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Diario italiano: Il mio rientro in Italia dopo trenta anni d'America

 

 

 " Mister Bartoli,  lei ha concluso la sua terapia a base di Abiraterone. Siccome il PSA sta ricominciando a salire dobbiamo cambiare medicina. Pertanto ci orienteremo su Xtandi che e' piu' efficace."

Cosi il Dr. Leger del Georgetown Hospital.

Arrivato a casa ho scoperto che la nuova potente medicina mi sarebbe costata 3800 dollari al mese ai quali aggiungere altri duemila per l'assistenza nazionale a Medicare che devo pagare perche' non ho versato i quindici anni di contributi alla Social Security.

In Italia Xtandi e' coperta dal Servizio Sanitario Nazionale.

Dopo un breve dialogo con Franca abbiamo deciso che era giunto il momento di dire 'ciao' alla nostra amata America dopo trenta anni di felice permanenza e ritornare in Italia.

A gennaio abbiamo iniziato un affrettato giro in Italia per trovare un appartamento. 

La scelta obbligatoria era Udine la citta' natale di Franca. Ed abbiamo iniziato a selezionare varie location, nel centro della citta', dove la mia  sposa aveva trascorso gran parte della sua fanciullezza e adolescenza.

Sennonche', a conferma del noto 'parenti serpenti", ci si e' messa di mezzo una stretta parente di Franca che animata da un incomprensibile odio, ha creato una 'incompatibilita'  ambientale' che ci ha costretto a cancellare Udine dai nostri programmi. 

"Voi non immaginate di cosa sono capace" ha detto la forsennata chiudendo  la tumultuosa telefonata generata dal fatto che era stato accettato l'invito a andare a dormire dal figlio. Boh ?!

Abbiamo iniziato una discesa lungo la penisola escludendo Firenze, la citta' nella quale sono cresciuto. perche' ormai non ho piu' solidi riferimenti familiari e affettivi.

Quando abbiamo espresso ad alcuni amici romani l'intenzione di stabilirci nella citta' eterna (nella quale avevamo trascorso piu' di venti anni prima di andare in America), siamo stati sommersi da ondate di caldo entusiasmo e amicizia che ci hanno convinto a metterci a cercare l'appartamento a Roma.

Avevamo poco tempo prima di rientrare a Washington.

Franca si imbatte in un annuncio relativo ad una abitazione nel parco di Veio, zona Giustiniana a 15 minuti dall'Olgiata dove avevamo trascorso anni della nostra vita.

Andiamo a vedere ma purtroppo Franca era ancora sotto lo shock dell'episodio con la folle parente ed in piu' la giornata era grigia. 

Percio' nulla da fare e ci siamo messi alla ricerca di altre soluzioni spazzolando decine di appartamenti sino al centro storico di Roma.

Ogni volta che stavamo per visitare un appartamento io provavo a dire: " Ma perche' non ritorniamo a vedere il primo che abbiamo visto?" senza successo.

Eravamo in fase conclusiva con un locale prestigioso in via Venti Settembre a due passi da Largo di Santa Susanna. La proprietaria traccheggiava e non si decideva a darci una risposta.

Franca si fa convincere a ritornare a vedere quel casale che aveva escluso.

La giornata era splendida ed e' stato cosi' che la sposa si e' entusiasmata del posto, dei prati, dei fiori, dell'atmosfera. Del nostro modo di vivere Roma.

 

 

Qualcuno da qualche parte continuava a dirigere le nostre scelte distogliendoci da quelle sbagliate.

Siamo ritornati a Washington per il trasloco. 

Avete un'idea di cosa significa fare un moving di una casa di quattro piani? 

Franca e Max, arrivato da Veracruz, hanno lavorato sino allo sfinimento insieme ad una societa' esperta di traslochi alla quale abbiamo affidato tutto quello che poteva essere venduto. 

E dio solo sa quanta roba viene nascosta in una casa nel corso degli anni e di cui viene persa traccia.

Amici e conoscenti della colonia italiana ci hanno sommerso di "ma perche' ve ne andate? Ci mancherete molto et similia" il tutto detto con affetto e convinzione da molti e con chissenefrega da altri.

