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Politica varia e avariata

 Donald Trump

Ma dove e' finita la 'political correctness' degli americani? Quelli che si indignano quando gli italiani che visitano i musei a Washington schiamazzano e parlano a voce alta, quelli che non tollerano il turpiloquio in pubblico e nelle TV cancellano ogni espressione pesante con un bip, quelli che, al di là dei contrasti politici, sanno ritrovare l'unità recitando con la mano sul petto la "Pledge of Allegiance" ovvero la dichiarazione di fedelta' alla bandiera?

A giudicare da questo scorcio di primarie il panorama politico americano confligge con lo stereotipo anglosassone. Siamo in piena sintesi con i comportamenti umorali dei politici dell'America Latina. E, quanto al pollaio italiano delle ingiurie politiche quotidiane, rischiamo di essere superati dagli esponenti del GOP, il Partito Repubblicano.

Donald Trump non tralascia occasione di parlare e far parlare di se' grazie alle sue provocazioni che, nonostante quello che pensano tanti, non sono estemporanee ma frutto di calcoli mediatici raffinati, all'insegna del " Parlate male di me. Ma parlate." di Oscar Wilde.

Tema del momento e' la "Woman Card", ovvero la marcia in piu' delle donne. Parlando di Hillary Clinton Donald Trump ha detto non solo che e' un'imbrogliona ma che se non usasse il fatto essere donna i suoi voti sarebbero solo un cinque per cento rispetto agli attuali.

Questa affermazione, fa seguito ad altre dichiarazioni sessiste di Trump, la 'migliore'' delle quali e' stata quella che le donne che abortiscono dovrebbero essere punite. Subito corretta nell'auspicio che ad essere colpiti siano i medici che praticano l'aborto, rinfocolando i propositi omicidi di ultra destre scatenate che in altre occasioni hanno incendiato cliniche dell'aborto e ucciso medici che vi lavoravano.

Opportuno ricordare anche il suo esordio in uno dei primi confronti televisivi con gli altri 17 candidati repubblicani, quando accuso' Megyn Kelly, la giornalista della Fox, di fare domande sanguinolente, con pesante allusione alle mestruazioni.

Ma al di la' delle dichiarazioni scandalizzate o dell'ironia dei social Donald Trump ha raggiunto un altro goal dato che tutti i media parlano solo della 'carta di credito' che molte donne hanno nel raggiungere traguardi professionali e sociali lasciandosi dietro gli uomini che arrancano.

Si tratta di un tema profondamente vissuto da milioni di maschi che si sentono defraudati del loro machismo dalla subcultura di un femminismo che secondo loro ha fatto danni anche alle stesse donne ed ha ribaltato le regole millenarie della supremazia dell'uomo sulla donna.

Nelle ultime ore le accuse di 'liar' (bugiardo) rivolte da mesi al senatore Ted Cruz, candidato dello stesso partito e esponente del movimento estremista di destra nonostante il faccino ed il tono compunto, hanno trovato un feroce supporto in John Boehner che per anni e' stato lo speaker della Camera, ovvero la terza istituzione del Congresso americano.

Parlando di Ted Cruz, questo politico, noto per la tendenza alla lacrima facile, ha detto che il senatore repubblicano e' "un figlio di puttana e un Lucifero in carne e ossa".

Ma non c'e' da stupirsi piu' di tanto. Basta ricordare quanto diceva Lyndon B. Johnson di Jerry Ford: "He is so dumb that he cannot fart and chew gum at the same time". Ovvero: "E' cosi' scemo che non riesce a scoreggiare e masticare la gomma nello stesso momento."

E per frasi come questa si passa alla storia. Mica per avere inventato Medicare e Medicaid, le assicurazioni per gli anziani e i nullatenenti.
Jerry Ford is so dumb he can't fart and chew gum at the same time. Lyndon B. Johnso
Read more at: http://www.brainyquote.com/quotes/keywords/gum.html
Jerry Ford is so dumb he can't fart and chew gum at the same time. Lyndon B. Johnson
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Il vantaggio della Clinton si sta riducendo



Zogby Analytics News Wire - General Election Head to Head Matchups

In a new Zogby Analytics online survey of 834 US likely voters, we tested a number of topics related to the 2016 Presidential election. The bullets below focus on the general election match-ups between Hillary Clinton and the Republican candidates, Donald Trump, Ted Cruz, and John Kasich. The poll was conducted 4/19/16 - 4/20/16 and has a margin of error of +/- 3.5 percentage points.
  • Clinton vs. Trump - Clinton's lead narrows
If the election for President were being held today and the Democratic nominee for President is Hillary Clinton and the Republican nominee for President is Donald Trump, for whom would you vote?
Hillary Clinton 47%
Donald Trump 40
Not sure 14

