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Male per Donald Trump. Bene per Joe Biden e i democratici

Stefano Stefanini per “La Stampa”

Male per Donald Trump. Bene per Joe Biden e i democratici. Molto bene per Ron DeSantis e per i repubblicani. Benissimo per l'America. Interlocutorio per l'Europa. Pessimo per Putin. Incoraggiante per la democrazia. Il bilancio finale delle elezioni di midterm dipende dal Senato, ancora in bilico, forse fino al ballottaggio del 6 dicembre in Georgia. Ma anche l'eventuale conquista repubblicana del Senato non cambia il dato di fondo: la fine dell'era Trump. Ne derivano conseguenze per gli Usa e per il mondo. Vinti e vincitori - e sopravvissuti - si misurano su due metri: aspettative e seguiti.

L'ex Presidente si aspettava una nottata fantastica. Non l'ha avuta. I suoi candidati preferiti non hanno sfondato. Annuncerà lo stesso la sua ricandidatura fra una settimana. Non va sottovalutato. Ha nove vite. Ma la discesa libera è diventata un percorso di guerra.

L'ostacolo principale è repubblicano. Si chiama Ron DeSantis, governatore riconfermato della Florida, vero vincitore delle mid-term. La presidenza Biden esce dal voto indebolita ma non meno di tanti predecessori in analoghe circostanze. Ha perso quanto è fisiologico perdere alle midterm. Malgrado il vento contrario dell'inflazione ha più che limitato i danni. I democratici rimangono competitivi, a favore del diritto all'aborto si sono pronunciati quattro Stati, compresa la roccaforte conservatrice del Kentucky. Quand'anche perdessero il Senato, per qualche manciata di voti dove si sta ancora contando, i dem sono su un piede di parità col Gop. Arrivederci al 2024.

Pur vincendo meno del previsto, i repubblicani hanno di che rallegrarsi. Si sono liberati dell'ipoteca Trump. Il Gop del 9 novembre è più unito del Gop del 7 novembre: non paga lo scotto di una figura divisiva come l'ex-Presidente. Non è meno conservatore ma è più accettabile alla fascia dell'elettorato medio e indipendente che decide le presidenziali. Soprattutto, il partito repubblicano - e con lui l'America - si libera dal mito del furto elettorale nel 2020.

Non importa quanti ci credessero in buona fede o per vassallaggio verso Trump. Serviva per vincere. Le midterm dimostrano il contrario: la favola dell'elezione rubata ieri non porta lontano, all'elettore interessa l'oggi e il domani. Il Gop di Trump non voltava pagina, l'America l'ha voltata per lui. Gli europei e altri alleati - ad eccezione dei "trumpisti" doc, anche nostrani, che dovranno cercare altre sponde - hanno il terrore di una seconda presidenza Trump.

Da ieri mattina è molto meno probabile. Certo, l'incognita del 2024 potrebbe riportare ad una presidenza tendenzialmente isolazionista e quindi problematica per gli alleati. Questo significa prepararsi a fare meno affidamento sugli americani - ad esempio, per la difesa - sperando di poter continuare a contarci. Tradotto: rafforzare la componente europea della Nato, la coesione Ue e un rapporto costruttivo post-Brexit Ue-Uk.

Ne beneficerà il rapporto transatlantico, con qualsiasi Presidente Usa. La democrazia americana era ancora scossa dall'insurrezione del 6 gennaio 2011, quanto di più vicino al colpo di Stato gli Usa abbiano mai conosciuto. Prova superata senza traumi. Ne traggono conforto tutte le democrazie, alle prese con la sfida ideologica degli autocrati all'esterno, e degli aspiranti autocrati all'interno.

Se Vladimir Putin sperava - per stessa ammissione russa - di influire sulle elezioni americane favorendo candidati "trumpiani", ha fallito. Non ci sarà cambiamento di politica estera a Washington. Rimane prerogativa del Presidente, anche senza maggioranza in Congresso. L'amministrazione Biden ha ancora 26 mesi di vita (fino al 20 gennaio del 2025). Un'eternità politica, più del doppio della durata media di un governo italiano. Che, forse, può finalmente prepararsi a ricevere un ambasciatore Usa. Non sappiamo chi sarà, ma prepariamoci a darle il benvenuto.

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