"Senta, devo andare con il mio camper per un mese in Africa. Può darmi
qualche suggerimento su come mantenere la pressione delle gomme?"
Questa la mia domanda al gommista romano che mi serviva da anni.
"Per
diminuire l'attrito deve tenerle gonfiate bene al massimo…così riduce
la superficie di contatto. Comunque le consiglio di portare due gomme di
riserva, tante le volte..."
L'appuntamento per i partecipanti al
tour africano era ad Algesiras (Spagna) dove avremmo dovuto prendere il
ferry per Ceuta, ultimo avamposto spagnolo in terra marocchina. (da
Roma 2700 km).
Da mesi la rivista 2C stava portando gli ultimi
aggiornamenti a questo giro africano che avrebbe dovuto
spingersi fino a Tamaransset dopo aver attraversato il deserto per poi
ritornare in Tunisia e da lì imbarcarsi per la Sicilia. Per un totale di
9700 chilometri per chi partiva da Roma.
Nessuno
dei 15 partecipanti all'impegnativo programma africano poteva vantare
esperienze di traversate consistenti nel deserto. Quasi tutti, compreso
il vostro redattore, avevano fatto viaggi in Europa, in Egitto, in Medio
Oriente.
Ma niente deserto vero per centinaia di chilometri.
Andare
in Africa nel mese di agosto era come infilare la testa dentro un
forno, ma che ci volevi fare considerato che in Italia le ferie sono
concentrate proprio tra luglio e agosto per consentire soprattutto alle
grandi aziende, a cominciare dalla Fiat, di poter fare gli inventari.
Arrivati
a Ceuta ci siamo scontrati con la triste realtà locale: per
attraversare il confine ed entrare in Marocco abbiamo impiegato 18 ore.
Ma era solo il primo 'benvenuto' nella singolare realtà del Nord Africa.
Quanto
ai mezzi si passava da quelli autocostruiti utilizzando qualche furgone
attempato agli ultimi motorcaravan che avevano addirittura l'aria
condizionata. Un lusso grandioso in quegli anni.
Noi ci
accontentavamo del nostro camper Freccia 2 big, una sottomarca
dell'Arca, la prima azienda italiana del settore. Ottima meccanica Ford
Transit e ruote alte.
Abbiamo attraversato il Marocco con un
itinerario che oltre ad includere tappe come Marrakech e Fez, ha
previsto una dettagliata escursione sulla catena dell'Atlante dove
abbiamo potuto ammirare i graffiti neolitici ed acquistare, dopo animate
contrattazioni, geodi luccicanti.
Temperatura stabile sui 45 all'ombra.
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Eravamo
alle porte di Marrakech quando il mio Freccia 2 Big si è arenato sulla
sinistra dopo un boato tale da far credere di aver pestato una mina
anticarro. La gomma anteriore era completamente esplosa.
La lunga fila dei camper si è bloccata grazie alla radio Citizens Band (il 'baracchino') di cui ogni camper era dotato.
Ho
montato una delle due gomme di scorta e poi mi sono fatto indicare da
qualcuno dei tanti ragazzi che schiamazzavano intorno a noi chiedendo
caramelle, soldi, biscotti, dove fosse un gommista.
Per mia
fortuna non era molto lontano e quando sono riuscito a portarlo sul
luogo dell'incidente la prima cosa che ha fatto è stata quella di
mettersi in ginocchio verificando con uno strumento la pressione delle
altre gomme.
"Ma siete matti a viaggiare con le ruote in queste
condizioni?", mi ha detto in francese aggiungendo: "Tu stai viaggiando
con la pressione massima; ecco perche' e' scoppiata la gomma e ringrazia
chi vuoi tu se le altre sono ancora sane..." ha concluso.
Ho
cercato di riferirgli che il suo collega italiano mi aveva indicato di
tenere la pressione alta proprio per ridurre la superficie di contatto
con l'asfalto o la sabbia ed evitare quindi il surriscaldamento.
Il
gommista marocchino si è sganasciato dalle risate e alla fine mi ha
spiegato che le gomme delle auto da quelle parti devono essere invece
gonfiate poco perché sia per l'attrito che per il grande caldo
inevitabilmente la pressione all'interno della camera d'aria aumenta.
Anche
se partivamo ogni mattina alle cinque proprio per evitare di trovarci
nel pieno del solleone lo scoppio del nostro pneumatico è stato solo il
primo di una serie di altri episodi che hanno interessato molti dei
partecipanti al viaggio africano.