Obama come Adriano



Alberto Pasolini Zanelli
Qualcosa sta cambiando in America, in questi giorni e settimane. In parte era prevedibile o addirittura scontato, in parte è una sorpresa. La prima a cambiare è la campagna elettorale, per esaurimento. Per mesi ci si è battuti fieramente, soprattutto fra repubblicani, ma adesso i vincitori sembrano delineati e i loro avversari rassegnati. Ciò era prevedibile nel Partito democratico: il pur grande successo a sorpresa di Bernie Sanders non aveva mai dato l’impressione di poter capovolgere i rapporti di forza e sbalzare di sella Hillary Clinton, che aveva dietro l’intero apparato del partito e che aveva saputo difendere, sia pure cedendo alcuni milioni di voti, alla “carica” dell’uomo emerso di sorpresa sventolando una delle parole più “proibite” nel gergo politico americano: socialismo. Hillary si è già assicurata la nomination per la Casa Bianca e adesso può permettersi anche di riabbracciare Bernie.
E ora, forse, gli uomini dell’establishment si stanno rassegnando anche in campo repubblicano. Trump si è intascato anche gli ultimi cinque Stati, con maggioranze notevoli o addirittura schiaccianti. È fallita anche la “congiura” che consisteva nel reciproco desistere dei due avversari rimasti in gara, il moderato Kasich e l’estremista Cruz, che si dovevano “scambiare” i voti nei diversi Stati. Rimane in piedi la seconda parte del “complotto”: il tentativo di “rubargli” i delegati alla Convenzione nazionale. Ci sono precedenti: nel 1976 Jerry Ford rubò all’ultimo momento la nomination a Ronald Reagan. Teoricamente il “golpe” si può ripetere contro Trump, ma ci credono ormai in pochi.
Ed ecco che i candidati abbassano la voce, mentre la ritrova l’inquilino della Casa Bianca. Obama si era astenuto fino a poco tempo fa dal farsi sentire troppo, per cortesia ma soprattutto per la convenienza di lasciare un buon ricordo. Adesso che gli scontri “selvaggi” paiono declinare, ecco l’inquilino della Casa Bianca sentirsi autorizzato a riprendere la parola per presentare agli americani, al mondo e alla Storia un bilancio collegato a una serie di consigli nutriti dall’esperienza. Concentrati sulla politica estera, sul confronto fra l’America e il mondo oggi e otto anni fa. Il primo “nero” che parlava dalla Casa Bianca si presentò con un programma così intessuto di ideali da meritarsi un premio Nobel per la pace prima ancora di insediarsi. La sua presentazione suscitò il massimo entusiasmo in Europa mentre incontrò riserve nel Medio Oriente, silenzio sospettoso nell’Asia Orientale e vivissima ostilità in America. Il punto chiave del programma di Obama era in effetti la diminuzione dell’impegno americano nel Medio Oriente e un aumento nell’Asia Orientale dove Obama identificava i massimi problemi per il futuro. Nel Medio Oriente le cose non sono andate bene e la tensione è addirittura aumentata. Soprattutto in Siria, dove un quadriennio di guerra civile con interventi stranieri sembra aver raggiunto finalmente una svolta con l’indebolimento delle organizzazioni più spiccatamente fanatiche e terroristiche ma con buona parte del successo e quindi del merito attribuibile non agli Stati Uniti bensì alla Russia. Che ha giocato la carta militare con più decisione e spregiudicatezza e adesso si occupa di raccogliere altri guadagni da un ristabilimento della pace.
Washington è passata in secondo piano e adesso Obama muove per recuperare il terreno. In misura soprattutto simbolica, spedendo in Siria 250 “consiglieri militari” a rafforzare le indebolite schiere dell’“opposizione democratica”, la prima a muoversi contro il regime di Assad ma senza decisivi successi sul campo. Alcuni “falchi” plaudono adesso al presidente-colomba, ma le colombe danno segno di preoccupazione. Se ne trovano anche in Europa, meta di uno degli ultimi peripli di Obama, accanto a quello in Arabia Saudita, dopo la riconciliazione con Cuba e in attesa di una possibile visita a Hiroshima. Come se Obama volesse “ridisegnare” il mondo con il minimo possibile di cambiamenti ma con il ristabilimento di una distensione che era stata il trionfo di Reagan con la fine della Guerra Fredda. Una interpretazione che resuscita un confronto con una remota attività. Anche Roma ebbe un Imperatore vittorioso in battaglia, Traiano e un successore che si curò di stabilizzare il successo con la pace e la misura. Si chiamava Adriano e rimase famoso per i suoi viaggi alle frontiere dell’Impero.

