Il pasticcio gialloverde nell’Europa da governare
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 21 luglio 2019
La fiducia del Parlamento Europeo alla Signora von der Leyen è arrivata, anche se con margini ristretti e con i tanti “se e ma” che si prevedevano alla vigilia. E forse qualcuno in più. L’esito positivo, non affatto scontato, si è infatti concretizzato solo dopo che la candidata, nel suo discorso di fronte al Parlamento, ha alleggerito le asprezze e le incomprensioni che si erano rese evidenti negli incontri con i capi dei gruppi parlamentari prima del voto in aula. Alla fine si è giunti al voto positivo che, proprio perché non scontato, ha portato un indubbio sollievo all’Unione Europea.
In caso contrario essa avrebbe infatti subito una ferita difficilmente sanabile, pur essendo pienamente giustificato il risentimento del Parlamento per il modo con cui la candidatura era stata proposta. Il Parlamento, anche in conseguenza delle sue divisioni, era stato infatti esautorato dall’intesa fra la Cancelliera Merkel e il Presidente Macron.
Sarebbe stato tuttavia del tutto autodistruttivo vendicarsi di questo sfregio bocciando una candidata che, anche senza essere stata Primo Ministro come era tacitamente previsto dalle tradizioni europee, aveva tuttavia ricoperto importanti ruoli politici e si inscriveva nella più tradizionale linea favorevole ad una maggiore integrazione europea. Il modo con cui è stato ottenuto il voto di maggioranza pone tuttavia nuovi interrogativi e, soprattutto, obbliga la futura Presidente della Commissione a una strategia assai più complicata del previsto.
Tra i Popolari e i Socialisti, che pure rimangono compattamente filo-europei, si sono infatti verificate ampie defezioni, i Verdi hanno votato contro e la maggioranza è stata raggiunta solo con il sostegno dei 5Stelle. È bene ricordare che questo partito si era distinto per la sua distanza dalle istituzioni europee ma senza le rotture messe in atto a più riprese da Matteo Salvini o da Marine Le Pen.
Una così netta frattura fra i due partiti di governo è causa di una divisione ben più profonda rispetto ai pur quotidiani scontri che si sono ripetuti fino ad oggi. Non solo: se il nostro paese riuscirà ad avere un Commissario con una delega di peso, la sua approvazione da parte del Parlamento non potrà essere attribuita alla Lega, anche se il candidato fosse proposto dalla Lega stessa.
Certo anche nel Parlamento europeo ci troviamo di fronte a una frammentazione crescente come sta avvenendo in tutti i paesi democratici, nei quali ormai non esiste governo che non sia frutto di un’ampia coalizione, con tutte le complicazioni e i problemi che ne derivano. Nel caso dell’Europa la necessità di una coalizione esiste da sempre e, data la complessità della sua costruzione, esisterà anche per il prevedibile futuro.
Ed è probabile che Ursula von der Leyen dovrà fare uso di maggioranze variabili fino a che le possibili evoluzioni della politica interna tedesca non le porteranno un appoggio più compatto da parte dei popolari e dei socialisti. Intanto essa dispone di quasi due mesi di tempo per la scelta dei Commissari e, su questo tema, ha già messo le mani avanti, dichiarando di volere esercitare tutti i notevoli poteri che sono propri del Presidente della Commissione.
C’è naturalmente chi vede in questa complessità un fatale declino o, addirittura, il segno della non esistenza dell’Unione Europea. Il tutto senza tenere conto del crescente numero dei cittadini che si è recato alle urne, in contrasto con l’affascinante ma superficiale radicalismo che finge di ignorare che il progetto europeo ha bisogno di tempi lunghi e di infiniti compromessi. Per costruire una casa è infatti necessario sollevare molta polvere. L’attuale fase della politica europea sta producendo forse troppa polvere ma la costruzione va avanti nella direzione dovuta, anche se ad una velocità molto inferiore a quella sperata.
Quello che è certo è che, nel mondo di oggi, l’unica alternativa alla costruzione della casa europea è quella di rimanere senza tetto.