Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 03 febbraio 2024
Nove mesi ci separano dalle elezioni e quasi un anno dall’insediamento del nuovo presidente, ma gli Stati Uniti sono già da tempo in campagna elettorale. Tutto questo fa pensare non solo all’America, ma ai destini di tutte le democrazie.
I paesi democratici, infatti, sono quasi sempre in campagna elettorale, con le tensioni e le difficoltà nel prendere le decisioni che il lungo periodo pre – elettorale necessariamente comporta. Il che è ancora più vero per gli Stati Uniti, dove le rotture del tessuto sociale si sono negli ultimi anni moltiplicate, con una divisione crescente fra città e campagna, stati costieri e America profonda, bianchi e neri, ricchi e poveri, istruiti e meno istruiti e, naturalmente, con un divario crescente fra democratici e repubblicani.
Biden ha deciso di ripresentarsi e la sua candidatura è ritenuta quasi naturale, nonostante la sua età non più giovanile e la sua forma fisica non più atletica. Il presidente in carica è generalmente favorito, e questo dovrebbe essere anche il caso di Biden, soprattutto perché l’economia sta andando sostanzialmente bene, con un tasso di crescita più che soddisfacente e una disoccupazione in diminuzione.
E’ impressionante notare come l’obiettivo della chiusura delle frontiere sia diventato dominante in un paese che è sempre stato di esempio al mondo per avere fondato la propria ricchezza e il proprio sviluppo sull’immigrazione.
Una società impaurita tende fatalmente ad affidarsi a colui che appare essere più muscoloso. Per questo motivo Trump ha finora vinto tutte le primarie del partito repubblicano con uno scarto che non ha precedenti e, da quanto si legge nei sondaggi, facendo progressi anche fra tutti gli elettori americani.
Trascurando per ora la possibilità non ipotetica che Trump assuma una deriva pericolosamente autoritaria nella politica interna, ci limitiamo ora a considerare che i due candidati prospettano una politica del tutto divergente riguardo ai rapporti con l’Europa.
Non è infatti facile dimenticare gli attacchi dell’allora presidente Trump ad Angela Merkel e la provocazione nei confronti della presidente della Commissione Europea, alla quale ha dichiarato esplicitamente che, se l’Europa venisse attaccata, gli Stati Uniti non correrebbero certo ad aiutarla.
Uguali punti interrogativi si pongono sulla politica nei confronti della guerra in Ucraina, riguardo alla quale le prime conseguenze sono già in atto, perché la sola ipotesi di un cambiamento della politica americana rende assai problematica l’approvazione del pacchetto dei 61 miliardi di aiuti che Biden si era impegnato a versare per la difesa del paese.
Tutti questi elementi dovranno essere tenuti presenti nei prossimi mesi, in modo da preparare la linea della futura politica europea dopo le elezioni americane. In questo quadro di incertezza non vi deve invece essere alcun dubbio sulla necessità di rafforzare l’Unione Europea, ormai diventata indispensabile per la nostra sopravvivenza.
In ogni caso, il mutamento della situazione internazionale, richiede che l’Europa sia in grado di mettere in atto una maggiore unità e una maggiore capacità di azione.
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