
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero
Era ora che Biden e Xi Jinping si incontrassero. Prima di tutto per evitare il peggio, dato che la tensione fra gli Stati Uniti e la Cina è talmente aumentata che ogni nefasta ipotesi sul futuro è diventata plausibile, fino alla possibilità che la guerra mondiale a pezzi si possa trasformare in una guerra mondiale planetaria. Da un anno i due leader non si incontravano e sono passati sei anni dall’ultima volta che Xi Jinping ha messo piede negli Stati Uniti.
L’incontro era quindi assolutamente necessario e, sotto quest’aspetto, ha raggiunto il suo risultato, dato che le relazioni fra Stati Uniti e Cina hanno, negli ultimi due anni, raggiunto il livello più basso da quando la Cina ha iniziato il suo lungo periodo di sviluppo economico e politico.

La Cina, dopo il Covid, si trova infatti di fronte a una situazione difficile, con una crescita del PIL molto inferiore a quella dei decenni precedenti, un crescente controllo politico sull’economia, una caduta degli investimenti interni, il crollo degli investimenti americani ed europei, un’accresciuta difficoltà nell’export e, perfino, il problema della disoccupazione giovanile, fino a ieri impensabile.

Le aspettative erano quindi diminuite man mano che ci si avvicinava al vertice, che pure dobbiamo considerare positivo, in quanto, riaprendo il dialogo fra le due grandi potenze, rende certamente più difficili gli scontri irreparabili.
In effetti l’incontro è stato definito positivo, costruttivo e cordiale da entrambi i protagonisti, ma i progressi sui grandi temi mondiali, cioè la guerra di Ucraina, le tensioni su Taiwan e gli scontri commerciali, sono stati indubbiamente modesti.

Due sono state tuttavia le decisioni concrete. La prima riguarda la ripresa dei colloqui fra i rappresentanti delle forze armate dei due paesi, colloqui che erano stati sospesi in conseguenza del viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan e del pallone-spia che aveva sorvolato gli Stati Uniti.
Il secondo accordo concreto riguarda un problema scarsamente pubblicizzato in Europa, ma di grande importanza negli Stati Uniti. Si tratta di una sostanza chiamata Fentanyl, la cui componente base viene prodotta in Cina e che, successivamente manipolata in Messico, costituisce la base di un potentissimo stupefacente.

Il fatto che un tema così particolare sia stato portato all’ordine del giorno fra le due massime potenze del mondo, obbliga da un lato a riflettere come siano complessi e inaspettati i problemi della globalizzazione, ma ci spinge fatalmente anche a ricordare che il più grande scontro fra l’Occidente e la Cina è passato alla storia come la guerra dell’oppio. Un problema che si è ripetuto dopo quasi due secoli, con un cammino che ha proceduto in direzione opposta e al quale, a differenza di quanto avvenne in passato, si sta cercando di porre rimedio non con un conflitto ma con un accordo.
Come quasi sempre avviene, anche questo vertice ha avuto un seguito. Anzi, essendo un vertice così importante, ha avuto un duplice seguito. Il primo è stato l’incontro conviviale fra Xi Jinping e alcuni tra i responsabili delle più grandi e avanzate imprese americane, a cominciare dalla Tesla per passare all’Apple e alla Pfizer. Le cronache parlano di un grande amore reciproco e di un intenso desiderio di cooperazione.

Il secondo evento post- vertice è stata la dichiarazione di Biden che, rispondendo alla domanda di un giornalista, ha sottolineato, in modo franco e non diplomatico, la grande distanza che separa la leadership democratica da quella autoritaria. La risentita reazione cinese dimostra che il cammino per arrivare a un’intesa sui grandi problemi del mondo è ancora molto lungo. Ci dobbiamo quindi accontentare di questo primo passo.
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