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Che macchina compro? AutoShow a Washington DC


Si mette male per i due Maro'

SC against undue sympathy towards guilty

New Delhi, Jan 26, 2015, DHNS:
The Supreme Court has asked lower courts not to show undue sympathy to convicts. Photo: DH (File)
The Supreme Court has asked lower courts not to show undue sympathy to convicts while pronouncing the sentence in a criminal case as it has the propensity to cause adverse impact on public confidence in the law. (The Deccan Herald)

The Interview una incredibile 'cagata'



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Netflix ha messo online il film "The Interview" che ha scatenato le ire del dittatore nord coreano, stimolato l'intervento del presidente Obama a garanzia del rispetto della liberta' di espressione, causato alla Sony un danno di molti milioni di dollari quando ha cercato di vietare la proiezione nelle sale, innescato la reazione della rete che ha cominciato a trasmettere copie clandestine.

Il tutto per uno dei peggiori prodotti di Hollywood, demenziale, fatto male, recitato peggio, con una storia da dilettanti dello schermo.
Un film che merita la definizione di Fantozzi per la 'Corazzata Potiomkin' che resta un capolavoro della storia del cinema.

Nessuno impediva ai produttori, scrittori, regista di fare ironia sul buffo dittatore nordcoreano. Ma che almeno la qualita' dello scherno fosse di alto livello, o quantomeno, accettabile.Questo filmaccio da suburra cinematografica e' stato focalizzato per la pancia molle del pubblico americano. Quello che pronuncia Aitalia quando legge Italia, e non ha un'idea approssimativa di dove si trovi la Nord Corea nonostante il tambureggiamento delle televisioni.

La prova provata di quanto questa patria della democrazia si trovi a fare scelte fondamentali di carattere planetario fidando unicamente sul giudizio di pochi milioni di individui, perche' tutti gli altri aventi diritto non vanno a deporre la scheda nelle urne o nelle macchine elettronciche.

Exodus, Mose' e la Shoa

Exodus: Gods and Kings

di Nicola Facciolini
Exodus, Dèi, Re e Mosè dalla Storia biblica più famosa del Mondo al colossal del regista Ridley Scott incentrato sulla figura del Patriarca ebraico e cristiano. La pellicola, interpretata da Christian Bale, solleva il classico vespaio islamista su tutta la Terra. Censure comprese in Egitto, Marocco ed Emirati Arabi Uniti. Gli eventi narrati in Exodus appartengono alla Storia delle origini di Israele, secondo il Libro dell’Esodo scritto da Mosè nel Pentateuco della Torah, raccontano la Liberazione degli Ebrei dalla schiavitù del Faraone d’Egitto. È il tema focale della Pasqua ebraica (Pesach) e cristiana perché l’Antica Alleanza, stipulata da DIO e Mosè, è sempre valida anche nella Nuova Alleanza in Gesù Cristo. Exodus è il vero Mosè? È il vero Esodo del Popolo eletto di Israele? È il vero DIO della Bibbia? Sono i veri Dieci Comandamenti di DIO? Perché l’Islam e i Warlords dichiarano guerra alla Religione, al Cinema, a Israele e all’Occidente? La risposta è contenuta nel Catechismo della Chiesa Cattolica. “L’Egitto – rivela Ridley Scott – era, ed è tuttora, un crocevia di culture tra Africa, Medio Oriente e Europa. Abbiamo voluto scegliere un cast di attori proveniente da diverse etnie proprio perché potesse riflettere la diversità. E abbiamo lavorato moltissimo per rappresentare al meglio questa multiculturalità e dare vita a una Storia che ha le radici in religioni e popoli di tutto il Mondo”. Alla vigilia delle celebrazioni per il 70mo anniversario dell’inizio della fine della Shoah in Europa con l’apertura dei cancelli del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau (27 Gennaio 1945-2015), dopo la mattanza di Parigi e Tel Aviv, meditiamo sulla Verità e sulla Libertà minacciate dalla violenza dell’antisemitismo e dell’antisionismo integralista dei Signori della Guerra. A volte il disgusto è più forte della voglia di capire ma il nemico dei Warlords è la nostra stessa migliore alleata di sempre, la Libertà. L’epicità della storia interpretata e filmata da Ridley Scott, crea atmosfere fin troppo spettacolari per il vero racconto biblico centrato piuttosto sulla bellezza del Patto fra DIO e l’Uomo. “Io non voglio che i vostri occhi vedano ciò che hanno dovuto vedere i miei”, è il sofferto monito di Sami Modiano. Questo è il senso del Viaggio della Memoria. “La Shoah è stata una grande vergogna, una grande vigliaccheria, una grande ipocrisia commessa da coloro che si spacciavano per grandi guerrieri, rappresentanti di una razza superiore – rivela il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna – ma la storia ha dimostrato che non erano una razza superiore. Sono stati e resteranno sempre la vergogna dell’Umanità”. Amici Ebrei, Mussulmani e Cristiani, finalmente uniti anche in nome della Scienza, possiamo consegnare Lorsignori della Guerra definitivamente alla Storia.