Siamo rimasti sorpresi per la cerimonia organizzata presso Holy Rosary Church, la chiesa degli italiani, dove siamo stati celebrati con tanta vera simpatia ricordando quanto organizzato da Franca (un suo vestito e' esposto nel Museo dei residenti a Washington) ed il fatto che il vostro redattore sia stato lettore alla messa in italiano delle 10:30  per molti anni.

Il 13 aprile siamo ritornati in Italia. Dopo due giorni ho partecipato ad un convegno a Rimini, poi Milano per il mio minicorso al MICRI IULM che non ho potuto completare per una completa afasia che preannunciava una broncopolmonite.

Come vedete non mi faccio mancare nulla. 

E poi ogni tanto mi veniva in mente quel "Voi non immaginate di cosa sono capace", anche se razionalmente bisogna rifiutare certi pensieri.

Ma non era finita.

Ogni maschio anziano sa bene che durante la notte le alzate per andare al bagno sono numerose, sopratttutto se sei sopravissuto alla degenerazione della tua prostata.

Il 4 giugno mi alzo cercando di non svegliare la consorte. Alcuni passi nel corridoio, improvviso giramento di testa, il mondo sottosopra, e cado all'indietro. Mini frattura posteriore sinistra della scatola cranica.

 Dopo alcuni giorni mi sveglio perché sollecitato ad andare al bagno, mi metto a sedere sul letto e precipito a testa in giù sul comodino, spigolo compreso, per una ennesima vertigine totale.

 Da questa vertigine e conseguente testata a tutto campo deriva un ematoma cerebrale che dovrà essere trattato ed eliminato da un intervento fatto presso l'ospedale Gemelli di Roma da un chirurgo del dipartimento neurochirurgia guidato dal professor Olivi. 

Guarda le combinazioni della vita: Olivi mi ha sentito cantare e suonare in un party a Washington organizzato dalla inesauribile dottoressa Erminia Scarcella..

Nonostante l'abilita' del chirurgo Signorelli, dopo venti giorni l'ematoma si riforma e cosi devo essere sottoposto ad un altro intervento, utilizzando gli stessi pertugi usati nel precedente intervento, tanto il cranio me lo hanno gia' trapanato.

 

La morale di questa storia e' che se ti scappa la notte e' meglio usare il pappagallo.

E, se mentre sei disteso nel tuo letto di ospedale, ti riciccia nella testa perforata la frase ""Voi non immaginate di cosa sono capace", bisogna scacciarla quella frase perche' si fa peccato.

Oscar

California Gov. Gavin Newsom is increasingly being viewed as a nuisance to some of President Joe Biden’s political advisers,


By Jonathan Allen, Carol E. Lee and Monica Alba

WASHINGTON — California Gov. Gavin Newsom is increasingly being viewed as a nuisance to some of President Joe Biden’s political advisers, according to four people familiar with the matter.

Though Biden's camp no longer sees Newsom as a wannabe challenger — and some in Biden's orbit praise him for acting as a top campaign surrogate — Newsom’s plan to debate Florida Gov. Ron DeSantis on television carries more risk than potential reward, these people say.

That has caused consternation within Biden's operation and among Vice President Kamala Harris' allies.



Some Biden advisers have complained privately that the planned debate, which Fox News host Sean Hannity would moderate, could make voters think Newsom is running a shadow 2024 campaign at a time when most Democrats say they’d prefer a different candidate at the top of the ticket. They also argue that it could elevate DeSantis, whom White House advisers initially perceived as a greater threat to Biden’s re-election hopes than the GOP front-runner, former President Donald Trump. (Others have insisted that there is no harm in their debating and that, in fact, it could be a net positive.)

Harris allies take particular umbrage at what they see as Newsom's attempt to position himself for the 2028 Democratic presidential primarily at her expense.

"It's disrespectful," an outside adviser to Harris said. "Joe Biden is running with Kamala Harris. That's the Democratic ticket."

It's not clear yet that the debate will actually go forward: The two camps have been haggling over proposed rules since DeSantis accepted Newsom's standing challenge this month. But the specter of the two governors going head to head has highlighted the degree to which Biden's interests aren't always clear and can diverge from Harris' interests.

Newsom is expected to be a top surrogate for Biden's campaign at the second Republican presidential primary debate in Simi Valley, California, in September, said a Democratic aide familiar with the plans.

