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L’America è da diversi mesi la terra più ricca di “sorprese”



Alberto Pasolini Zanelli

L’America è da diversi mesi la terra più ricca di “sorprese”. Grandi e piccole, in pochi casi spiegabili, in tutti gli altri semplicemente clamorose. Fino a ieri il più imprevisto degli sviluppi era stato l’avventura militare nell’Afghanistan.

Questo record è stato ora battuto, da poche ore. Adesso sappiamo (e tutto il mondo sa) che il comandante in capo delle forze armate Usa è stato (e dunque forse tuttora è) in contatti segreti con il comandante in capo delle forze militari della Cina, il Paese che è da qualche anno il rivale numero uno dell’America, in tutti i campi, dalla finanza alla scienza e anche, naturalmente, agli armamenti. La Guerra Fredda, che per almeno mezzo secolo è stata il tema centrale della rivalità fra Stati Uniti e Unione Sovietica, è in corso da tempo dopo il “ripiegamento” delle ambizioni mondiali dei russi. E Pechino ha preso da tempo il posto di Mosca nei duelli con Washington. Sapevamo da tempo tutti della tensione fra le due capitali e delle due classi dirigenti stava crescendo, ma non che era salita al punto che era concepibile addirittura una guerra a scadenza quasi immediata.

Lo sappiamo adesso, di colpo, e da fonte non discutibile. Lo ha pensato, detto e scritto il comandante di tutte le forze militari Usa, generale Mark Milley, che ben due volte si era sentito in dovere di prendere contatto con il “generalissimo” di Pechino, Li Zuocheng, comandante in capo dell’Esercito Popolare di Liberazione. Due messaggi, il primo del 30 ottobre dell’anno scorso, quattro giorni prima delle elezioni presidenziali in America e rivolto a “tranquillizzarlo” con la smentita che l’America stesse “preparando un attacco”, ipotesi credibile perché erano in corso nel Mare della Cina Meridionale esercitazioni, in carattere con la “retorica” verso Pechino del presidente Donald Trump. Il destinatario era il generale Li e il mittente Milley, con l’annuncio che “il governo americano è stabile e tutto è ok. Ci conosciamo da cinque anni e se fossimo sul punto di attaccare la Cina vi avvertirei in anticipo”.

Ma l’intenzione qualcuno l’aveva, vale a dire l’allora presidente Trump, impegnato nelle fasi decisive di una campagna elettorale senza precedenti e senza limiti, oggetto di attacchi feroci e dedito a risposte analoghe, al punto che si diffondevano voci di una sua “instabilità mentale”. Fra quelli che ci credevano c’era il capo supremo delle forze armate, che a quel punto si fidava di più della sua controparte cinese che non dell’inquilino della Casa Bianca. Al punto che a quello comunicava le sue diagnosi che non al soggetto delle sue prognosi. Adesso che Trump è uscito dal potere (anche se non rinuncia a tentare di riprenderselo) il suo “fedele” braccio militare lo rende pubblico. Non solo a lui. A tutti: poche ore fa è uscito un libro con queste sconvolgenti rivelazioni.

Pasolini.zanelli@gmail.com

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