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La Cina (non solo) e' vicina. Ma presto sara' davanti...


Viva le Donne Italiane (magari Judoka !)


Era il 1963, pensate Voi !!
E nella mia assoluta incoscienza di giovane dirigente sono riuscito a ottenere il 'VIA' dal dottor Luigi Orlando, potente amministratore delegato della Societa' Metallurgica Italiana, leader allora europeo del settore metallurgia non ferrosa.
Il mio progetto prevedeva la realizzazione di una palestra di Judo presso il piu' importante stabilimento della societa' a Fornaci di Barga.
E' nato cosi il Judo Club Fornaci che, non certo per merito di chi scrive, ma di un ex allievo, il dottor Ivano Carlesi, ha raggiunto con i suoi atleti i vertici nazionali e internazionali.
Carlesi ha fatto installare nella piazza dell'importante centro Toscano una statua dedicata al Judo, unico esempio in Europa.
Oscar
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L’oro di Marsili accende Glasgow con altri 4 argenti e 11 bronzi

20180616 Glasgow 1Un altro oro con Cristina Marsili (Judo Club Fornaci) , ma anche quattro secondi e undici terzi posti hanno acceso la terza giornata della squadra italiana a Glasgow, nel campionato d’Europa per veterani e, con queste sedici medaglie, l’Italia rimane in quota nel medagliere. Si è trattato di un giornata molto impegnativa, con 388 atleti a disputarsi ben 47 medaglie d’oro per tutte le categorie femminili e le più giovani delle maschili. In queste Francesco Iannone e Francesco Degortes hanno fatto la loro parte, terzi rispettivamente nei +100 kg M2 e nei 60 kg M1, mentre le donne salite sul podio sono state ben 14 per il primo posto di Cristina Marsili, 57 kg F4, i secondi di Cristiana Pallavicino, 70 kg F8, Aurora Calamo, +78 kg F6, Sandra Trogu, 52 kg F6, Lara Battistella, 70 kg F1 ed i terzi posti di Lucia Assirelli, 52 kg F6, Maha Aida Guemati, 63 kg F5, Gianna Sestieri, 57 kg F5, Rosanna Dell Accio, 48 kg F5, Sara Guala, +78 kg F4, Fabiana Fusillo, 78 kg F4, Andretta Bertone, 57 F3, Elen Merelli, 57 kg F2, Alessandra D’Amario, 52 kg F2. “Una bella Italia femminile, come previsto, ha arricchito il nostro medagliere – ha detto il responsabile dei Master azzurri, Giuseppe Macrì – e grazie a Cristina Marsili, anche oggi l'inno italiano si è fatto sentire nello splendido Emirates Arena
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"Family Guy" creator Seth MacFarlane and "Modern Family" co-creator Steve Levitan have denounced Fox News' coverage of President Donald Trump’s policy of separating immigrant children from their parents at the U.S. border.
"It’s business like this that makes me embarrassed to work for this company," MacFarlane tweeted in relation to a Fox News segment in which Tucker Carlson told viewers to believe the opposite of what the media reports. Levitan backed MacFarlane and said he would be leaving Fox after "Modern Family" wrapped up. They were joined by others in the entertainment and advertising industries, including Judd Apatow and Paul Feig, who are questioning their business relationships over the coverage by Fox News.
NBC

“Campi di concentramento per bambini”


Alberto Pasolini Zanelli

Ci voleva una grande democrazia in una crisi di nervi per aprire una nuova forma di repressione: quella definita un po’ rudemente “campi di concentramento per bambini”. Per figli e nipoti di adulti che desiderano rifugiarsi all’estero dalle miserie domestiche. Non c’è niente di nuovo: i dittatori dicono “no” e basta, gli altri ricorrono alla burocrazia. Prolungano i tempi di un consenso di malumore: ai sudditi che se ne vogliono andare si blocca la strada spesso con la vecchia arma della polizia.

