Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 20 aprile 2024
Succedono cose strane nel mondo. Tutto il pianeta è in tensione e, mentre crescono le guerre, si accentuano le divisioni fra i grandi protagonisti della politica mondiale e si moltiplicano gli atti di terrorismo in tutto il Medio Oriente, l’economia continua a procedere per un cammino che, se non raggiunge le vette degli anni migliori, non sembra tuttavia risentire gravi conseguenze dalle tragedie che stanno accadendo.
A livello mondiale la crescita procede al ritmo del 3,1% ed è previsto che continui così non solo per tutto l’anno in corso, ma anche per l’anno venturo. Non si tratta di cifre record, ma tuttavia prossime alla normalità.
Questo disaccoppiamento fra politica ed economia è generalmente attribuito al miglioramento della politica economica nell’affrontare le turbolenze dei mercati con misure monetarie e fiscali divenute più efficaci in conseguenza dell’esperienza accumulata durante la crisi finanziaria dello scorso decennio. A cui si aggiunge una maggiore flessibilità delle imprese, rese più robuste dalle nuove tecnologie e dall’elevata liquidità, nonostante l’aumento dei tassi di interesse dopo il lungo, ma anomalo periodo, del costo del denaro vicino allo zero.
Vi sono inoltre altri eventi generalmente ritenuti non compatibili con le attuali tensioni politiche e militari. Il primo è l’andamento del commercio internazionale che, seppure nella modesta misura del 2,4%, continua a crescere nonostante le previsioni catastrofiche che si prefiguravano.
L’Europa non acquista quasi più petrolio dalla Russia, ma lo acquistano la Cina e l’India che prima lo compravano in grande quantità dal Medio Oriente che, oggi, vende a noi quello che noi non compriamo più dalla Russia. Questa capacità di trovare sempre nuove strade per evadere le restrizioni di qualsiasi tipo non riguarda solo il petrolio, ma tutta l’economia. I paesi industrializzati non sono infatti più in grado di controllare parti rilevanti del commercio mondiale, fatta solo una parziale eccezione per i beni ad alta tecnologia, la produzione dei quali è esclusivamente nelle loro mani.
Se poi ci addentriamo nei rapporti tra gli stessi paesi industrializzati, anche in questo caso non vi sono grandi novità rispetto al passato.
Gli Stati Uniti continuano a marciare con un passo molto più veloce rispetto all’Unione Europea, nonostante un tasso di inflazione più elevato e un debito pubblico che ha raggiunto dimensioni impressionanti. La forza politica, la poderosa organizzazione finanziaria e il primato tecnologico permettono di raggiungere obiettivi che per noi europei sembrano ancora preclusi.
D’altra parte non possiamo pretendere di raggiungere traguardi più avanzati se continuiamo a marciare divisi. In un tempo in cui appare chiaro che non si possono organizzare rapporti costruttivi con la Cina se non presentiamo posizioni e regole comuni, i paesi europei insistono a lavorare in solitario, come è emerso anche durante la scorsa settimana quando il cancelliere Scholz si è recato nell’Impero Celeste rappresentando unicamente l’economia e la politica nazionale.
Qualche novità certo esiste all’interno dell’Unione Europea, con la relativa perdita di velocità della Germania nei confronti degli altri paesi, ma questo è più imputabile ai mutamenti delle relazioni politiche e commerciali che agli eventi bellici.
Non sono certo trascurabili le conseguenze negative sull’economia tedesca dell’interruzione del flusso del gas e dei rapporti commerciali con la Russia, ma di importanza molto maggiore è la nuova politica commerciale che, inaugurata da Trump, ha posto fine alla globalizzazione e diviso il mondo in blocchi separati.
Non è un caso che i vertici di Mercedes, Volkswagen, BMW, Siemens e BASF, che hanno accompagnato il Cancelliere Scholz a Pechino, abbiano tutti dichiarato che le loro imprese non possono reggersi senza riprendere i rapporti con la Cina.
A sua volta l’Italia, con l’affievolirsi della rilevante, ma nefasta spinta del superbonus, sta di nuovo camminando all’andatura pre-Covid, con una crescita tra lo zero e l’1% (secondo il Fondo Monetario Internazionale 0,7% ), nonostante l’aiuto del buon andamento delle esportazioni.
Non oso pensare che questa “normalità economica” contribuisca a rendere meno urgente la ricerca della pace da parte delle grandi potenze che comandano il mondo. E’ tuttavia evidente che gli sforzi per giungere alla pace non sono all’altezza dei drammi che stiamo vivendo.
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