sua terapia a base di Abiraterone. Siccome il PSA sta ricominciando a salire dobbiamo cambiare medicina. Pertanto ci orienteremo su Xtandi che e' piu' efficace."

Cosi il Dr. Leger del Georgetown Hospital.

Arrivato a casa ho scoperto che la nuova potente medicina mi sarebbe costata 3800 dollari al mese ai quali aggiungere altri duemila per l'assistenza nazionale a Medicare che devo pagare perche' non ho versato i quindici anni di contributi alla Social Security.

In Italia Xtandi e' coperta dal Servizio Sanitario Nazionale.

Dopo un breve dialogo con Franca abbiamo deciso che era giunto il momento di dire 'ciao' alla nostra amata America dopo trenta anni di felice permanenza e ritornare in Italia.

A gennaio abbiamo iniziato un affrettato giro in Italia per trovare un appartamento. 

La scelta obbligatoria era Udine la citta' natale di Franca. Ed abbiamo iniziato a selezionare varie location, nel centro della citta', dove la mia  sposa aveva trascorso gran parte della sua fanciullezza e adolescenza.

Sennonche', a conferma del noto 'parenti serpenti", ci si e' messa di mezzo una stretta parente di Franca che animata da un incomprensibile odio, ha creato una 'incompatibilita'  ambientale' che ci ha costretto a cancellare Udine dai nostri programmi. 

"Voi non immaginate di cosa sono capace" ha detto la forsennata chiudendo  la tumultuosa telefonata generata dal fatto che era stato accettato l'invito a andare a dormire dal figlio. Boh ?!

Abbiamo iniziato una discesa lungo la penisola escludendo Firenze, la citta' nella quale sono cresciuto. perche' ormai non ho piu' solidi riferimenti familiari e affettivi.

Quando abbiamo espresso ad alcuni amici romani l'intenzione di stabilirci nella citta' eterna (nella quale avevamo trascorso piu' di venti anni prima di andare in America), siamo stati sommersi da ondate di caldo entusiasmo e amicizia che ci hanno convinto a metterci a cercare l'appartamento a Roma.

Avevamo poco tempo prima di rientrare a Washington.

Franca si imbatte in un annuncio relativo ad una abitazione nel parco di Veio, zona Giustiniana a 15 minuti dall'Olgiata dove avevamo trascorso anni della nostra vita.

Andiamo a vedere ma purtroppo Franca era ancora sotto lo shock dell'episodio con la folle parente ed in piu' la giornata era grigia. 

Percio' nulla da fare e ci siamo messi alla ricerca di altre soluzioni spazzolando decine di appartamenti sino al centro storico di Roma.

Ogni volta che stavamo per visitare un appartamento io provavo a dire: " Ma perche' non ritorniamo a vedere il primo che abbiamo visto?" senza successo.

Eravamo in fase conclusiva con un locale prestigioso in via Venti Settembre a due passi da Largo di Santa Susanna. La proprietaria traccheggiava e non si decideva a darci una risposta.

Franca si fa convincere a ritornare a vedere quel casale che aveva escluso.

La giornata era splendida ed e' stato cosi' che la sposa si e' entusiasmata del posto, dei prati, dei fiori, dell'atmosfera. Del nostro modo di vivere Roma.

 

 

Qualcuno da qualche parte continuava a dirigere le nostre scelte distogliendoci da quelle sbagliate.

Siamo ritornati a Washington per il trasloco. 

Avete un'idea di cosa significa fare un moving di una casa di quattro piani? 

Franca e Max, arrivato da Veracruz, hanno lavorato sino allo sfinimento insieme ad una societa' esperta di traslochi alla quale abbiamo affidato tutto quello che poteva essere venduto. 

E dio solo sa quanta roba viene nascosta in una casa nel corso degli anni e di cui viene persa traccia.

Amici e conoscenti della colonia italiana ci hanno sommerso di "ma perche' ve ne andate? Ci mancherete molto et similia" il tutto detto con affetto e convinzione da molti e con chissenefrega da altri.

Siamo rimasti sorpresi per la cerimonia organizzata presso Holy Rosary Church, la chiesa degli italiani, dove siamo stati celebrati con tanta vera simpatia ricordando quanto organizzato da Franca (un suo vestito e' esposto nel Museo dei residenti a Washington) ed il fatto che il vostro redattore sia stato lettore alla messa in italiano delle 10:30  per molti anni.

Il 13 aprile siamo ritornati in Italia. Dopo due giorni ho partecipato ad un convegno a Rimini, poi Milano per il mio minicorso al MICRI IULM che non ho potuto completare per una completa afasia che preannunciava una broncopolmonite.

Come vedete non mi faccio mancare nulla. 

E poi ogni tanto mi veniva in mente quel "Voi non immaginate di cosa sono capace", anche se razionalmente bisogna rifiutare certi pensieri.

Ma non era finita.

Ogni maschio anziano sa bene che durante la notte le alzate per andare al bagno sono numerose, sopratttutto se sei sopravissuto alla degenerazione della tua prostata.

Il 4 giugno mi alzo cercando di non svegliare la consorte. Alcuni passi nel corridoio, improvviso giramento di testa, il mondo sottosopra, e cado all'indietro. Mini frattura posteriore sinistra della scatola cranica.

 Dopo alcuni giorni mi sveglio perché sollecitato ad andare al bagno, mi metto a sedere sul letto e precipito a testa in giù sul comodino, spigolo compreso, per una ennesima vertigine totale.

 Da questa vertigine e conseguente testata a tutto campo deriva un ematoma cerebrale che dovrà essere trattato ed eliminato da un intervento fatto presso l'ospedale Gemelli di Roma da un chirurgo del dipartimento neurochirurgia guidato dal professor Olivi. 

Guarda le combinazioni della vita: Olivi mi ha sentito cantare e suonare in un party a Washington organizzato dalla inesauribile dottoressa Erminia Scarcella..

Nonostante l'abilita' del chirurgo Signorelli, dopo venti giorni l'ematoma si riforma e cosi devo essere sottoposto ad un altro intervento, utilizzando gli stessi pertugi usati nel precedente intervento, tanto il cranio me lo hanno gia' trapanato.

 

La morale di questa storia e' che se ti scappa la notte e' meglio usare il pappagallo.

E, se mentre sei disteso nel tuo letto di ospedale, ti riciccia nella testa perforata la frase ""Voi non immaginate di cosa sono capace", bisogna scacciarla quella frase perche' si fa peccato.

Oscar