Ma in un grande Paese democratico come gli Stati Uniti il problema è diverso e le cure, in più di un senso, opposte: coloro che vogliono uscire presentano problemi diversi da quelli che vogliono entrare. Non li ostacola un brutale divieto, ma una trafila burocratica che può da lontano sembrare “umanitaria”. Gli aspiranti profughi verso gli Stati Uniti non vogliono semplicemente entrarci, ma diventare cittadini a tutti gli effetti. Per arrivarci devono dunque rispondere a una serie di condizioni, che riguardano loro e i familiari. Sono o dovrebbero essere i preferiti: c’è da fidarsi di più di chi si porta dietro moglie e figli e magari anche qualche suocera. Però queste sono anche scuse per rallentare il procedimento. Per cui la famiglia si presenta compatta ai cancelli di ingresso, ma entra, nella migliore delle occasioni, un pezzetto per volta. E dal momento che non si può mandare i bambini avanti da soli, li si tiene indietro, fuori dall’abbraccio e dal controllo del babbo e della mamma. E li si tiene chiusi in quelle che potrebbero chiamarsi gabbie ma obiettivamente non lo sono. Si avviano con la mamma al cancello, la mamma prosegue e loro rimangono lì. Cosa fanno? Piangono. Sono tanti e così disperati che il rumore arriva fino quasi alla Casa Bianca e al Congresso e non viene ignorato. Si cerca di aiutarli, ma con le vie della burocrazia: le mamme vanno avanti nella Terra Promessa e i bambini rimangono “dentro”.

In questi tempi le loro grida vengono particolarmente ascoltate, anche perché possono servire agli avversari di questo programma per dare corpo alle proprie obiezioni e suggerite soluzioni: ricongiungersi con i genitori e farli affrontare assieme le incertezze e le difficoltà di un esodo che, almeno nei primi tempi, non è molto diverso da un esilio. Hanno trovato uno slogan adesso: “Bambini strappati alla mamma e rinchiusi in campi di concentramento”. La Casa Bianca nega, l’opposizione democratica ribadisce. Qualcuno dà la colpa a un presidente scaduto, Barack Obama, colpevole secondo i repubblicani di averla fatta troppo facile all’indice di una “tolleranza zero” che è impensabile con la firma di Donald Trump. Il risultato è che, giunti alla frontiera del Texas o della California con il Messico, questi bambini vengono separati dai genitori non per qualche ora ma per diversi giorni, se non per settimane. È così che il cammino della speranza diventa un lager. Così definito con vigore esagerato, ma sempre più diffuso.

Negli ultimi giorni hanno trovato quattro voci di mamme o almeno di donne, tutte uscite dalla Casa Bianca: la moglie Bush, quella di Obama, quella di Clinton e, nelle ultime ore e con qualche cautela, anche quella di Trump. Serviranno? Sarebbe necessario. Ne avrebbe bisogno soprattutto l’attuale presidente, già inguaiato dalle sue imprevedibili aperture e chiusure, rotture con gli alleati e strani fidanzamenti con i peggiori dittatori in circolazione.

Fabrizio Bosso and his trumpet




I love it!
Lucilla Scelba

Il saggio e il folle secondo i cinesi

China’s official Xinhua news agency added: 

“The wise man builds bridges, the fool builds walls. With economic globalisation there are no secluded and isolated islands.”

Vento di riconciliazione???


Alberto Pasolini Zanelli

Washington soffia un vento di riconciliazione. O almeno di distensione. Su un terreno limitato ma non troppo, che riguarda le mamme e, naturalmente, i bambini. È una “coalizione” inattesa e improbabile, almeno per quanto riguarda una delle due materne superpotenze. Melania Trump è scesa in campo per aiutare gli ormai famosi e compianti orfani della frontiera, vittime di una legislazione che tende a limitare le immigrazioni da quella famosa frontiera fra gli Stati Uniti e il Messico che viene attraversata per almeno la metà da non messicani ma da pargoli dei piccoli e poverissimi Paesi dell’America Centrale. È un problema antico e difficile, ma reso più acuto dai mutamenti che cominciano ad essere realizzati dall’amministrazione Trump nel tentativo (qualcuno dice “con la scusa”) di migliorare o rendere meno costosa, la legislazione approvata durante la presidenza di Barack Obama. Era stata un’idea molto umanitaria e cercava di proteggere almeno una parte dei migranti, quei bambini che altrove, o anche qui, sono nell’età dell’asilo, in alternativa con le braccia materne.

