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Le banche fanno schifo





Banca Intesa
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                                                                                                Roma, 26 agosto 2016
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Mi spiace segnalarvi una – per usare un gentile eufemismo come vogliamo chiamarla? – scorrettezza? mancanza di sensibilità? mancanza di etica?

Come si può vedere dal foglio allegato, questa mattina ho effettuato un bonifico a favore delle popolazioni colpite dal terremoto del 24 agosto.

Sono abituata, essendo invalida, a fare bonifici per bollette, versamenti di contributi per la collaboratrice domestica e quanto altro e pago senza battere ciglio la commissione di due euro per ogni versamento. La trovo una commissione esosa, ma non sto protestando per questo.

Quelle che mi ha lasciato a dir poco stupita è la commissione di UN EURO applicata a donazioni fatte per emergenze del genere.

Mi rendo conto che la banca non è un ente morale o una onlus, ma a me sembra assolutamente improprio e  vagamente malandrinesco pretendere un qualsiasi importo su un versamento fatto per beneficenza.

Se, come moltissimi hanno fatto, avessi mandato generi di conforto o indumenti o coperte che dovevamo fare? Il trasportatore si prendeva la manica di un golfino o una striscia di un plaid o tre o quattro fette su un salamino intero?

Naturalmente l’importo di  un euro ve lo regalo. Non mi risolve certo il problema del vivere.

Volevo soltanto segnalarvi la mia profonda insoddisfazione per tale modo di agire.

Grazie per l’attenzione,
Maria 

Le due Libia



Alberto Pasolini Zanelli
Spesso durano poco le buone notizie che vengono da vicino. E la Libia è vicinissima, dalla Sicilia ci si va in barca, agli aerei militari di base a Sigonella occorrono meno di venti minuti per un viaggio a Sirte e ritorno. L’ultima buona notizia è durata poche ore, anche se era importante, perfino esaltante: la batosta della base Isis a Sirte, la sua semidistruzione; un Bollettino della Vittoria subito seguito a uno scambio di congratulazioni fra il governo di Tripoli e i suoi alleati. Se non che poche ore dopo è arrivata la risposta: la sconfessione di quel governo da parte del Parlamento libico. Chiamiamolo così, anche se opera, e in questo caso ha votato, a una notevole distanza da Tripoli, in quella Tobruk che è molto più vicina al confine con l’Egitto. Il tono è piuttosto corrusco, tanto da indurre il primo ministro Fayez al Serraj a “rifugiarsi” in Tunisia. Una brutta sorpresa.
Ma più brutta che sorpresa, perché quel governo gode sì la fiducia o almeno le simpatie dell’Occidente, ma non quelle della maggioranza che sarebbe richiesta, quella dei libici. E infatti sul terreno non è finora cambiato niente. Il Paese continua ad essere in mano alle “milizie” (quell’Isis è solo una delle tante), a Tripoli sta tornando il grande disordine abituale. Se c’è un Uomo Forte che si è irrobustito ulteriormente, è il generale Khalifa Haftar, ministro della Difesa di quell’altro governo, quello di Tobruk e dunque della Cirenaica apertamente e saldamente sostenuto da quello egiziano.
La situazione, dunque, riprende a complicarsi, come se avesse mai smesso. Il Paese è spaccato in due da almeno un anno e mezzo. Tripoli e Tobruk continuano nella loro “guerra strisciante” senza segni che uno dei belligeranti si avvicini alla vittoria. Tripoli ha dalla sua il “riconoscimento internazionale”, cioè americano ed europeo anche nella versione militare. Tobruk dispone di quello che appare come il vero uomo forte e dell’appoggio di alcuni governi più o meno islamici. È più probabile, insomma, che Haftar un giorno decida di marciare su Tripoli che non al Serraj di prendere la via di Tobruk.
Non dipende soltanto dalle qualità militari e dall’appoggio politico dell’uno e dell’altro. Semmai dal fatto che quelli di Tripoli aspirano ad assorbire la Libia orientale mentre quelli di Tobruk o di Bengasi si accontentano di tenere quello che hanno. E dalla loro hanno diverse cose, fra cui il petrolio e la Storia. La terra in questione è antica, gloriosa ma quello che le manca è un passato unitario. Non lo è mai stata neanche nel nome. A parlare di Libia sono stati quasi esclusivamente gli italiani, nelle due occasioni in cui l’hanno dominata. Prima c’erano la Cirenaica greca e l’Ovest cartaginese. La frontiera fu stabilita, secondo la leggenda, dall’incrocio di due maratone: due coppie di atleti partite una da Est, una da Ovest; dove si fossero incontrate lì sarebbe sorto il sacro confine fra due Patrie. Quelli che vinsero erano i fratelli Fileni, che morirono di eroica fatica ma spinsero avanti la frontiera. Poi arrivarono i Romani, che le inglobarono entrambe. Al crollo della loro potenza, una nuova divisione, infine sotto il manto dell’Impero ottomano.
Di Libia non si parlava. Resuscitò a seguito di un’operazione di prestigio avviata da Giolitti nel 1911, a nome di un’Italia che aveva da poco ritrovato la sua unità. Si cantava “Tripoli bel suol d’amore”. Ma l’entusiasmo non era proprio unanime. Plaudiva all’impresa un pacifista come Giovanni Pascoli, inneggiando alla “grande proletaria”, ma si opponeva un socialista già conosciuto come Benito Mussolini, autore di un monito: “Né un soldo né un soldato per la guerra imperialista”. Poi, diventato il Duce, si trovò in mano Tripolitania e Cirenaica e non resisté alla tentazione imperiale e romana di chiamarla Libia. Fece costruire fra l’altro un monumento ai fratelli Fileni e andò a inaugurarlo personalmente. Sconfitta nella Seconda guerra mondiale, l’Italia sparì lasciandosi dietro quel nome, ma i libici continuarono a sentirsi e ad essere divisi, tenuti insieme soltanto dalla dittatura di Gheddafi. Che non lasciò eredi, ma un vuoto che ogni tanto qualcuno cerca di riempire. Adesso tocca forse a Khalifa Haftar. Se ce la facesse diventerebbe un dittatore e “unirebbe” una terra che in realtà non ne sente il bisogno. Forse la soluzione accettabile sarebbe quella di lasciare che di “Libie” tornassero ad essercene due. Ma l’“ortodossia” moderna e democratica finora non lo ha accettato.

