Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero
Si è fatto un gran discutere sui dati economici resi noti negli scorsi giorni dall’Istat. C’è chi ha festeggiato perché l’inflazione è discesa all’1,8% e c’è che si è vestito a lutto dovendo constatare che nel terzo trimestre dell’anno in corso il PIL italiano non ha registrato alcun aumento, segnando quindi crescita zero.
Onestamente non trovo sostanziali motivi di sorpresa. Questi dati sono la conseguenza naturale delle decisioni prese a livello europeo e a livello italiano. In buona sostanza è ovvio che, quando si pone mano al freno, ogni mezzo meccanico rallenta la sua velocità e, se il freno persiste, la vettura non può che fermarsi.
L’attuale dato esce infatti dal confronto con lo stesso mese dello scorso anno, mese in cui i prezzi del gas e del petrolio erano impazziti verso l’alto, segnando una vera e propria anomalia anche nei confronti degli altri paesi europei.
La constatazione che l’ attenuazione dell’inflazione sia avvenuta soprattutto nel campo dell’energia ci obbliga naturalmente a riflettere sul fatto che l’attuale deterioramento della situazione politica in tutto il Medio Oriente potrebbe portare sgradevoli sorprese che tuttavia, almeno fino a questo momento, non si sono verificate.
D’altra parte, l’aumento del costo del denaro e il proseguimento dell’inflazione, anche se a ritmi più contenuti, non possono non incidere sugli investimenti e sui consumi interni, che non sono certo compensati dal buon andamento delle nostre esportazioni verso i mercati extraeuropei
La differenza sta nel fatto che gli Stati Uniti non si sono limitati ad applicare il freno ma hanno, nello stesso tempo, messo in atto forti stimoli alla crescita economica.
Hanno cioè adottato quella che in tempi passati si chiamava una manovra “punta-tacco“, ossia frenato con il tacco, ma spinto sull’acceleratore con la punta, attraverso un poderoso contributo del bilancio federale e, in modo particolare, con una politica industriale estremamente attiva. Hanno cioè mobilitato, nello stesso tempo, consumi e investimenti. Il che non è certo una novità.
In Europa è invece durata per oltre un quinquennio, rendendo ormai senza confronto il cammino di crescita americano rispetto a quello europeo.
Per quanto riguarda l’Italia la strada è ancora più in salita perché, in mancanza di una politica economica europea, non possiamo nemmeno disporre delle risorse del governo tedesco e di quello francese.
Si tratta cioè di una variazione intorno al 2%, con un aumento del deficit di 15 miliardi e piccole correzioni fiscali per il restante.
Se non si riesce a mettere in atto le ormai infinitamente ripetute manovre strutturali, il cammino della crescita non potrà uscire dai limiti indicati in precedenza.
I recenti dati, che hanno suscitato tanta attenzione, dimostrano invece che la crescita economica non procede per miracoli, ma si fonda su un continuo processo di cambiamento e di innovazione. In Italia il freno prevale sull’acceleratore.
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