Trump adesso offende Hillary e di nuovo le donne.

 ... Donald Trump’s organization $5M for calling Miss USA pageant rigged

Trump, declaring victory Tuesday, repeated his new epithet for Clinton: “Crooked Hillary.”
“She will not be a good president,” he said. “She doesn’t have the strength. She doesn’t have the stamina.”
He added: “If Hillary Clinton were a man, I don’t think she’d get 5 percent of the vote.”

Vint Cerf, padre di Internet, alla Italian Embassy di Washington


La metropolitana di Washington fa schifo (secondo il Post)

Farragut West Station on the DC Metro. Despite the light-up arrival ...

Questo e' il piu' pesante attacco contro la gestione della metropolitana della Capitale. A dimostrazione che "news you can use" e' un dogma adottato dai media americani. Altri giornali in altri paesi dedicano largo spazio invece agli amori delle ultime sgallettate nazionali. Non e' colpa loro. Seguono semplicemente le richieste del pubblico.

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Metro sank into crisis despite decades of warnings

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Washington’s Metro came into the world 40 years ago full of promise. It was a rail system of the future. Then, reality set in. 
Metro’s failure-prone subway — once considered a transportation jewel — is mired in disrepair because the transit agency neglected to heed warnings that its aging equipment and poor safety culture would someday lead to chronic breakdowns and calamities.
For nearly half a century, almost since construction of the subway system began, federal experts, civic and business groups, private transit organizations, and some Metro general managers and directors have raised red flags.
The alarms came repeatedly, at public hearings and Metro board meetings, in crash investigations and published studies, including 14 reports reviewed for this article: The agency lacked a robust institutional safety consciousness, its maintenance regime was close to negligent, and the system desperately needed a steadier, more dependable source of financing.
But generations of executives and government-appointed Metro board members, along with Washington-area politicians who ultimately dictated Metro’s spending and direction, steered the agency on a different course.
“America’s subway,” which opened in 1976 to great acclaim — promoted as a marvel of modern transit technology and design — has been reduced to an embarrassment, scorned and ridiculed from station platforms to the halls of Congress. Balky and unreliable on its best days, and hazardous, even deadly, on its worst, Metrorail is in crisis, losing riders and revenue and exhausting public confidence.
Thousands of pages of documents and dozens of interviews show that the decline of Metro is a story about head-in-the-sand leadership through its history, about political inertia and timidity among the multiple jurisdictions that govern the agency, about fateful misjudgments in strategic planning, and about cautions ignored or underestimated while the subway grew older and rot set in, just as the warnings had predicted.
In the past 15 months alone — among other, uncountable, less spectacular Metro emergencies and daily annoyances — this has happened:
Scores of passengers were sickened, one fatally, in a smoke-filled tunnel; a fire in a Metro power plant slowed and canceled trains for weeks; major stretches of the system were paralyzed for hours by a derailment stemming from a track defect that should have been fixed long before; and, on March 16, in an unprecedented workday aggravation for every Metro straphanger, the entire subway was shut down for 24 hours for urgent safety repairs.
Just this weekend, fire on a Red Line track near the Friendship Heights station caused the evacuation of a train in a tunnel and disruption for hours.

C’è chi la chiama “estrema destra”