Il prossimo impero iraniano?






Michael F. Scheuer e' il CIA intelligence officer che ha condotto le operazioni per l'uccisione di Osama bin Laden. Oggi in pensione ha un blogger molto seguito e passa da un canale televisivo all'altro per commentare i fatti del giorno. A CNN ha detto che gli americani devono lasciare che i musulmani si uccidano tra loro nello scontro secolare tra sciiti e sunniti.Ed ha ripetuto piu' volte questa tesi. Un punto di vista certo non nuovo per Washington. Oltre otto anni fa un alto diplomatico italiano ci informo' su questo proposito  che raccoglie molti consensi.

In questa ottica deve essere considerato il colpo di stato verificatosi in Yemen. Riportiamo di seguito l'analisi fatta da Charles Krauthammer, noto  commentatore filorepubblicano del Washington Post, nella quale si esprimono le preoccupazioni di larga parte della Washington politica  per la creazione di un impero iraniano. Anche se non condividiamo le conclusioni dell'importante editorialista, riteniamo che la situazione in Iran, Siria, Egitto, Giordania, Emirati, Arabia Saudita (dopo la morte del Re Abdullah) debba essere seguita con molta attenzione.
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While Iran’s march toward a nuclear bomb has provoked a major clash between the White House and Congress, Iran’s march toward conventional domination of the Arab world has been largely overlooked. In Washington, that is. The Arabs have noticed. And the pro-American ones, the Gulf Arabs in particular, are deeply worried.
This week, Iranian-backed Houthi rebels seized control of the Yemeni government, heretofore pro-American. In September, they overran Sanaa, the capital. On Tuesday, they seized the presidential palace. On Thursday, they forced the president to resign.