Era in origine un’idea umanitaria: un “privilegio” per i piccoli per evitare di loro di essere temporaneamente “imprigionati” al momento in cui gli immigranti presentano i loro documenti, ben pochi dei quali in questo momento consentono loro di entrare tranquillamente nella Terra Promessa della ricchezza americana uscendo dalla tenebra della miseria “latina”. Verranno, pare dica la legge, temporaneamente trattenuti mentre i loro babbi, ma soprattutto mamme, regolano la propria collocazione nella burocrazia Usa, diventata più rigida dalla “controriforma” di Trump. Fra le severità ricercate e le imperfezioni di fatto, tanti bambini si trovano a un certo punto lontani dalle madri amorose e troppo vicini ai poliziotti e alle pratiche amministrative di quella che i genitori intendevano fossero ammessi oggi come ospiti e domani come cittadini Usa. La “burocrazia di frontiera” è sempre più complicata dalla ricerca di una soluzione di compromesso, che nei fatti sta diventando una sorta di purgatorio senza uscita. L’opposizione democratica ha trovato ben presto una terminologia imperfetta ma risonante: “Bambini strappati alla mamma e rinchiusi in campi di concentramento”. La Casa Bianca e i suoi sostenitori repubblicani naturalmente negano e affermano invece che la lentezza delle operazioni è dovuta in primo luogo alla necessità di una maggiore cautela dell’immigrazione, da correggere in conseguenza dei “pasticci” causati dalla precedente “soluzione” della legislazione Obama e dai suoi intenti umanitari, che deve essere rivista in armonia con l’intento proclamato e prevalente di una “tolleranza zero”. In pratica, questo significa che, giunti alla frontiera con il Texas o la California, i bambini vengono separati dai genitori non per qualche ora ma per diversi giorni se non settimane. Il risultato è evidentemente l’allarme e la disperazione dei figli e soprattutto delle madri. Una situazione che, ormai a conoscenza di tutti, non manca di creare difficoltà non solo alle guardie di frontiera ma alla stessa Casa Bianca; tanto più che fino adesso non si è trovata una soluzione più pratica di sistemare i piccoli in “campi di transito”, in cui essi perdono le tracce dei genitori.

A questo punto il “fronte” umanitario ha “aperto il fuoco” rivolgendosi all’opinione pubblica, cioè a tutti gli americani denunciando una “politica” di detenzione e di “concentramento” che imita la pratica dei Paesi più arretrati nel campo dei diritti civili e risveglia ricordi anche europei che si supponeva dimenticati in un’economia mondiale molto migliorata nel suo complesso. La protesta ha questa volta trovato una Voce: la moglie di un presidente. Un ex presidente, naturalmente: Laura Bush, consorte dell’ultimo presidente repubblicano prima di Trump, una “Prima Signora”. Laura Bush è “erede” dell’ultimo presidente della “dinastia”, che ha lasciato un’eredità di intransigenza e aggressività, interamente dovuta alle operazioni militari in Irak, come difesa e rappresaglia contro il terrorismo, condotte con una spedizione in grande stile, quella che in pratica fallì e macchiò la “pagella” di un presidente, George Bush, rimasto nei libri di storia come l’antidoto alla gestione meditata e serena del Bush precedente.

La sposa di quest’ultimo, Barbara, era conosciuta per una sua certa durezza, ma Laura finora non si era espressa in proposito. Lo ha fatto adesso e ha trovato subito una risposta e una “alleata”: Melania Trump, che anche in altri campi si sta a poco a poco distinguendo dal marito anche per le sue preoccupazioni umanitarie. Il suo messaggio dice: “L’America è un Paese in cui si seguono le leggi, ma anche un Paese che governi con un cuore. Le conseguenze che tutti lamentano sono anche il risultato di una legge scritta da democratici, che avevano proclamato una tolleranza zero”. Laura Bush è andata oltre, affermando e lamentando che “questa intolleranza è una politica crudele, immorale e che spezza il mio cuore”. Nella disputa è entrato anche un uomo, un ex presidente, Bill Clinton: “Questi bambini non devono essere uno strumento negoziale. Vanno riuniti alle loro famiglie e ricostituire così il volto umanitario dell’America”. Non poteva mancare la sua sposa, Hillary, che ha aggiunto al messaggio di Bill una sola parola: “Sì!”. Trump non ha ancora risposto in persona, abbandonando per questa volta la sua abitudine.