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Cosa piace davvero agli italiani

(dal Corriere della Sera)

A una vera democrazia i diritti della minoranza sono più cari del potere della maggioranza: per questo è stato inventato lo stato di diritto, nel quale ognuno, anche chi governa a nome della maggioranza, è sottoposto alla legge

di Antonio Polito

Francesca Barra, nota opinionista tv, ha detto qualche settimana fa nel programma di Giletti: «Fabrizio Corona può piacere o non piacere, ma piace agli italiani». È la legge dello spettacolo, che si basa sul gradimento del pubblico. Capita però di ascoltare in tv questo stesso argomento applicato alla politica, per esempio per stroncare le critiche a Matteo Salvini: «Di’ pure quello che vuoi, tanto gli italiani sono con lui». In effetti il favore di cui «il Capitano» gode oggi nei sondaggi è talmente inebriante da fargli pronosticare per sé e la sua Lega «trent’anni di governo» (ha un po’ esagerato, forse perché «ventennio» suonava male). Ma siamo propri sicuri che in una società aperta l’opinione pubblica debba essere considerata infallibile come il Papa?

Innanzitutto bisognerebbe intendersi su quel «piace agli italiani». È un giudizio che spesso si basa su approssimazioni, presunzioni, deduzioni. Quasi sempre è effimero. Appena quattro anni fa Matteo Renzi prendeva in elezioni vere dieci punti in più del miglior sondaggio oggi attribuito alla Lega, e guardate com’è ridotto. Meno di un anno fa Di Maio valeva il doppio di Salvini, e ora gli sta sotto. Ma se anche il consenso fosse oggettivamente misurabile, robusto e duraturo, basterebbe per aver ragione?

In una democrazia liberale il principio di maggioranza vale solo nelle urne, per selezionare i rappresentanti del popolo e legittimarne il governo. Ogni volta che lo si è usato per altri fini è andata male. Il caso più celebre fu il mini-referendum organizzato da Ponzio Pilato, che salvò Barabba e mandò a morte Gesù. Si può anzi dire che la democrazia, il peggior sistema di governo esclusi tutti gli altri (Churchill), è concepita proprio per impedire la dittatura della maggioranza. La sua vera essenza non sta nel decidere chi deve governare, tanto ogni cinque anni si cambia; ma nell’organizzare istituzioni capaci «di impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno» (Karl Popper). A una vera democrazia i diritti della minoranza sono più cari del potere della maggioranza. Per questo è stato inventato lo stato di diritto: nel quale ognuno, anche chi governa a nome della maggioranza, è sottoposto alla legge.

Sono democrazie, seppure autoritarie, anche la Russia, l’Iran, la Turchia. Nel senso che anche lì si vota e chi vince governa. Ma perché le nostre istituzioni europee sono così più libere che tutti noi — si spera — non le scambieremmo mai con le «democrature»? Proprio perché da noi il potere è subordinato alla legge. Nel primo articolo delle nostra Costituzione — spesso citato dai sovranisti — sta scritto: «La sovranità appartiene al popolo…»; ma poi il testo continua così: «…che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Vuol dire che c’è un limite anche al potere della maggioranza. Se in Italia la maggioranza degli italiani fosse contro il «gay pride», quella manifestazione si terrebbe lo stesso. In Turchia la proibiscono da quattro anni.

Il parere dei più non è dunque sempre il migliore. E spesso non è neanche il più giusto. Di recente abbiamo appreso che per ora «solo» quattro italiani su dieci dicono sì alla pistola in casa. Ma se un giorno diventassero sei su dieci, se ne dovrebbe dedurre che possedere un’arma accresce la pubblica sicurezza? Il caso degli Stati Uniti sta lì a dirci ogni giorno il contrario. Quasi tutti i compagni di scuola di mio figlio festeggiano il compleanno in campi di «paintball», un gioco nel quale i bambini mettono il casco e una divisa e si fanno la guerra imbracciando armi che sparano proiettili di vernice: questo rende meno giusto il mio «non se ne parla neanche»?

La maggioranza degli italiani sostiene Salvini nel tentativo di dare una scossa all’Europa sui migranti: abbiamo molte ottime ragioni per non accettare più uno status quo che danneggia noi senza risolvere il problema degli africani. Ma mettiamo che questo sforzo finisca con un «lavarsene le mani» collettivo che riapre la stagione dei naufragi: le Ong se ne vanno perché respinte, i cargo girano al largo per non perdere giorni di navigazione, la Marina italiana si tiene a debita distanza. La maggioranza degli italiani — immagino — non sarebbe altrettanto d’accordo a sacrificare deliberatamente vite umane. Oppure sì: ma in quel caso si tornerebbe a condannare a morte Gesù, duemila anni dopo.

Questo vale anche per chi governa, abituato ad operare come un attore che tiene sempre d’occhio il pubblico. Il pensiero liberale lo invita invece ad abbandonare l’idea che la storia del potere sarà il suo giudice, a non credere che la più alta ricompensa sia il consenso. Nel governante «abbiamo bisogno di un’etica che disprezzi il successo, e un’etica siffatta non bisogna inventarla e non è neppure nuova: è stata insegnata dal cristianesimo, almeno ai suoi inizi» (ancora Popper).

Gli italiani non hanno sempre ragione. Ma la cosa buona è che lo sanno. Forse è per questo che amano così tanto il dibattito e la polemica. Nessuno li metterà a tacere, neanche in loro nome.