The Houthis have local religious grievances, being Shiites in a majority Sunni land. But they are also agents of Shiite Iran, which arms, trains and advises them. Their slogan — “God is great. Death to America. Death to Israel” — could have been written in Persian.
Why should we care about the coup? First, because we depend on Yemen’s government to support our drone war against another local menace, al-Qaeda in the Arabian Peninsula (AQAP). It’s not clear if we can even maintain our embassy in Yemen, let alone conduct operations against AQAP. And second, because growing Iranian hegemony is a mortal threat to our allies and interests in the entire Middle East.
In Syria, Iran’s power is similarly rising. The mullahs rescued the reeling regime of Bashar al-Assad by sending in weapons, money and Iranian revolutionary guards, as well as by ordering their Lebanese proxy, Hezbollah, to join the fight. They succeeded. The moderate rebels are in disarray, even as Assad lives in de facto coexistence with the Islamic State, which controls a large part of his country.
Iran’s domination of Syria was further illustrated by a strange occurrence last Sunday in the Golan Heights. An Israeli helicopter attacked a convoy on the Syrian side of the armistice line. Those killed were not Syrian, however, but five Hezbollah fighters from Lebanon and several Iranian officials, including a brigadier general.
What were they doing in the Syrian Golan Heights? Giving “crucial advice,” announced the Iranian government. On what? Well, three days earlier, Hezbollah’s leader had threatened an attack on Israel’s Galilee. Tehran appears to be using its control of Syria and Hezbollah to create its very own front against Israel.
The Israelis can defeat any conventional attack. Not so the very rich, very weak Gulf Arabs. To the north and west, they see Iran creating a satellite “Shiite Crescent” stretching to the Mediterranean and consisting of Iraq, Syria and Lebanon. To their south and west, they see Iran gaining proxy control of Yemen. And they are caught in the pincer.
The Saudis are fighting back the only way they can — with massive production of oil at a time of oversupply and collapsing prices, placing enormous economic pressure on Iran. It needs $136 oil to maintain its budget. The price today is below $50.
Yet the Obama administration appears to be ready to acquiesce to the new reality of Iranian domination of Syria. It has told the New York Times that it is essentially abandoning its proclaimed goal of removing Assad.
For the Saudis and the other Gulf Arabs, this is a nightmare. They’re engaged in a titanic regional struggle with Iran. And they are losing — losing Yemen, losing Lebanon, losing Syria and watching post-U.S.-withdrawal Iraq come under increasing Iranian domination.
The nightmare would be hugely compounded by Iran going nuclear. The Saudis were already stupefied that Washington conducted secret negotiations with Tehran behind their backs. And they can see where the current talks are headed — legitimizing Iran as a threshold nuclear state.
Which makes all the more incomprehensible President Obama’s fierce opposition to Congress’ offer to strengthen the American negotiating hand by passing sanctions to be triggered if Iran fails to agree to give up its nuclear program. After all, that was the understanding Obama gave Congress when he began these last-ditch negotiations in the first place.
Why are you parroting Tehran’s talking points, Mr. President? asks Democratic Sen. Bob Menendez. Indeed, why are we endorsing Iran’s claim that sanctions relief is the new norm? Obama assured the nation that sanctions relief was but a temporary concession to give last-minute, time-limited negotiations a chance.
Twice the deadline has come. Twice no new sanctions, just unconditional negotiating extensions.
Our regional allies — Saudi Arabia, the other five Gulf states, Jordan, Egypt and Israel — are deeply worried. Tehran is visibly on the march on the ground and openly on the march to nuclear status. And their one great ally, their strategic anchor for two generations, is acquiescing to both.