Just as some Biden advisers are irked by Newsom's move, others see potential benefit in a high-profile Democrat's defending his record and agenda against a prominent Republican hopeful.

"What he's doing here is appropriate for a surrogate. It would not be appropriate for the president or the vice president," said a Biden adviser who lauded Newsom for taking on DeSantis and for sharing a donor list with Biden's re-election campaign.

"We're in close touch with him," this adviser said. "This is the kind of thing we want surrogates to do."

Newsom didn't respond to a text message seeking comment on what he learned about DeSantis from Wednesday's Republican primary debate and whether he thinks the two men will end up debating.

Kevin Munoz, a spokesman for Biden's re-election team, said the campaign is on board with the debate.

"Governor Newsom is a strong partner and surrogate for the Biden-Harris campaign," he said in a text message. "We coordinate closely on campaigning, whether it's fundraising or media. When he brought the debate idea to us, we endorsed it."

Munoz declined to say specifically when the endorsement came or who gave it.

It isn't the first time the White House has had to contemplate whether Biden and Harris are collateral damage in Newsom's efforts to elevate himself.

Last year, Biden advisers closely tracked Newsom's national political activity, concerned that he might be laying the groundwork to run in 2024. He reassured then-White House chief of staff Ron Klain that he was "not interested" in a 2024 bid, said a person familiar with the conversation.

With many Democrats looking for an alternative to Biden, who turned 80 in November, some of Newsom's maneuvers into the national spotlight were perceived as promoting him at the cost of stoking concerns about the president.

But since Biden announced his re-election campaign in April, Newsom has become a top surrogate, and most of Biden’s advisers have welcomed his help. One set of Biden's advisers is content with a potential Newsom-DeSantis showdown, seeing political upside for Biden and the party if DeSantis falters, people familiar with the discussions said.

On the other hand, a strong DeSantis showing could strengthen him and weaken Democratic arguments. DeSantis exchanged barbs with Harris this summer as she harshly criticized a state education mandate to teach Florida schoolchildren about the "benefits" of slavery.

She declined DeSantis' entreaty last month to engage with him directly on the issue, and then he agreed to debate Newsom. Though the challenge had been issued much earlier, Newsom's decision to move forward came in the shadow of Harris' arm's-length back-and-forth with DeSantis.

While the two governors tussle over the rules and timing of a debate — it could happen this fall, possibly in November — DeSantis is trying to gain traction in his uphill fight to beat Trump for the 2024 GOP nomination.

DeSantis and Newsom already have sparred over a variety of issues, including crime, Covid, abortion rights, education and migrant policy. Newsom has run ads in Florida targeting DeSantis’ positions.

A Biden adviser bristled at the message the possible debate sends about Harris and about the early jockeying for the 2028 nomination.

“It could either look one of two ways: like he tried to defend her because she couldn’t defend herself or that he was being thirsty for attention or to get in the fight,” the Biden adviser said. “And it was at a time when the VP had completely dismissed and won the fight with DeSantis, and I think Gavin gave him a second life.”

Il potere delle Big Tech che sfuggono al controllo della politica


Controlli ridotti – Il potere delle Big Tech e il ruolo della politica

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero 
I saggi, le conferenze e le solenni dichiarazioni sull’imperioso ritorno del potere dello Stato nell’economia si sprecano. Una nuova dottrina, originata dal diminuito ruolo della globalizzazione e dal ritorno imperioso del nazionalismo economico.

Non c’è dubbio che questa tendenza sia in atto ovunque. Se il simbolo premonitore è stato l'”America First” del Presidente Trump, l’importanza dell’intervento pubblico nell’economia è cresciuta ovunque, a Est e a Ovest, anche se con differenti modalità.

In Cina, nonostante le liberalizzazioni del mercato, che dal 1978 in poi hanno fatto grande il paese, il ruolo dello Stato ha sempre dominato. La presenza privata ha tuttavia accresciuto la sua importanza, fino a diventare uno dei simboli della nuova Cina. La situazione è drasticamente cambiata da quando Xi Jinping è diventato Presidente, accentrando nel vertice dello Stato non solo la direzione del Partito, del Governo e dell’Esercito, ma comandando in presa diretta anche sull’economia, con un comprensibile disorientamento anche da parte degli stessi imprenditori che hanno fatto grande la Cina.