Alberto Pasolini Zanelli
C’è chi la chiama “estrema destra”. C’è chi la definisce, più genericamente, “estrema protesta”. Da un paio di anni almeno ogni volta che un Paese europeo va alle urne, non solo il governo ne esce in un modo o nell’altro battuto, ma cedono o addirittura crollano i partiti che costituiscono storicamente e “strutturalmente” il Governo. Quelli che si alternano al potere con una sinistra moderata, classica, chiamiamola con il suo nome, “socialdemocratica”, che assorbe il malcontento di una parte del ceto medio e di quel che resta di quel che si chiamava “classe lavoratrice” o addirittura “proletariato” oppure quello che ha una relazione ormai secolare nel malcontento moderato dei “moderati”, di quell’altra metà del ceto medio che tradizionalmente si sfoga eleggendo democristiani, liberali, conservatori.
Adesso i partiti dell’“alternanza” hanno preso, invece, l’abitudine di perdere entrambi, contemporaneamente. Guardiamo cos’è successo domenica in Austria, dove c’era da eleggere non il Parlamento ma il presidente della Repubblica. I protagonisti tradizionali sono il Partito socialdemocratico e quello popolare, nome germanico dei democristiani, che si alternano di solito al potere. Stavolta i candidati erano sei e quello democristiano è arrivato quarto, quello socialista quinto, con rispettivamente l’11 e il 10 per cento del suffragio popolare. Dunque sono stati esclusi entrambi dal ballottaggio che si terrà il 22 maggio. A contendersi la poltrona presidenziale saranno quel giorno due partiti nuovi o nuovissimi: il secondo arrivato, è il candidato dei Verdi (opposizione di sinistra) con il 21 per cento; il primo quello dell’estrema destra (che si chiama qui Partito della Libertà) che ha passato addirittura il 35 per cento. Fra loro e i due “grandi” decaduti c’è anche un indipendente, che ha sfiorato il 20 per cento. L’ordine d’arrivo rispecchia, ingigantendolo, quello che recentemente è uscito dalle urne per le elezioni parlamentari in Spagna e Portogallo, confermando già allora risultati analoghi nei Paesi scandinavi, in Olanda, naturalmente in Grecia ma anche in Ungheria o in Polonia. L’ultimo test è venuto dalla Germania, dove una “nuova” estrema destra ha per la prima volta vinto in un Land. Gli ultimi sondaggi delle presidenziali in Francia danno a Hollande un risultato inferiore al 20 per cento, lasciando quindi presumere anche qui una “finalissima” fra due partiti di destra, quella “classica” di radici gollisti e quella del Front Nationale guidata dalla moderna Giovanna d’Arco, Marine Le Pen, affezionata in campo europeo a Matteo Salvini. Senza calcolare, perché non si vota proprio subito, il capovolgimento dei rapporti all’interno del Partito laburista britannico, dove la sinistra ha strappato il volante ai tradizionali moderati. Fare i conti, a questo punto, diventa perfino monotono. Quello che soffia sull’Europa intera è il voto della protesta, spesso più potente quando viene da destra.
Meravigliarsi ogni volta dovrebbe essere proibito o almeno bollato come “perdita di tempo”. Sarebbe più opportuno che le classi dirigenti dei vari Paesi europei riconoscessero il perché di questo spostamento così radicale e così scomodo. La scusa più frequente, invece, consiste nel dare tutta la colpa agli immigrati. Che certo sono un elemento di disturbo e di destabilizzazione, ma che da soli non basterebbero. Ce n’è almeno un altro di motivo ben più endogeno, più propriamente “europeo”. I milioni di italiani, francesi, scandinavi, iberici che votano contro i rispettivi governi non solo perché disturbati (e lo sono parecchio) dalle decine di migliaia di siriani, afghani, iracheni, africani, ma esprimono anche una delusione più profonda, sebbene meno colorita, per il volto che l’Europa ha preso a mostrare in modo più scoperto da quando è entrato in vigore l’euro. Da quando si è dovuto constatare che non sempre quando dei Paesi sovrani decidono liberamente di unirsi, sentono il bisogno di mostrarsi a vicenda che hanno fatto un passo sulla strada della vera unione che è o dovrebbe essere basata sulla strada della solidarietà e dunque della generosità, se non vogliamo dire fraternità. L’Austerity è sempre sgradevole, checché ne dicano i pochi che non ne sentono il morso. Ma un’Austerity imposta da un altro, da un’altra capitale e motivata dall’obbligo del rigore senza concessioni al socio più debole, non può che provocare malcontento e reazioni, anche e soprattutto dentro le urne. Ci sono infine motivi che nascono al di fuori delle frontiere esterne dell’Europa, che si fanno sentire nel Sud America, le cui economie crollano, in Russia e in Cina, infine negli Stati Uniti, dove non c’è recessione ma che soffrono di un impoverimento del ceto medio (conseguenza della globalizzazione e della sempre più rapida robotizzazione). Non solo l’Europa, dunque, è “malata”. Lo è in diversa misura il mondo all’apertura del nuovo millennio. Lo dimostrano anche gli americani nella loro campagna elettorale, di cui sono protagonisti non più i soliti democratici e repubblicani, ma i Trump e i Sanders, che finora hanno strappato ai partiti tradizionali almeno metà dei voti. Non meravigliamoci poi di quello che accade dentro le urne europee. Sono solo gli europei che ce l’hanno con l’Europa.