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L'orgoglio di essere


L'orgoglio di essere.

Per voi connazionali che vivete in Italia queste sono le rare occasioni per sentirvi uniti sotto quella bandiera che ha visto il sacrificio di milioni di italiani che aspiravano ad essere membri di una grande nazione da costruire.

Come è stato scritto tante volte, vi sentite italiani quando la nazionale di calcio riesce a spuntarla con abilità e con fortuna nelle competizioni internazionali.

Passata la festa ricominciano i rancori regionali annaffiati da una subcultura popolare fatta di battute, di clichet, di usurati luoghi comuni.

Passata la festa ricomincia la frenesia dell'individualismo ad oltranza che impedisce da secoli di lavorare in squadra per raggiungere un obiettivo comune. 

L'esempio di sofferenza collettiva, di aiuto reciproco, di gioia nell'essere vicini gli uni agli altri che ci ha dato questa nazionale di Mancini ha un significato effimero per il resto della penisola.

Ma non è così per noi che viviamo all'estero, da poco o da molto.

La vittoria nella competizione europea che questa squadra di gente simpatica e normale ci ha regalato ha per noi un significato ben diverso.

Noi italiani che viviamo in altri paesi, anche se abbiamo raggiunto posizioni di livello professionale e sociale, siamo sempre circondati da un'aura che ci segue costantemente.

Italiano: simpatico, gioia di vivere, cortese e sensibile con le donne anche se spesso si tratta di recita, abile nel lavoro a qualsiasi livello. 

Ma il crisma di "italiano mafioso" ci segue e ci perseguita costantemente sostanziato dal successo dei grandi film di Hollywood e dalle nuove serie televisive sulla camorra napoletana.

Ci diceva un amico dirigente della Banca Mondiale che soffermarsi a parlare con un connazionale in un corridoio della sede centrale suscita istintivamente qualche sorrisetto da parte di chi ti sfiora passando e magari qualcuno più in confidenza accenna qualche battuta pesante sugli italiani.

Cognomi di origine italiana risuonano sempre più frequentemente negli alti ranghi della società americana e coprono come una coperta di Zigrino malamente il ricordo delle migliaia di italiani linciati agli inizi del secolo scorso quando questi temuti emigranti venivano considerati e pagati meno di un "negro".

Essere italiani all'estero e soprattutto in America non è facilissimo tenuto conto ad esempio che le macchinazioni finanziarie a danno di centinaia di migliaia di ingenui portano il nome di un italiano (Ponzi Scheme) anche se in questa attività criminale si distinguono con un alto livello qualitativo le mafie russa e cinese senza parlare degli specialisti ebrei. 

Invece adesso ricevere le congratulazioni ammirate di quelli che di calcio si intendono poco, scoprire negli occhi di chi si cimenta in qualche apprezzamento la sincera considerazione che è stato fatto qualcosa di buono a nome di quell'Italia alla quale spasmodicamente ancora tu appartieni… Beh questo credetemi è un grande risultato di cui ringraziare la vostra-nostra giovane nazionale di calcio.

Ma, visto che il calcio non è tutto soprattutto in un paese come gli Stati Uniti dove gli sport prevalenti sono altri, allora lasciateci ringraziare quel giovane romano di 25 anni che risponde al nome di Matteo Berrettini che ieri ci ha regalato una splendida finale a Wembley contrastando finché gli è stato possibile con grande capacità il numero uno del tennis mondiale, Novak Djokovich.

PS: senza parlare della mamma del tennista Berrettini colta dalla telecamera mentre imponeva al secondo figlio le gocce di un ricostituente sub linguale.

Sono grandi queste mamme italiane!

Anche questa e' Italia.

Oscar 

Si carissimo Oscar, è proprio come scrivi tu.

Due cose poi -  in merito a questa bellissima e ben costruita performance europea della nostra  nazionale di calcio – mi hanno colpito viaggiando tra i meravigliosi camping-natura dell’Alto Adige:

la prima è il (composto) tifo che tedeschi e olandesi – qui in prevalenza sugli italiani – hanno fatto per la nostra nazionale e mai per quella inglese. La seconda è la regressione civile e civica che la gestione populista e individualista di Jhonson e della sua Brexit ha prodotto nel suo Paese. Un Paese che io e Rosaria abbiamo sempre amato moltissimo, viaggiandolo e vivendolo in lungo e largo insieme ai nostri figl per tanti anni. Si, sono  cambiati i nostri amici inglesi, ritornati ad essere ora solo un’isola del Nord.

Ma sono cambiati anche gli italiani: prima avevamo Calvino, Calamandrei, ora Sgarbi e Ghedini. Prima c’erano Moro e Berlinguer, oggi Grillo, Salvini, Tajani e la Meloni, in testa nei sondaggi, sempre per quel ‘fascismo di fondo’ col quale non abbiamo mai fatto definitivamente i conti (“autobiografia di una nazione” l’aveva definito Piero Gobetti!).

Ma intanto godiamoci la stima che Draghi, Mancini e Berrettini stanno suscitando  verso l’Italia. Ne avevamo bisogno di questa boccata di ossigeno. Prima di rischiare di precipitare nel Medio Evo che gli amici di Orban e della Le Pen vorrebbero regalare all’Italia.

Un grande abbraccio!

Sandro

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