Altamente simbolico di questo cambiamento è stato l’intervento diretto del Presidente nei confronti di AliBaba, la colossale impresa che, pur con modalità differenti, rivaleggia con Amazon per il primato mondiale delle vendite a distanza.

Quando essa è diventata troppo potente, Xi Jinping si è trasformato in supremo arbitro della concorrenza e, anche se con metodi per noi inaccettabili, ha esautorato il proprietario dell’impresa e ha ridotto il potere di AliBaba, obbligandola a disfarsi di importantissime attività, tra le quali il suo braccio finanziario.

Così ha ulteriormente accresciuto il ruolo dello Stato nel controllo dell’economia, richiamando il principio che la politica comanda sull’economia e non l’economia sulla politica. In un certo senso Xi Jinping ha assunto anche il ruolo di autorità antimonopolistica, un ruolo certamente improprio per la suprema autorità di governo ma, in ogni caso, un avvertimento di cui ogni impresa cinese deve tenere conto.

Nelle grandi economie di mercato stiamo invece assistendo ad un processo contraddittorio. Da un lato lo Stato ha ripreso il ruolo che aveva perduto a partire dagli anni ottanta, nei quali era proibita qualsiasi interferenza nella vita delle imprese: niente aiuti di Stato, niente politica industriale e diminuzione progressiva delle dogane e degli ostacoli al commercio.

Da quando Trump ha lanciato l’obiettivo del primato americano a ogni costo (America First) sono invece ritornate le dogane, gli interventi pubblici e gli aiuti di Stato, fino al grande provvedimento di Biden che, con la dichiarata motivazione di rimediare ai guai dell’inflazione (si chiama infatti Inflation Reduction Act) ha reso ancora più organico e sistematico il cambiamento della politica voluta da Trump, fornendo una cospicua mole di aiuti ai nuovi settori e alle imprese tecnologicamente più avanzate.

In fondo sembrerebbe una semplice evoluzione della politica descritta in precedenza ma, nel caso americano, il potere della politica sull’economia è solo parziale: agisce pesantemente dal lato dei sussidi e degli incentivi pubblici, ma non nel campo della concorrenza.

Dobbiamo infatti ricordare che la politica antitrust era sempre stata un pilastro della democrazia americana, capace di colpire non solo gli abusi delle imprese dominanti, ma anche di stabilire che l’eccessiva dimensione delle aziende era di per se stessa un pericolo per la democrazia e doveva essere quindi controllata e limitata.

Una politica che era arrivata a colpire anche giganti all’avanguardia della tecnologia come la IBM e la ATT.

Le cose stanno oggi in modo differente: lo Stato aiuta le imprese ma, come ci insegna Orwell nella Fattoria degli Animali, vi sono imprese più uguali delle altre.

Per essere concreti, i grandi giganti della Rete hanno raggiunto dimensioni, capitalizzazione, potere di mercato e di influenza decine di volte superiori a quelle dei precedenti oligopolisti, ma il controllo pubblico si limita a toccarle soltanto su aspetti marginali. Nei confronti di Google, Apple, Amazon e compagnia non si prospettano provvedimenti che mettano a rischio l’impressionante potere raggiunto dalla loro presenza economica e politica.

Le spiegazioni possono essere tante: dal ruolo dominante che hanno assunto in ambito mondiale (diventando più importanti del petrolio) al fatto che raggiungono il consumatore in modo prevalentemente gratuito (e quindi assai popolare), fino al loro contributo determinante alla concretizzazione dell’ “America First”.

A queste ragioni ne potremmo aggiungere tante altre, ma il fatto essenziale è che, nelle economie di mercato, il governo da un lato è ritornato ad essere un grande sostenitore delle imprese attraverso i sussidi e la politica commerciale ma, dall’altro, il settore più importante e di maggiore crescita è al di sopra di ogni limite e di ogni controllo pubblico.

Mentre, correttamente, viene messo in rilievo il nuovo ruolo dello Stato in aiuto all’economia, si dimentica che si è creata una situazione di dipendenza di tutta la politica e di tutta l’economia dagli interessi di un ristretto gruppo di imprese che hanno ora un ruolo dominante nel mondo.