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Ma non era finita.
Stavamo ormai percorrendo la pista verso Tamaranssett quando mi sono dovuto fermare per lo scoppio di un'altra gomma anteriore.
Avevo
esaurito le ruote di scorta ed il capo carovana, il mitico Fausto Pepe,
dopo aver dato ordine agli altri camperisti di proseguire verso la
prossima oasi desertica, ha deciso di chiedere ad uno dei colleghi di
tornare indietro per qualche decina di kilometri nel villaggio che
avevamo appena lasciato.
Lui invece sarebbe andato avanti per
cercare nella successiva cittadina un paio di gomme per sostituire
quelle tranciate del mio camper.
Il contatto via radio ad un
certo punto si è affievolito per la distanza. Rimanere soli su una pista
desertica è un'esperienza molto forte specialmente quando si viaggia
con moglie e due figli adolescenti e un pastore tedesco.
Dopo
otto ore dalla partenza sono riemersi i due equipaggi il primo dei
quali, quello che era tornato indietro, non aveva trovato pneumatici
delle stesse dimensioni dei miei.
Analoga situazione per Fausto
che essendo un tipo di larga esperienza e positività ha acquistato
comunque due pneumatici più piccoli rispetto a quelli originali del Ford
Transit.
Una volta montati il camper aveva assunto un singolare
assetto ma l'importante era proseguire terminando la tappa del deserto e
raggiungendo una località intermedia di sicurezza.
Il nostro
lettore potrà domandarsi per quale ragione stavamo rischiando tanto in
un ambiente difficile sia da un punto di vista climatico che da quello
di sicurezza per la instabilità politica delle nazioni attraversate.
Resta
da dire che eravamo giovani, pieni di interesse e di energia, motivati
dall'avventura, sicuri comunque che l'organizzazione promossa dalla
rivista avrebbe potuto garantire margini di sicurezza.
Senza tenere conto poi del fascino imperscrutabile del deserto.
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Abbiamo
imbarcato con noi un professore di lettere che parlava un discreto
italiano e tra le tante cose che ci ha raccontato durante alcune lunghe
tappe di trasferimento, parlando in generale delle abitudini sessuali
dei maschi arabi nei confronti delle quattro mogli garantite dalla
propria religione, ci ha detto che l'impegno del marito ogni notte si
attestava sulle sei prestazioni.
Fatto questo che riferito poi in
un incontro collegiale serale in un campeggio ha scatenato molte
ironiche reazioni da parte di gentili spose nei confronti dei mariti
esausti per l'impegno nella guida del camper in condizioni disagiate.
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"Fausto,
Fausto la temperatura dell'acqua sta salendo ha quasi raggiunto il
massimo… Qui rischiamo che scoppia tutto e mi fermo un'altra volta…"
Il
camper di Fausto ci raggiunse e verificato che effettivamente lo
strumento segnava ormai il massimo, visto comunque che il motore
continuava a funzionare decise di cercare un meccanico che potesse
rimediare nel prossimo villaggio.
Quando lo abbiamo raggiunto
erano le due di un pomeriggio terrificante per la calura e alla fine
abbiamo trovato il meccanico che era un personaggio da film, alto,
ieratico e anche un po' seccato perché chiaramente avevamo interrotto la
sua siesta.
Data un'occhiata al motore del mio mezzo esprimendosi in un buon francese ha detto che occorreva tener conto del manometro.
Al che la mia risposta è stata: "D'accordo il manometro… E adesso che facciamo? Dove lo troviamo? "
Ma il tipo in vena di umorismo ha detto che dicendo manometro si riferiva alla mano. Ovvero:
"Tocca il motore con la mano. Se brucia troppo è meglio stare fermi…"
Ed anche questa è stata un'esperienza del tutto particolare.
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Il
superamento del confine tra Marocco e Algeria fu tremendo. Per ore ore
la nostra carovana è stata bloccata. Molte le ragioni di questo
lancinante blocco alla dogana. Sembra dovuto alla guerra in corso tra
Marocco e le forze del Fronte Polisario, un
movimento indipendentista sostenuto dall'Algeria,
Alcuni dei
partecipanti erano stati colti da gravi attacchi di dissenteria, vuoi
perché la maggioranza dei camperisti aveva imbarcato decine e decine di
bottiglie di acqua oligominerale mentre quello che ci voleva era il sale
(ai fuochisti delle vaporiere che ancora giravano sulla rete
ferroviaria locale venivano imposte grosse pasticche di sale puro).
