Editoriale di Romano Prodi su Il Messaggero del 30 dicembre 2023
L’anno che sta per terminare è stato da più parti definito l’anno dell’India.
Una definizione motivata soprattutto dal fatto che, a partire dallo scorso aprile, l’India ha superato il miliardo e quattrocentosessanta milioni di abitanti, diventando il paese più popoloso del mondo, oltre la Cina.
Oggi il tasso di sviluppo del paese viaggia intorno al 7% all’anno, ben due punti superiore a quello cinese.
La rincorsa indiana degli ultimi anni è stata quindi molto veloce, anche se dobbiamo riflettere non solo sulla strada percorsa, ma anche sul cammino che questo grande paese dovrà compiere in futuro per inserirsi tra i protagonisti dell’economia e della politica mondiale.
La prima difficoltà è nella natura stessa dell’India, dove convivono infinite diversità: non solo fra la maggioranza indù e i gli oltre duecento milioni di musulmani che formano la più forte minoranza religiosa del paese.
Ma anche le tendenze separatistiche di una parte dei Sikh, le infinite differenze linguistiche temperate unicamente dal comune uso dell’inglese, la permanenza di tradizionali divisioni in caste separate e il divario fra un sud con un reddito nettamente superiore a quello del nord.
Sono sfide non facili da vincere, ma l’India ha compiuto enormi passi in avanti raddoppiando in dieci anni il numero di aeroporti, inaugurando ogni dodici mesi mille chilometri di autostrade, facendo progressi in numerosi campi della ricerca e costruendo un apparato industriale che si è dimostrato in grado di attrarre una crescente mole di investimenti stranieri, alcuni dei quali provenienti da imprese che, come l’Apple, hanno scelto di diminuire la loro presenza in Cina.
I punti deboli di questo sviluppo tumultuoso sono principalmente tre. Il primo è l’aumento delle disparità non solo tra sud e nord, ma soprattutto tra ricchi e poveri: il 10% di Indiani possiede quasi l’80% della ricchezza nazionale e la classe media gioca ancora un ruolo secondario nell’ambito del paese, raggiungendo appena il 5% della popolazione.
Il terzo grande problema riguarda il livello dell’inquinamento, che pervade tanto l’invivibile area delle grandi metropoli quanto l’impraticabile acqua dei fiumi.
Un inquinamento che sta producendo conseguenze negative di carattere sanitario con pochi confronti al mondo. Se dovessimo simbolicamente indicare un paese ancora profondamente radicato nell’era del carbone questo è certamente l’India: la stessa Nuova Delhi è nutrita da una ferrea e pervasiva corona di centrali a carbone. Senza dimenticare, infine, il deficit del bilancio pubblico, reso sempre più problematico dal crescente peso del welfare e dei necessari sussidi alimentari.
L’ultima osservazione deve riferirsi a come l’India stia usando questo suo crescente ruolo.
Naturalmente l’obiettivo degli Stati Uniti (e non solo degli Stati Uniti) è quello di usare l’India come baluardo contro la Cina, cercando soprattutto di contenerne la sua crescente influenza nel Sud-Est Asiatico, cominciando dal Pakistan.
L’intenzione indiana è quella di sostituire la Cina nei vecchi rapporti con paesi come la Germania e il Giappone, ma sostenendo nel contempo l’economia russa con massicci acquisti di petrolio.
In un mondo solo dedicato allo scontro, come è quello di oggi, le possibilità di interpretare le frustrazioni e le aspettative del “Sud Globale” rimangono infatti più nelle potenzialità del consolidato gigante cinese che non nelle aspirazioni del nascente gigante indiano.
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