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Disastro Afghanistan: l’Europa riprenda il suo ruolo nella NATO


Nuovi equilibri: ripensare la NATO: la lezione afghana

Romano Prodi su Il Messaggero del 29 agosto 2021

Se la tragedia afghana, interpretata correttamente, non può mettere in discussione l’esistenza e l’importanza della Nato, nello stesso tempo ci obbliga ad una seria riflessione sul suo funzionamento.

Non solo le decisioni sulle quali tanto si discute sono state prese in solitudine dal governo americano, ma esso non si è nemmeno peritato di informare gli alleati europei.

Con singolare arroganza, per chi ha condotto l’alleanza a perdere la sua prima guerra, il Segretario Generale della Nato Jan Stoltenberg si è addirittura affrettato a sottolineare come l’irrilevanza dei paesi dell’Unione Europea nella Nato sia in qualche modo certificata dal fatto che essi contribuiscono solo al 20% delle spese dell’Alleanza Atlantica.

E ha anche aggiunto che la loro importanza viene ad essere ulteriormente diminuita dal fatto che essi sono protetti, oltre che dagli Stati Uniti, da paesi non membri dell’Unione: la Gran Bretagna e il Canada a Ovest, la Turchia a sud e la Norvegia (di cui Stoltenberg è cittadino) a Nord.

E con questo ha dimenticato che la protezione è quantomeno reciproca.

A parte la necessità di precisare il significato concreto di queste affermazioni, tenendo ad esempio conto che il soldato americano costa il doppio di quello europeo, il messaggio di Stoltenberg è perlomeno chiarissimo: i paesi dell’Unione Europea pagano poco e, perciò, non contano nulla.

Di questo stato delle cose bisogna quindi prendere atto e affrontare finalmente in modo diretto e operativo il problema della difesa europea.

Non per rompere l’Alleanza Atlantica, ma per renderla più efficace e più capace di affrontare con maggiore capacità di comprensione, che anche Kissinger ritiene necessaria, i problemi politici ai quali la più potente organizzazione militare esistente al mondo è chiamata a fare fronte.

Appare infatti evidente per Stoltenberg che un’Europa divisa e frammentata non possa nemmeno vantare il diritto di essere informata. La conclusione è perciò una sola: non ci può essere alternativa alla situazione attuale se non compiamo un grande passo in avanti per costruire una comune difesa europea.

Ne discutiamo da tanti anni, abbiamo anche messo in atto alcune forme di concreta collaborazione fra le diverse strutture di difesa ma, come l’Afghanistan dimostra, non abbiamo dato vita al progetto di inserire lo strumento militare in un grande disegno politico.

Eppure penso che il caso afghano obblighi la politica europea a fare almeno lo stesso salto in avanti che il Covid ci ha costretto a compiere nel campo economico.

La differenza è che, in questo caso, la necessaria rivoluzione non può essere guidata dalla Germania, ma dalla Francia.

Solo la Francia, infatti, possiede i due grandi strumenti che possono permettere la costruzione di una politica di difesa comune, e cioè il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il possesso dell’armamento nucleare.

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, così come ha reso possibile il lancio del GenerationEU, rende compatibile l’interesse di un solo paese, in questo caso la Francia, con l’interesse comune degli altri protagonisti della politica europea. E insieme si può contare molto.

Non si tratta di chiedere alla Francia un atto di generosità, ma di dimostrare come, considerate le caratteristiche della politica di oggi, gli strumenti diventano efficaci solo se sostenuti da un’adeguata forza militare, politica ed economica che la Francia da sola non può esprimere.

Non sottovaluto la difficoltà di questa difficile decisione, anche perché non posso dimenticare che fu proprio l’Assemblea nazionale francese a bloccare il progetto di esercito europeo nel lontano 1954, e fu proprio il popolo francese a impedire, nel 2005, l’approvazione del progetto di Costituzione Europea che avrebbe potuto essere la base di un nostro diverso ruolo nel mondo.

Oggi abbiamo tuttavia un presidente che ha costantemente fondato la sua politica sul ruolo europeo del suo paese e che si trova in una crescente difficoltà nel portare avanti in modo solitario la tradizionale presenza francese nel Mediterraneo e in Africa, dove i suoi obiettivi di promuovere lo sviluppo e di arginare il terrorismo potrebbero avere concreti risultati solo se promossi con una comune azione dell’Unione Europea e dell’Unione Africana.

Vi sono momenti nei quali, come ha dimostrato il Generale De Gaulle nel caso dell’Algeria, gli interessi di lungo periodo del proprio paese vengono garantiti da decisioni che, rompendo gli schemi del passato, preparano il futuro.

Non si tratta naturalmente di un risultato raggiungibile in un solo giorno.

Come tutti i grandi obiettivi dell’Unione Europea esso può essere perseguito solo attraverso un paziente lavoro diplomatico che può anche non essere condiviso, come è avvenuto con l’Euro, da tutti i membri dell’Unione.

Nel caso specifico si dovranno naturalmente riconoscere ruoli e garanzie particolari nei confronti della Francia e deve essere subito accelerato il rafforzamento dell’Eurocorpo, affiancato dalla capacità operativa del Comitato Militare dell’Unione Europea, visibilmente accresciuta da quando al suo vertice siede il generale Claudio Graziano.

Il caso Afghano non solo ha mostrato ancora una volta il volto crudele della guerra, ma ha reso ancora più visibili i limiti e gli aspetti negativi di un’Alleanza Atlantica nella quale il governo americano, con la complicità di un’Europa colpevolmente assente, ne è stato il solitario protagonista. Nello stesso tempo esso ha dimostrato in modo inequivocabile che non è interesse dell’Europa (e degli stessi Stati Uniti) che l’America e gli americani siano lasciati soli.

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