Si tratta di un’evoluzione non senza conseguenze per gli equilibri indispensabili per la vita delle democrazie di tutti i paesi. Per quanto riguarda noi europei, si tratta anche di un ulteriore regresso del nostro ruolo, dato che siamo solo consumatori e non creatori di questi grandi giganti della Rete, divenuti gli incontrastati padroni anche del nostro futuro.

La malattia italiana

Riceviamo e volentieri publichiamo

Caro Oscar,

 In occasione delle elezioni del 2001, in una celebre intervista a Enzo Biagi, Indro Montanelli spiegava la sua teoria per battere Berlusconi (che poi le vinse e rimase a far danni all’Italia per vent’anni): “Io voglio che lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura solo con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, anche al Quirinale, dove vuole, anche al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità si ottiene col vaccino.”

Ma siamo poi guariti da quella malattia dalla quale il gran liberale Montanelli si augurava guarissimo?

A giudicare da quello che ci sta accadendo da settembre scorso, con la vittoria elettorale e l’occupazione delle istituzioni dello Stato - e della TV ‘cosiddetta pubblica’ – da parte di un governo di Destra-Estrema Destra, non sembra.

Per due motivi.

 Perché per ottenere una maggioranza di governo il Cavalier B., per la prima volta nella  storia politica italiana, ‘sdoganò’ subito dopo vinte le elezioni il partito di destra di Fini, senza chiedergli una revisione sul fascismo del passato (sconfessione che, a differenza della Meloni di oggi, Fini fece più tardi, nel 1995 a Fiuggi, rimanendo  però alla fine isolato con la nascita di una “vera destra-destra”, quella creata con Fratelli d’Italia dalla Meloni e La Russa).

E anche perché, da quel virus mai vinto, che si manifesta ripetutamente nella pancia di tanti italiani e che produce deresponsabilizzazione, qualunquismo, familismo, populismo, disaffezione dallo Stato e dalla Istituzioni stesse, fatalismo e pressapochismo, non siamo mai guariti. Un’infezione mai passata, come un ‘Covid’ che non si riesce a sconfiggere, permanente.

Un’infezione determinata in massima parte dalla mai celebrata Norimberga italiana e a quel patto di amnistia e pacificazione firmato nel ’46 da De Gasperi e Togliatti, che non consentì la de-fascistizzazione in Italia, come avvenne invece con la de-nazificazione in Germania. Consentendo ai fascisti italiani, e a molti stessi criminali tra loro, di poter rimanere nelle Istituzioni che avevano infettato. E che hanno continuato a infettare coi loro figli, amici e nipoti.

 

Questo è quello di cui la Meloni si rifiuta furbamente di parlare e che si rifiuta di riconoscere quando le chiedono del passato…

Se, immaginiamo, il nostro gran liberale Montanelli fosse ancora tra noi, direbbe la stessa cosa di questo governo di estrema destra e a tratti neo fascista, ma soprattutto fascista nella sua immutata cultura di fondo? Un governo dove, ogni giorno, assistiamo a pronunciamenti intolleranti estremi e pericolosi da parte di suoi rappresentanti e membri nelle Istituzioni (occupate), i quali spacciano come “diritto al libero pensiero” comportamenti che vanno contro  i diritti sanciti dalla nostra Costituzione? La quale condanna il pensiero violento, intollerante, discriminatorio e razzista. Comportamenti quindi contro la stessa democrazia sancita dalla nostra Costituzione.

Dovremo – dopo il non riuscito tentativo di vaccinamento vissuto nell’era berlusconiana – ritentare di vaccinarci anche questa volta? Aspettando e lasciando che  trascorrano “n” anni in cui una Destra-Estrema Destra incapace, impreparata, senza classe dirigente all’altezza dei compiti, qualunquista, populista (e perfino “anti-antifascista” come ha dichiarato di essere la seconda carica dello Stato, La Russa), dia fino alla fine prova di sé…?

L’unico vaccino che ci salverà dai rigurgiti di una mentalità sostanzialmente fascista – tanto più pericolosa quanto più somministrataci a piccole dosi, fino a una sorta di lento avvelenamento democratico… – sono sempre e solo due cose: la Cultura e la Democrazia.

