
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero
L’improvvisa dichiarazione di chiusura dello stabilimento di Crevalcore da parte della Magneti Marelli ha avuto giustamente un’eco molto più ampia di quanto non si prevedesse. Certo si tratta di un caso molto grave perché la scomparsa improvvisa di oltre duecento posti di lavoro, in un paese di meno di 15.000 abitanti, sarebbe un evento estremamente doloroso, non solo per le conseguenze dirette, ma anche perché la fabbrica è il simbolo del paese stesso.
L’antico nome della Magneti Marelli ha infatti accompagnato la nascita, la durata e la sicurezza del lungo e complesso processo di industrializzazione di Crevalcore.

Espressione che apre una speranza, ma non certo tranquillizzante dato che, nella mia lunga esperienza in materia, la ricerca di un nuovo acquirente, quando si tratta della chiusura di un’impresa, non è facile e nemmeno a portata di mano.
Soprattutto, come nel caso in questione, quando il compito di cercare un nuovo acquirente non è assunto dalla Magneti Marelli, ma affidato a un consulente di ancora incerta natura.

E’ bene, a questo proposito, ricordare che, nel momento della vendita da parte della Fiat, la Magneti Marelli aveva 43.000 dipendenti, dei quali 10.000 in Italia. Oggi i dipendenti sono saliti a 50.000, ma solo 7.000 in Italia, con esuberi previsti in molti altri impianti. L’allarmante situazione dello stabilimento di Crevalcore è un grave episodio di una strategia in azione da ormai cinque anni.

D’altra parte diventerà difficile difendere la nostra presenza nelle produzioni di componenti, quando il passaggio verso l’auto elettrica diminuisce il loro numero, concentrandosi soprattutto sulle batterie, divenute parte dominante della nuova generazione di automobili. Pistoni, cilindri, filtri, iniettori, testate, pompe, serbatoi e tutte le diavolerie che compongono il motore endotermico scompaiono.
Abbiamo già più volte sottolineato come il grande numero di nuove fabbriche di batterie già in costruzione o definitivamente decise sia orientato verso Svezia, Germania, Francia, Spagna, Repubblica Ceca, Ungheria, mentre nessuna sia stata destinata all’Italia.

Non è tuttavia unicamente un problema di batterie perché tutto il settore dell’auto è in discussione.
Nell’anno in corso, la nostra domanda interna si aggirerà infatti intorno a un milione e cinquecentomila vetture e ne produrremo in Italia solo quattrocentomila, cioè poco più di un quarto, essendo ormai relegati al settimo posto in Europa.

Ancora maggiore è la differenza se prendiamo in considerazione la produzione di componenti per auto elettriche o ibride.
Le cose non potrebbero essere diverse dato che le strutture di ricerca, riguardo alle quali il ruolo della Fiat era molto significativo, sono ormai insediate oltralpe. Basti pensare che nel 2021, da parte di Stellantis, sono stati depositati 166 brevetti in Italia e 1239 in Francia.

Nulla di simile in Italia dove gli investimenti programmati permetteranno unicamente tre nuove linee di produzione a Melfi, Mirafiori e Cassino. Gli altri stabilimenti non verranno nemmeno parzialmente riconvertiti e non vi è alcun progetto per arrivare a una filiera nazionale integrata, con tutte le fragilità che questa mancanza comporta. E d’altra parte, come potremmo avere una filiera nazionale quando non esiste un protagonista nazionale e, soprattutto, non esiste una politica industriale nazionale?
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