UNA MERKEL DEL XIII SECOLO




Alberto Pasolini Zanelli
Non è sempre vero che chi ignora la storia è condannato a ripeterla. Ci sono memorie che si nascondono, altre che si mettono in piazza alla prima occasione propizia, altre ancora che non c’è bisogno di nascondere perché nel frattempo se ne sono tutti dimenticati. Tutti i tipi riaffiorano in queste ore, presumibilmente decisive, di appuntamento fra la scelta del popolo greco su che fare con l’Europa e quella, più importante purtroppo, dei governi e dei poteri forti europei su che fare della Grecia. Venga o no eletto Tsipras domenica, Atene rimetterà sul tavolo una cartella di ricordi piuttosto recenti che non la riguardano direttamente: il trattamento che la “Conferenza europea sul debito” del 1953 escogitò per la Germania, che era allora, otto anni dopo la consumazione della sua catastrofe bellica, nel pozzo dell’indebitamento continentale. La soluzione si trovò attraverso una “clausola di crescita”: pressappoco quello di cui i greci avrebbero bisogno oggi.
I greci, diciamo, e non la Grecia, perché se ci si rifà alla storia quest’ultima è un piccolo Paese relativamente recente, una creazione della diplomazia ottocentesca; ma i greci, anzi la “grecità” (per non scomodare il termine giusto, ma troppo elevato, l’ellenismo), hanno una presenza millenaria, nel bene e nel male, nei trionfi e nelle sofferenze. Hanno creato l’Europa più o meno tremila anni fa, ma sono stati anche quasi distrutti dagli europei, appena otto secoli fa e per motivi attualissimi: per cose di debiti e di banche, capri espiatori di una crisi economica continentale. L’Europa era lungi dall’essere unita all’epoca, i greci lo erano in una forma che potremmo considerare abnorme: non erano una nazione, però erano una civiltà e un impero. La metà rimasta dell’Impero Romano aveva la capitale a Costantinopoli, ma parlava da Bisanzio e pensava in greco. E in greco facevano affari, bene immersi nel sistema bancario europeo, a quanto pare dedito anche allora al vizietto della “moneta facile”, che ogni tanto la buttava in terra. Accadde, fra l’altro, all’epoca della Quarta Crociata, che avrebbe dovuto liberare per l’ennesima volta la Terra Santa dagli Infedeli islamici, decise invece di buttarsi sui cristianissimi bizantini, partner e “complici” della “globalizzazione” dell’epoca, nel commercio delle spezie, della seta e dei beni di lusso in genere. Le “superpotenze” in questi affari erano prevalentemente italiane: Venezia, Genova, Pisa. Avevano contatti, uffici a Costantinopoli, privilegi, manager che laggiù avevano imparato il mestiere e i suoi trucchi, attiravano nel Mercato abbondanti capitali stranieri a buon mercato. Finché, nel tredicesimo secolo, ci si accorse che qualcuno aveva esagerato e metteva in pericolo l’equivalente medioevale della Banca centrale europea, cioè la Serenissima Repubblica di Venezia. In preda al panico, si volle passare, anche allora, dalla dolce bevanda della “moneta facile” alla droga avvelenata dell’Austerity. Qualcuno doveva pagare le spese e i “banchieri” del Canal Grande decisero che dovevano essere i greci di Bisanzio. Siccome però non se ne fidavano più di quanto oggi la signora Merkel si fidi di quelli di Atene, decisero di ricorrere, per instaurare un Patto di Stabilità, alle sanzioni, secondo le abitudini di un’epoca abituata a ricorrere prima alla spada e poi alle chiacchiere. E così i Crociati si fermarono a Costantinopoli, causarono – si direbbe oggi – una crisi di governo, abbatterono l’imperatore e misero al suo posto uno scelto da loro, un certo Baldovino di Fiandra di cui sentirono di potersi fidare. Lo incoronarono nel 1204 come capo di un Impero Latino, destinato a durare cinquant’anni, poi cominciarono ad incassare i loro crediti. Di contante non ce n’era abbastanza e si “rifornirono” di beni mobili e teoricamente immobili. In altre parole, saccheggiarono l’Impero, prendendone come pegni i tesori che avrebbero restituito una volta il debitore fosse ridiventato solvente.
Non accadde mai interamente e così molti “pegni” rimasero nell’Europa non greca. Il più noto sono i quattro cavalli asportati da Costantinopoli e da allora in bella mostra in piazza San Marco a Venezia. Si ignora se la signora Merkel, e magari anche Mario Draghi, siano andati di recente a dargli un’altra occhiata. Per ispirarsi.

Quanti sono quelli che guidano per UBER negli USA


Now we know how many drivers Uber has — and have a better idea of what they’re making​