Sandro

Roma

Government and politicians seem incapable of achieving consensus.


By Amber Phillips (TWP)
with Caroline Anders

We hear almost every day from readers who are frustrated, agitated and downright angry at government. They feel democracy isn’t working for them.

Today, I bring you some validating — if depressing — news: You’re not wrong, writes Dan Balz, The Washington Post’s chief political correspondent, and Post data reporter Clara Ence Morse.

As part of a new series assessing the state of American democracy, they explain: “Faced with big and challenging problems — climate, immigration, inequality, guns, debt and deficits — government and politicians seem incapable of achieving consensus. On each of those issues, the public is split, often bitterly. But on each, there are also areas of agreement. What’s broken is the will of those in power to see past the divisions enough to reach compromise.”

So, why are things so broken? Balz and Morse go in depth about major institutional challenges facing us. You should read their report. I will attempt to sum it up here: Basically, the Constitution was not set up to deal with such intense polarization. It risks breaking under all this pressure without major changes.
Minority rule has become the law of the land

And that has clearly favored one party of late: Republicans. Some examples:

The presidency: It’s getting more common for a minority of the population to elect the president, because of the electoral college system. The last time Republicans won the presidency with the popular vote was in 2004, when George W. Bush defeated John Kerry. In 2000 and 2016, they lost the popular vote but won the White House by winning in the right states to secure an electoral college victory.

Congress: Republicans hold more congressional seats in less populated states, meaning they represent fewer people. So 50 Republican senators represent about 43.5 percent of voters. Despite that, Republicans have a good shot of taking back the majority in next year’s Senate election by winning in red states such as Montana, West Virginia and Ohio.

The Supreme Court: Four of the nine justices — including three nominated by President Donald Trump — were confirmed by senators representing a minority of the population, Balz and Morse found out. That’s led to rulings that lean heavily against public opinion, such as ending the constitutional right to abortion, allowing more guns to be carried in public and weakening anti-discrimination laws for LGBTQ+ people.

State legislatures: It’s getting easier to pass sometimes extreme legislation, because state legislatures have increasingly become mostly red or mostly blue. Right now there are only two legislatures split with Republicans controlling one chamber and Democrats controlling another: Virginia and Pennsylvania. In the rest, one party controls it all.



Abortion demonstrators face off outside the Supreme Court in June 2022 the day after Roe v. Wade was overturned. (Astrid Riecken for The Washington Post)

The solution feels far away

To address many of these issues, Balz and Morse write, we would need to amend the Constitution. But because the country is so polarized, that could be nearly impossible.
 
“The danger,” historian Jill Lepore, who directs the Amendments Project at Harvard University, told Balz and Morse, “is that it becomes brittle and fixed — and then the only way to change your system of government or to reform a part of it is through an insurrection.”

(Politicians are increasingly talking about achieving their agendas through violent means. There was the Jan. 6, 2021, insurrection, of course. And a Republican legislator in Michigan recently warned of a “civil war.”)

Revealing the Smithsonian’s ‘racial brain collection’





The Washington Post spent a year examining the Smithsonian’s collection of human remains, including 255 brains. Reporters reviewed thousands of documents, including studies, field notes and personal correspondence, and interviewed experts, Smithsonian officials, and descendants and members of communities whose remains were targeted for collection. The Post also obtained from the National Museum of Natural History an inventory of all human remains in its possession, which allowed reporters to publish the most extensive analysis of the collection to date.
The National Museum of Natural History has at least 30,700 human bones and body parts in storage

The Smithsonian’s collection of human remains is one of the largest in the world. It includes mummies, skulls and teeth, representing an unknown number of people. It also has a collection of brains, which were taken mostly from Black, Indigenous people and other people of color.

The remains are the unreconciled legacy of a grisly practice in which body parts were scavenged from graveyards, battlefields, hospitals and morgues in more than 80 countries.

Most of the remains appear to have been gathered without consent from the individuals or their families, by researchers preying on people who were hospitalized, poor, or lacked immediate relatives to identify or bury them. In other cases, collectors, anthropologists and scientists dug up burial grounds and looted graves.
Brains were collected to further racist theories

In 1903, Ales Hrdlicka (hurd-lich-kuh), an anthropologist and curator for the U.S. National Museum, the predecessor to the Smithsonian’s National Museum of Natural History, started what he referred to as the “racial brain collection.” Hrdlicka believed that White people were superior and collected body parts to further now-debunked theories about anatomical differences between races.

