A Sedona, localita' di grande prestigio turistico, una specie di Aspen o di Cortina, la piu' famosa pizzeria si chiama Picazzo (e non e' un refuso). Il forno non e' a legna. In cucina lavorano ispanici e sarebbe interessante sapere se sono legali. A proposito della nuova legge antimmigrazione dell'Arizona. Comunque, per farla breve, le pizze che abbiamo ordinato erano tra le peggiori che ci e' capitato di mangiare. E la colpa non e' dei gestori di Picazzo, ma degli italiani che non riescono a tutelare uno dei prodotti piu' conosciuti della nostra gastronomia. Dice: ma non essere eccessivo. Con tutti i problemi che ci sono in Italia, adesso vai a colpevolizzare i tuoi connazionali perche' non tutelano la pizza. Sarebbe impossibile con i milioni di pizzerie sparse in tutto il mondo. Vero. Pero' nel caso di Picazzo si potrebbe fare una eccezione visto che il popolo dell'Arizona ha votato per questa catena definendo il loro prodotto come la migliore pizza d'America. Ma se gli arizoniani sono contenti che vado a cercare? A proposito, il conto: 97 dollari per tre pizze, un piatto di melanzane alla parmigiana, due birre, una CocaCola e un te freddo.
News and comments from the Capital of the United States (and other places in the World) in English and Italian. Video, pictures, Music (pop and classic). Premio internazionale "Amerigo".
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Picazzo, la migliore pizza d'America
In America molti sono convinti che la pizza sia stata inventata a Chicago. Perche' la pizza che porta il nome di questa citta' e' molto conosciuta. Poi ci sono le pizze industriali, tipo la Pizza Hut o la Domino che rappresentano il punto di arrivo di chi voglia fare uno spuntino senza spendere . Purtroppo le pizze che si mangiano negli States non sono certo quelle che si ordinano a Napoli, cosi' come se uno va in un cosiddetto ristorante italiano, o dal lontano nome italiano, si vede servire piatti che con il cibo che si mangia nella penisola poco hanno a che vedere.
Ghost Towns
Jerome e' una citta' fantasma. La piu' importante. Almeno stando ai cartelli esposti agli angoli delle strade. Anche perche' qui le apparizioni dei fantasmi delle persone che si sono ammazzate nel corso di un paio di cento anni sembrano essere periodiche e puntuali. Per visitare Jerome bisogna uscire da Sedona, prendere la 89 A e dopo venti miglia si raggiunge Cottonwood. Da li', percorrendo un ripida strada che si arrampica sul monte si raggiunge Jerome che, almeno sulla base di chi scrive, e' una solenne sola. La citta' e' arrivata ad ospitare 15mila persone che lavoravano principalmente nella miniera di rame. Dopo la chiusura della miniera la popolazione di Jerome era scesa a 50 persone. Negli anni settanta i soliti artisti spiantati in cerca di case da restaurare e di poco costo, hanno ridato vita a questa citta', ridotta a rovine a causa di due incendi che hanno mandato tutto in malora nell'800. Compreso il bordello al quale si accedeva attraverso il 'Vicolo dei mariti', tutt'ora una delle notazioni turistiche del luogo. I ruderi dell'albergo che conteneva anche la banca presentano nel cortile la latrina originale che doveva servire per tutti, ospiti dell'albergo e bancari.
Oggi un cartello posizionato sull'assicella e scritto a mano invita a gettare dentro il cesso una moneta per garantirsi il ritorno in quella gaudiosa cittadina. A Jerome ci siamo fermati ad ascoltare un chitarrista nero appoggiato ad un muro di cinta. Si chiama Jim e suona e canta in una maniera speciale, certo non compensata dai pochi dollari che i turisti gli mettono nella custodia dello strumento.
Sempre a Cottowood, prendendo la Main street e poi avventurandosi sulla 10 st. si arriva ad un'altra Ghost Town chiamata Blazim'M. In questo caso di originale non c'e' nulla: il solito villaggetto, forse un set cinematografico, con il negozio che vende a poche decine di dollari dei western boots usati, nemmeno male, il fotografo che ti riprende con falsi indumenti delle ballerine del saloon o dei cowboys locali. In un capannone, dotato per fortuna di aria condizionata, lunghe tavolate. I turisti che hanno prenotato online prendono posto. Niente alcoolici. Poi, guidati da finti cowboys che poi risulteranno essere i componenti dell'orchestra, ci si avvia diligentemente e senza spintonarsi a prendere un piatto di stagno (tipo penitenziario) la tazza di metallo (ma il caffe' e' meglio servirlo nella cup di polistirolo) e poi su due file le varie postazioni ti schiaffano nel piatto pollo, stufato, patata dolce, torta. E per la somma di 35 dollari posso assicurare che si tratta di ottimo cibo servito in misura abbondante. E chi vuole puo' fare il bis. Niente alcoolici, solo bevande gasate, acqua purificata o caffe'.
