Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero
Molte cose sono cambiate a Pechino dopo le crescenti tensioni internazionali e i lunghi anni del Covid.
Emerge, in modo addirittura sorprendente, quanto sia calato il numero degli operatori e dei turisti stranieri, mentre le conversazione con gli esperti politici, gli accademici e gli operatori economici descrivono un futuro problematico e si concentrano sulla necessità di cambiamenti che non avevano fino ad ora fatto parte dell’agenda dei cinesi.
I dati dell’ultimo trimestre hanno portato un temporaneo sollievo a queste preoccupazioni segnando una crescita vicina al 5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno che è stato, tuttavia, un anno molto triste. Il che dimostra come sia difficile avvicinarsi ai grandi ritmi di sviluppo della Cina pre-Covid.
Non sono pochi però gli interrogativi che, negli scambi di opinione elencati in precedenza, vengono posti sul se e sul come questa nuova fase di sviluppo potrà concretizzarsi.
La prima e più sentita preoccupazione riguarda la disoccupazione giovanile, problema mai immaginato prima in Cina e che ora invece colpisce non solo le professioni più modeste, ma ha raggiunto anche i laureati e gli addetti delle imprese ad alta tecnologia. Un problema così grave che, a partire da giugno, il governo ha smesso di comunicarne le cifre ufficiali.
Una disoccupazione che, soprattutto nel settore privato, ha provocato anche sensibili diminuzioni salariali che hanno ulteriormente aggravato il problema economico più complicato della Cina, cioè l’insufficienza della domanda interna di fronte alla capacità produttiva delle imprese. Non che con questo la Cina abbia perso la sua tradizionale forza nei mercati stranieri.
La sua bilancia commerciale è ancora attiva ma, nel nuovo difficile contesto internazionale, le esportazioni non possono certo sostituire la debolezza di un mercato interno che non sta crescendo ad un ritmo sufficiente.
Il caso dell’intervento governativo nei confronti di Alibaba e di numerose altre imprese ha posto l’interrogativo se la presa diretta della politica sull’economia avrà in futuro un’ulteriore espansione, così da cambiare la natura stessa dell’economia di mercato.
Tutto questo si sta traducendo in un crollo degli investimenti americani ed europei che non riescono ancora ad essere sostituiti dai pur notevoli investimenti provenienti da altri paesi. Ancora più preoccupante, di fronte a questo quadro di incertezza, è l’esodo dalla Cina di numerosi operatori nazionali e stranieri.
Non dobbiamo quindi sorprenderci che, finora, i mercati finanziari abbiano reagito negativamente, con diffusi e sostanziosi ribassi.
Di fronte a questi cambiamenti così radicali e assolutamente nuovi per la Cina moderna, mentre già sperimentati da molti paesi, le autorità politiche stanno prendendo atto di queste preoccupazioni, ma reagiscono in modo ancora molto cauto, limitandosi a dichiarare che la situazione internazionale è sempre più complessa, che la domanda interna aumenterà e che occorre tempo per consolidare la crescita.
Si è quindi, almeno temporaneamente, creata una spirale negativa in un paese in cui, tuttavia, il livello di sofisticazione produttiva e i progressi nei nuovi grandi settori, a partire dalle energie rinnovabili e dall’auto elettrica, appaiono straordinari e suscettibili di sviluppi.
Un paese in cui esiste un’enorme liquidità che, data l’incertezza, non viene spesa né dalle famiglie né dalle imprese e che la politica del governo può rimettere in gioco solo riconquistando la fiducia delle imprese e delle famiglie.
Quanto alla politica interna esistono due priorità. La prima è il necessario aumento dei consumi, anche con una nuova politica nei confronti dei giovani e con un ulteriore sforzo degli investimenti nell’alta tecnologia e nell’ambiente. La seconda riguarda la necessità che, lasciato alle spalle il Covid, diminuisca il tasso di controllo politico sulla vita dell’economia e delle imprese.
Ci auguriamo che vi giungano presto perché ne hanno bisogno non solo gli Stati Uniti e la Cina, ma ne abbiamo bisogno tutti noi.
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