Vuoi
perché sotto il sole cocente anziché ripararsi come facevano i
residenti, venivano esibiti mini indumenti che favorivano l'essudazione
sottocutanea e te ne accorgevi vedendo le macchie di sale che apparivano
sulla pelle.
(Prima di partire Franca si era fatta indicare da
un medico romano specializzato in malattie tropicali come preparare una
pozione fatta di agrumi, sale e zucchero che ci ha consentito di
superare meglio i problemi derivanti dalla disidratazione).
Ed è
stato così che abbiamo deciso di trasportare quattro dei malati più
gravi, due donne e due adolescenti, in un ospedale in una località che
era vicina all'ex poligono nucleare francese dove erano stati fatti
numerosi esperimenti sotterranei la cui sabbia radioattiva era arrivata
anche in alcune località della Sicilia.
Abbiamo
caricato i malati su tre camper e lasciata la carovana ci siamo
avventurati su una pista che abbiamo percorso di notte arrivando in un
villaggio dove l'ospedale era costituito da alcune tende. Il medico di
turno, un pakistano, ha dato ordine che la tenda che ospitava alcune
donne locali fosse liberata per accogliere i nostri ammalati.
"Bisogna
sottoporli subito a flebo…" Ha imposto il medico pakistano e così è
stato per almeno due giorni. "Avete delle vaschette di plastica? Per le
vostre donne , qui non ne abbiamo e poi voglio evitare ogni contagio..."
Gli abbiamo consegnato scolapiatti e vassoi di plastica che avevamo nell'angolo cucina dei camper.
Il dottore pakistano era felice di potere parlare con degli europei.
"Perche' qui, in questo posto sperduto, dottore?" domanda obbligata prima dello scambio di abbracci.
Sorride,
abbassa gli occhi e risponde: "Dovevo stare qui per due anni. Ormai ne
sono passati cinque. Spesso si dimenticano di pagarmi lo stipendio.
Abbiamo poche risorse, ma la gente mi vuole bene e non solo perche'
anch'io ho la pelle scura."
Prima di ripartire gli abbiamo
chiesto di prenotare telefonicamente per i nostri malati altrettante
soste per la somministrazione delle flebo negli ospedali delle cittadine
che avremmo incontrato nelle tappe successive.
E
siamo ritornati al confine raggiungendo il resto della carovana che dei
malati se ne infischiava altamente e molti avevano deciso di
interrompere il viaggio all'interno dell'Algeria prendendo invece la
strada della costa per ritornare quanto prima in Italia.
Noi invece abbiamo proseguito con gli ammalati ringalluzziti per le potenti flebo saline che gli erano state praticate.
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Una
delle tappe in Algeria era stata la visita ad una fonte che si diceva
desse la fertilità alle donne che non potevano avere figli.
Sarà
un caso ma due giovani signore del gruppo, sterili da anni, rientrate
finalmente nelle loro città hanno dichiarato che quell'acqua aveva fatto
effetto.
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Qualche
lettore potrebbe chiedermi per quale ragione mi sono soffermato sugli
aspetti negativi di questo lontano viaggio (1985) che ci ha impegnati
per 30 giorni prima di rientrare nelle nostre sedi e al lavoro.
Una
domanda più che logica. Resta da dire che sarebbe stato impossibile
descrivere su questo blog tutti i dettagli turistici del lungo tour che
raramente si discostavano da quelli ampiamente rodati dalle guide e
riviste specializzate.
Potrà piacere o meno, ma in questa lontana
esperienza c'è anche il gusto di affrontare l'avventura, di dare ai
figli adolescenti il modo di porsi a contatto con realtà profondamente
diverse da quelle vissute in Italia, di vedere con i propri occhi e
giudicare un 'lontano-prossimo-diverso' per colore della pelle,
religione, costumi.
Un 'prossimo' fatto di bambini quasi sempre
sorridenti, perché la povertà in qualsiasi angolo del globo ha sempre
questa eterna espressione di gioia rispetto a chi è costantemente
dannato a conservare la propria ricchezza senza un sorriso.
Oscar
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Per chi preferisce ascoltare
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