Alle 7 e 30 inizia lo spettacolo. E quelli che sino ad allora si erano aggirati tra i lunghi tavoli a ritirare piatti o servire gli ultimi arrivati, salgono sul palcoscenico ed iniziano uno show che dura piu' di un'ora. Musicisti di grande talento, ognuno suona tre-quattro strumenti, country music eseguita con ottimi arrangiamenti, inserimenti vocali. Ed uno si domanda come sia possibile che nel mezzo del deserto si trovino delle band come questa di alta precisione professionale. Ma anche questa e' America, un Paese in cui le cose si fanno con impegno. A cominciare dallo studio della musica e degli strumenti che e' uno dei temi forti della tanto discussa e criticata didattica americana.
Diario dall'Arizona: Sedona
Sedona, 1400 metri di altezza, temperature intorno ai 40 nel pomeriggio e poco meno la notte. Qui sono stati girati cinquanta film western, quelli con John Wayne, Elvis Presley e compagnia citando. Numerosi i negozi che vendono paccottiglia cowboy e tanti i turisti che affollano i cento tra alberghi, motel, camere con colazione, resorts. Sedona nel cuore delle Red Mountains. Panorami mozzafiato che ti sembrano noti perche' li hai visti decine di volte al cinema. I locali temevano che vi fosse un calo nella presenza turistica a seguito delle proteste organizzate contro la legge dell'Arizona che ha determinato una svolta repentina in uno degli stati americani che piu' ha vissuto e vive di manovalanza, quasi sempre illegale importata dal sud America. La legge impone che i poliziotti possano fermare per controlli chiunque sembri un 'alieno' chiedendo documenti. Nel caso in cui la persona risulti entrata illegalmente verra' deportata anche se nel corso degli anni ha messo su famiglia, ha un lavoro regolare e paga le tasse. Contro questa norma il governo federale ha iniziato una azione legale di incerto risultato. Nel frattempo 38 dei 50 stati americani hanno aderito all'iniziativa dell'Arizona e sono in preparazione analoghe leggi che capovolgono l'immagine dell'America, grande paese fondato dagli emigranti. A cominciare dai milioni di italiani che sono venuti negli States, hanno subito ritorsioni dai locali, hanno pagato prezzi personali incredibili. Oggi i discendenti di quegli italiani sono giudici della Corte Suprema ed occupano posizioni strategiche nella finanza, imprese, amministrazioni. Oltre alle decine di migliaia di ristoranti sparsi in ogni angolo d'America e messi su da italiani e da finti italiani.
Diario dalla California
Terroni Restaurant a Beverly Boulevard, Los Angeles. Frotte di bellissime ragazze che arrivano sbarcando da supermacchine guidate da giovani barbuti, oppure da taxi. Ed uno si chiede se le fanciulle sono stars, aspiranti tali, pronteatutto, o qualcosa del genere. Rumore assordante all'interno. Molti preferiscono sfidare, e' il caso di dire, il fresco della sera. Tanto ci sono i riscaldatori all'esterno. (A Washington nello stesso momento 35 gradi e 90% di umidita'). Troviamo un tavolo da quattro e lottiamo con un cameriere per aggiungere una sedia. Mai rompere la procedura in America. Si rischia di mandare in tilt il locale. Ordiniamo pizze (molto buone), birra italiana. Per quanto mi riguarda mi avventuro nell'ordinare al giovane e aitante manager italiano un calice di Pinot. Mi arriva un fondo di bicchiere (otto dollari). Assaggio: odore di tappo e gusto schifoso. Chiamo il cameriere, un ispanico, e gli dico di portami una birra perche' quel vino e' imbevibile. Sgrana tanto d'occhi. Il giovane manager italiano non si fa piu' vedere. Il caro amico belga che e' qui con noi con la splendida moglie Elisabetta mi ricorda quanto gli ha detto di recente un sommelier di un noto restaurant di Los Angeles:
"Quando apro una bottiglia, talvolta mi accorgo che il vino non e' dei migliori. Lo servo in assaggio al responsabile della tavolata. E questi puntualmente dopo essersi sciacquata la bocca con un sorso da intenditore, se n'esce con un: 'Perfetto! Serva pure'.
E, mi creda: mi succede un sacco di volte."
Guidare sulle autostrade di LA e' rischiare la morte. Nonostante il limite delle 55 miglia tutti vanno ad 80 e i controlli sono rari. Forse si tratta di una naturale reazione alle ore passate immersi in un tappeto di metallo spalmato su sei corsie quando ti capita di viaggiare nelle ore di punta, ovvero: il 70% della giornata.