Spending review, nuova partenza?


Guido Colomba

La “spending review” riparte con il bilancio 2017. Finalmente entreranno in vigore i tagli sulle società partecipate degli enti locali. Un risparmio atteso di 6-7 miliardi. Un discorso che va di pari passo con la pressione fiscale. Lo Stato centrale ha effettivamente ridotto, se pur di poco, la pressione fiscale in questi ultimi anni. Ma, in piena controtendenza, gli enti locali hanno aumentato ad una media del 140 %, negli ultimi otto anni, il prelievo medio sui propri cittadini. Il saldo complessivo di queste due opposte tendenze ha determinato un aumento della pressione fiscale a carico dei cittadini italiani. Con l'aggravante che gli enti locali hanno diminuito del 5% gli stanziamenti per lo sviluppo nei primi sei mesi del 2016 benchè siano stati liberati dal vincolo del patto di stabilità interno varato dal governo Monti. E' indicativo che questo calo coincida con l'entrata in vigore delle nuove norme sugli appalti e la crescente presenza dell'Anticorruzione guidata dal magistrato Cantone (un nuovo regolamento sulla trasparenza degli appalti è in vigore dal 20 agosto). Ciò che emerge in maniera drammatica è il buco nero della finanza locale. La Corte dei Conti ha accertato nei bilanci delle regioni un "rosso" di 33 miliardi da ripianare nei prossimi 30 anni. Senza contare gli oneri, tuttora in corso, dei contratti in strumenti derivati che sono stati utilizzati per molti anni al fine di creare artificiose entrate di cassa per "abbellire" i bilanci. In questa difficile realtà, il governo italiano chiede a Bruxelles di spostare il target del deficit 2017 dall'1,4% al 2,3%, pari a circa 9-10 miliardi. Non solo. Occorre ragionare in termini pluriennali visto che gli investimenti pubblici prioritari producono i loro effetti nel medio-lungo periodo. Vi sono almeno dieci opere prioritarie (tra le quali l'Alta velocità Napoli-Bari) già in corso la cui accelerazione determinerà nel 2017 un flusso di spesa pari a 11,1 miliardi compresa la manutenzione straordinaria della rete ferroviaria. Restano fuori bilancio (queste le richieste italiane durante il vertice trilaterale di Ventotene) le spese per gli investimenti culturali e per il costo dei migranti. Su questo ultimo aspetto, l'autorevole economista tedesco Hans Werner Sinn (presidente dell’Institute for Economic Research) afferma che "il principio di inclusione dovrebbe cedere i passo al principio del Paese d'origine. Nei paesi ospiti, "agli immigrati si dovrebbero garantire soltanto i benefit guadagnati in un sistema assicurativo che preveda premi correlati ai costi". Il welfare, per evitare il collasso e i disordini sociali conseguenti in tutta Europa, "non dovrebbe essere accessibile ai migranti economici". Il vertice intergovernativo di Bratislava del 16 settembre prossimo dovrà affrontare anche questo tema che, secondo Sinn, costituisce la motivazione di fondo di Brexit.