He was widely viewed as an expert on race, evolution and human variation and believed that collecting body parts would help with the discovery of the origins of people in the Americas. He was featured in newspapers frequently, and his beliefs influenced U.S. government policies on race.




Of brains collected in the United States, Black people represent the largest racial group

Hrdlicka started collecting in the Smithsonian’s backyard, seeking bodies from hospitals, morgues and medical schools. He eventually acquired 74 brains in the Washington area, the largest regional group within the brains still held by the Smithsonian, according to records reviewed by The Post. Of those, 50 had race recorded, and 35 of those brains were taken from Black people.

Black people also stood out nationwide: Of the 77 brains taken within the United States that have race recorded, Black people represent the largest racial group, with 57 brains taken.
A global network gathered remains without consent for the Smithsonian

Over the 40 years in which Hrdlicka led the physical anthropology division at the Smithsonian, he recruited and built an international network of anthropologists, scientists, doctors and professors to collect body parts on his behalf, records show. Hrdlicka and the Smithsonian sometimes purchased the remains, or reimbursed donors for the cost of shipping body parts to Washington, records show. Researchers sent him human remains from the Philippines, South Africa, Malaysia, Germany and across the United States.

Of the more than 30,700 human remains that the museum still holds in storage, more than 19,000 — or about 62 percent — were collected while Hrdlicka was head of the physical anthropology division, according to a Post analysis.

He preyed on Indigenous populations, willing to go to extreme, sometimes brutal, lengths to acquire remains. In Mexico, he cut the heads from the bodies of Indigenous people who had been massacred by the government. In St. Louis, he expected that some of the Indigenous Filipino people on display at the 1904 World’s Fair would die, so he made plans to take their brains. On one trip to Peru, he collected more than 2,000 skulls.
The museum has been slow to repatriate remains

The Natural History Museum has lagged in its efforts to return the vast majority of the remains in its possession to descendants or cultural heirs, The Post’s investigation found. Of the brains in its collection, the museum has repatriated only four.

The Smithsonian requires people with a personal interest or legal right to the remains to issue a formal request, a virtual impossibility for many would-be claimants since they are unaware of the collection’s existence.

The Natural History Museum said that in the last three decades it has returned 4,068 sets of human remains and offered to repatriate 2,254 more. Those remains belong to more than 6,900 people, because some sets include the remains of more than one person.




As The Post reported, the Smithsonian took action

As The Post investigated, the Natural History Museum hired two researchers to look into the stewardship and ethical return of body parts and other objects. It also restricted access to human remains and shared with The Post plans to relocate the brains.

In April, Smithsonian Secretary Lonnie G. Bunch III issued a statement apologizing for how the institution collected many of its bodies and body parts in the past. He also announced the creation of a task force to determine what to do with the remains. In an interview, Bunch said it was his goal to return as many body parts as possible.

Sanità in affanno: l’ombra dell’autonomia differenziata sul diritto alla salute


Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero

L’insoddisfazione nei confronti del Servizio Sanitario Nazionale si è trasformata in un coro generale. L’allungamento ormai patologico delle liste d’attesa per le diagnosi e le cure è così diffuso da essere ritenuto un evento inevitabile, fatalmente destinato a crescere nel tempo, provocando la progressiva emarginazione dello stesso Servizio Sanitario Nazionale.

Non voglio qui ripetere i ben noti dati analitici per patologia e per località di queste maledette liste d’attesa, ma mettere semplicemente in rilievo le conseguenze di tutto questo. Basti riflettere sul fatto che, nel breve spazio di tempo che intercorre fra il 2019 e il 2022, la quota di chi paga integralmente le spese per gli accertamenti diagnostici è passata dal 23% al 27,6%, mentre la quota di coloro che pagano integralmente le visite mediche è cresciuta dal 37% al 42%, per non parlare dei troppi italiani obbligati a rinunciare alle cure per mancanza di mezzi.