Il regista Max Bartoli intervistato dagli studenti dello IULM



Fare un film in America e provare a farne uno in Italia.Impara l'arte e mettila da parte e pensa a chi ti ha dato i soldi per fare il film e li rivuole indietro con gli interessi.Questo ed altro nell'intervista rilasciata da Max Bartoli attualmente a Los Angeles per completare gli effetti speciali del suo film "Atlantis Down".
http://think.iulm.it/2010/07/max-bartoli/
Max Bartoli, giovane regista italiano già affermato a livello internazionale, alle prese con il suo primo lungometraggio. Parlaci di “Ignotus”, cortometraggio che ti ha fatto conoscere.
“Ignotus” rappresenta il mio debutto ufficiale nel cinema. Dopo aver lavorato sei anni in pubblicità, nel 2005 ho deciso di darmi una chance come regista. Sapevo che il modo migliore per testare le mie capacità era dirigere un cortometraggio, ma volevo qualcosa di originale rispetto a quello che si vede in giro.
“Ignotus”, cortometraggio ambientato nel XII secolo, è nato così. La mia esperienza in produzione mi ha consentito di realizzarlo con soli 20 mila euro (i miei) anziché i 110 mila euro inizialmente preventivati. In Italia, ovviamente mi hanno snobbato tutti, a partire dal Ministero competente in materia di cinema. Ho spedito il corto a 60 festival nazionali e soprattutto internazionali. Risultato? 25 premi (10 come miglior corto) tra cui miglior cortometraggio a NY, a L.A., al Capri-Hollywood, una lettera di congratulazioni da parte del Papa Benedetto XVI, dell’attuale Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e di Romano Prodi; e soprattutto una miriade di contatti a Hollywood.
Com’è stato possibile portare il “Made in Italy” negli Stati Uniti?
Esportare il “Made in Italy” è stato facile, perché in America a tutti è data una possibilità di poter competere. Chiunque creda in se stesso al punto da volerci provare può accedere al ‘campo di gara’. La competizione sarà spietata e senza esclusione di colpi ma qui, ringraziando Dio, si riesce a prevalere ancora per merito. Con “Ignotus” sapevo di aver espresso la mia voce fuori dal coro, quella voce ha trovato un suo pubblico. “Ignotus” è stata la chiave che mi ha permesso di realizzare “Atlantis Down”.
La scelta della fantascienza arriva in un momento in cui gli effetti speciali nel cinema diventano sempre più simili alla realtà. In questo senso, come cambia la professione del regista?
La scelta della fantascienza è stata casuale e fortunata, visto che è coincisa con il debutto di Star Trek e di Avatar, due film che hanno riportato il genere in auge. Personalmente non ritengo gli effetti speciali cambino di molto il lavoro del regista, così come non l’hanno cambiato le nuove tecnologie. Girare un film significa raccontare una storia, il CGI e le telecamere digitali rappresentano dei nuovi colori nella ‘tavolozza dei registi’. Il work-flow è stato modificato in alcuni punti, ma le tecniche e gli approcci restano invariati.
Lavorare negli USA è certamente una sfida: il mercato di riferimento, i competitors, la distribuzione su un territorio molto esteso. Quale è la strategia che stai adottando?
La mia risposta solleverà un vespaio, ma ci sono abituato, per cui te la do lo stesso. Lavorare in un’economia di mercato non condizionata dai finanziamenti statali per me è sempre stato più facile e stimolante per due ragioni: la prima è che, come già sottolineato, qui a tutti è data una possibilità anche se non si è raccomandati dal politico di turno o non si ha un santo in paradiso. Tu sei libero di giocarti la partita come vuoi e con le armi che hai. La seconda è che il cinema è nato e resta un business (da 9.8 miliardi di dollari) con regole molto precise e deve essere considerato come tale. In Italia molti registi, soprattutto quelli più giovani, considerano il cinema solo come un’arte e in quanto tale come un’attività meritoria dell’intervento dello stato a priori. Per me il cinema è un’espressione artistica, alcuni film assurgono ad opere d’arte, ma questo non significa che tutti i film lo siano per definizione. Se questo sillogismo fosse vero allora le tele di Teomondo Scrofalo avrebbero lo stesso valore di quelle di Michelangelo!
Girare un film richiede un budget e quindi qualcuno che ti dia i soldi. Ora, a meno che uno non creda ancora a Babbo Natale, i soldi chi te li dà li rivuole indietro. Se questo non succede, normalmente, il regista il secondo film non lo gira.