  The Washington Post
Uber drivers in many of the company's major markets are making about $6 an hour more than their traditional — and professional — taxi-driver counterparts, according to a rare analysis of internal data the company released Thursday along with Princeton economist Alan Krueger. In Washington, the difference is about $4.60, in San Francisco it's about $10 and in New York it's closer to $15.
These gross earnings don't account for the considerable costs drivers pay to deploy their own cars as modern-day taxis. But Uber argues that these numbers paint a picture of decent work in a shifting economy where tens of thousands of people — nearly half of them with college degrees — have recently found supplemental income and more flexibility doing a job that has long been the domain of immigrants and middle-aged men.
The analysis, drawn from internal figures as well as a survey of about 600 UberX and UberBlack drivers, offers the most extensive look at how fast the company has grown, who's driving for it and how this work supplements their other employment. Krueger, who previously served as chairman of President Obama’s Council of Economic Advisers, contracted with Uber to write the analysis, along with the company's head of policy research, Jonathan Hall.
The analysis shows that Uber's drivers in the United States collectively received $656.8 million in payments from the company in the last three months of 2014 (that translated in October to about $17.79 an hour in Washington, and $30.35 in New York). The taxi earnings in comparison — which reflect net income, not gross earnings — come from Bureau of Labor Statistics Occupational Employment Statistics. This new Uber data shows that the number of new drivers signing up with the company has doubled every six months for the last two years. And UberX, the company's economy-class service deploying everyday drivers, has come to dwarf Uber's original black town-car offering in little more than a year:
As Uber has grown, it has become something of an economic Rorschach test. Some see in it the hopeful future of work, where anyone with a car can be his own boss, choosing his hours and determining his income with a flexibility that makes other pursuits — having a family, becoming an actor, going back to school — more feasible.
Others see in Uber something more sinister, a sign that people who can't find better jobs in a bad economy must settle instead for work as part-time "independent contractors" with a faraway tech company that offers them no benefits.
There has been a shortage of hard data to answer these questions — Are these good jobs? Would they even exist in a better economy? — as platforms such as Uber have proliferated over the past five years. Krueger argues that the numbers Uber is releasing now point to the first picture — Uber as the promising future of work and not the second.
"When I looked through the survey, I was struck by how many of the drivers already had jobs when they started,"  says Krueger, who says he had full discretion over his research. "They joined Uber not out of desperation, but because it offered new opportunity that could help them smooth their income, smooth fluctuations from other jobs, and add a supplement to their household income. The more I looked into it, the more I thought this rapid growth is really not a result of a weak job market, but the result of a new opportunity."
The survey, gathered from drivers in 20 markets including Washington, found that 80 percent were working full- or part-time shortly before joining Uber. Just 8 percent said they were unemployed before driving for the service, suggesting that Uber hasn't been flooded by would-be workers who could find no other jobs. Nearly a quarter of the drivers said Uber was their sole source of income; 38 percent said they viewed it as a supplement to earnings but not a significant source of them. That may mean that Uber is helping to make up for weak wages in other sectors.
Krueger also points to the fact that Uber's growth has continued to accelerate as the U.S. economy has, too. In December, Uber says, its internal data captured 162,037 active drivers who gave at least four rides that month in all of its U.S. markets. That's the first time we're seeing how many drivers Uber has nationally.
And this is what new sign-ups have looked like:

That survey suggests that these people driving for Uber look notably different from your average cabbie: About 48 percent have a college degree (compared with 19 percent for taxi drivers and chauffeurs in the same 20 markets, using American Community Survey data). More of Uber's drivers are white than in the taxi profession, and their ranks include modestly more women:
The survey data also portrays a rosy picture of how content Uber drivers are, with 71 percent saying the survey had boosted their income and a slightly higher share saying that Uber had given them more control over their schedules.
These numbers, though, contrast with growing protests by Uber drivers who are upset that the company has cut into their pay while trying to make rides ever-cheaper for passengers — Uber's other set of customers. If the picture Uber is sharing today is a truly representative one, it still raises a difficult question for the company's future: Can Uber keep drivers happy — and keep their pay up — as the company grows, as it tries to satisfy investors, as it devises new ways to offer transportation so cheap Uber may one day compete with public transit?
David Plouffe, Uber's senior vice president of policy and strategy who worked with Krueger in the Obama White House, insists none of those goals are incompatible.
"As long as demand keeps growing — and we see no sign that it won’t — that means there are more riders, and that means drivers will be doing more trips per hour," Plouffe says. "The more efficient the driver is, the more money they’re going to make. That’s clear in all of our data."
Emily Badger is a reporter for Wonkblog covering urban policy. She was previously a staff writer at The Atla