Quando si raggiungono queste percentuali di presenza e di crescita del privato, si intravvede un cambiamento radicale del concetto di protezione sanitaria garantita ad ogni cittadino, come fondamenta della nostra Costituzione e patrimonio condiviso dell’Europa: esempio unico a livello mondiale. Stiamo cioè silenziosamente scivolando da un sistema fondato sulla difesa dei diritti ad un assetto di libero mercato.

E’ certamente vero che il “Welfare State”, e la sanità in particolare, sono in difficoltà in tutti i paesi europei, ma la crisi italiana appare superiore ad ogni altra. Il livello di finanziamento della nostra sanità pubblica si colloca infatti attorno al 6,7% del PIL, a fronte del 7,8% della Spagna, del 10,3% della Francia e del 10,9% della Germania. In termini assoluti la spesa sanitaria pro-capite tedesca è addirittura il doppio di quella italiana. Anche le prospettive non sono incoraggianti, dato che lo stesso DEF prevede che la spesa per la sanità pubblica si riduca al 6,3% del PIL nel 2024 e al 6,2% nel 2025.

Tutto questo si traduce naturalmente in una restrizione degli investimenti per le nuove tecnologie e le nuove strutture, oltre che in un livello di remunerazione del tutto insufficiente per i professionisti della sanità pubblica. Di qui la continua fuga dei medici e degli infermieri verso l’estero o verso il settore privato, dove le retribuzioni sono incomparabilmente più elevate.

A questo si accompagna una crescita anomala della libera professione “intramoenia”, esercitata dai medici all’interno delle strutture pubbliche, ma al di fuori dell’orario di lavoro.

Un sistema che permette, con regole prestabilite, una maggiore libertà di scelta da parte del paziente ma che, esteso oltre misura, causa un ulteriore allungamento delle liste d’attesa, addirittura con lo stesso medico e lo stesso ospedale.

Siamo quindi di fronte a un quadro che necessita una riforma di carattere globale, iniziando proprio dalla necessità di reperire le risorse destinate alla remunerazione di tutti i professionisti della sanità pubblica.

Il necessario riassetto salariale si deve naturalmente accompagnare agli altri necessari cambiamenti, a partire dall’improprio rapporto con il potere politico, a cui si aggiunge la riorganizzazione della medicina di base, sempre più dedicata a indirizzare il paziente verso gli specialisti.

Anche in questo caso si tratta di un processo organizzativo complesso, come si evince dalle difficoltà che si frappongono alla creazione delle Case della comunità, teoricamente previste anche dal PNRR per offrire al cittadino un livello di assistenza più efficiente e più vicino.

Queste scarne riflessioni non sono certo sufficienti per affrontare il problema dei cambiamenti necessari perché ogni cittadino possa godere di un autentico diritto alle cure sanitarie, ma sono sufficienti per mettere in guardia sul fatto che l’indebolimento delle strutture pubbliche sta progressivamente portandole verso il ruolo residuale di provvedere alle funzioni alle quali il mercato non è in grado, o non vuole, fare fronte.

Siamo quindi non dinnanzi alla necessità di semplici aggiustamenti, ma all’urgenza di decidere la direzione verso cui dobbiamo indirizzare la nostra sanità.

Preoccupa, a questo proposito, la proposta di procedere ad un’autonomia differenziata anche nel settore sanitario, aumentando e legittimando normativamente il divario che già oggi esiste fra il Nord e il Sud. Avanza infatti l’ipotesi che vengano demandati alle Regioni anche i contratti del personale, con remunerazioni ovviamente legate alle possibilità finanziarie delle Regioni stesse.

Con questa innovazione, oltre alla violazione del fondamentale diritto alla tutela della salute, assisteremo all’esplosione della già esistente migrazione di medici e infermieri, facendo delle Regioni più povere un vero e proprio deserto sanitario.

Ricordiamo, a questo proposito, che a fondamento del funzionamento della nostra sanità esistono i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), ovvero i servizi che lo Stato deve obbligatoriamente fornire in modo omogeneo in tutto il paese, ovviamente con adeguati finanziamenti. Perché sono un diritto e non un’opzione.

Credo quindi che, prima di prendere provvedimenti che scardinano ulteriormente il Servizio Sanitario Nazionale, sia necessario stabilire come intendiamo mettere in pratica l’Articolo 32 della Costituzione che, con parole semplici e inequivocabili ci dice che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività“.