Di strategia potremmo parlare per ore, anche perché la nostra è piuttosto complicata, ma la versione “Bignami” è questa: “Atlantis Down” è un piccolo film con un cast in cui compaiono due nomi con un certo valore commerciale (Michael Rooker è il più grande tra questi) ma soprattutto ha un valore aggiunto, in termini di produzione, enorme. La qualità alla fine paga sempre, soprattutto quando si riesce a produrla con un budget ridicolo. Girare un film con 10 milioni di dollari è facile, girarlo con 1 milione e farlo sembrare girato con 10 è un’altra cosa.
Ci dai qualche consiglio per i giovani studenti che vorrebbero intraprendere un cammino simile al tuo?
Ai più giovani posso solo dare un consiglio: se volete veramente fare questo lavoro, imparate il più possibile, lavorate incessantemente sempre mantenendo i piedi per terra e siate pronti a fare enormi sacrifici. Alla fine sarete ripagati.
Intervista a cura del Master in Comunicazione per le relazioni internazionali
Esportare il “Made in Italy” è stato facile, perché in America a tutti è data una possibilità di poter competere. Chiunque creda in se stesso al punto da volerci provare può accedere al ‘campo di gara’. La competizione sarà spietata e senza esclusione di colpi ma qui, ringraziando Dio, si riesce a prevalere ancora per merito. Con “Ignotus” sapevo di aver espresso la mia voce fuori dal coro, quella voce ha trovato un suo pubblico. “Ignotus” è stata la chiave che mi ha permesso di realizzare “Atlantis Down”.
La scelta della fantascienza arriva in un momento in cui gli effetti speciali nel cinema diventano sempre più simili alla realtà. In questo senso, come cambia la professione del regista?
La scelta della fantascienza è stata casuale e fortunata, visto che è coincisa con il debutto di Star Trek e di Avatar, due film che hanno riportato il genere in auge. Personalmente non ritengo gli effetti speciali cambino di molto il lavoro del regista, così come non l’hanno cambiato le nuove tecnologie. Girare un film significa raccontare una storia, il CGI e le telecamere digitali rappresentano dei nuovi colori nella ‘tavolozza dei registi’. Il work-flow è stato modificato in alcuni punti, ma le tecniche e gli approcci restano invariati.
Lavorare negli USA è certamente una sfida: il mercato di riferimento, i competitors, la distribuzione su un territorio molto esteso. Quale è la strategia che stai adottando?
La mia risposta solleverà un vespaio, ma ci sono abituato, per cui te la do lo stesso. Lavorare in un’economia di mercato non condizionata dai finanziamenti statali per me è sempre stato più facile e stimolante per due ragioni: la prima è che, come già sottolineato, qui a tutti è data una possibilità anche se non si è raccomandati dal politico di turno o non si ha un santo in paradiso. Tu sei libero di giocarti la partita come vuoi e con le armi che hai. La seconda è che il cinema è nato e resta un business (da 9.8 miliardi di dollari) con regole molto precise e deve essere considerato come tale. In Italia molti registi, soprattutto quelli più giovani, considerano il cinema solo come un’arte e in quanto tale come un’attività meritoria dell’intervento dello stato a priori. Per me il cinema è un’espressione artistica, alcuni film assurgono ad opere d’arte, ma questo non significa che tutti i film lo siano per definizione. Se questo sillogismo fosse vero allora le tele di Teomondo Scrofalo avrebbero lo stesso valore di quelle di Michelangelo!
Girare un film richiede un budget e quindi qualcuno che ti dia i soldi. Ora, a meno che uno non creda ancora a Babbo Natale, i soldi chi te li dà li rivuole indietro. Se questo non succede, normalmente, il regista il secondo film non lo gira.
Di strategia potremmo parlare per ore, anche perché la nostra è piuttosto complicata, ma la versione “Bignami” è questa: “Atlantis Down” è un piccolo film con un cast in cui compaiono due nomi con un certo valore commerciale (Michael Rooker è il più grande tra questi) ma soprattutto ha un valore aggiunto, in termini di produzione, enorme. La qualità alla fine paga sempre, soprattutto quando si riesce a produrla con un budget ridicolo. Girare un film con 10 milioni di dollari è facile, girarlo con 1 milione e farlo sembrare girato con 10 è un’altra cosa.
Ci dai qualche consiglio per i giovani studenti che vorrebbero intraprendere un cammino simile al tuo?
Ai più giovani posso solo dare un consiglio: se volete veramente fare questo lavoro, imparate il più possibile, lavorate incessantemente sempre mantenendo i piedi per terra e siate pronti a fare enormi sacrifici. Alla fine sarete ripagati.
Intervista a cura del Master in Comunicazione per le relazioni internazionali
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