Energie alternative è paralisi globale: ecco le vere ragioni
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 11 giugno 2019
Il cammino verso l’accordo di Parigi è stato quindi lungo e tortuoso. Già il protocollo di Kyoto, voluto su iniziativa della Commissione Europea e approvato nel marzo del 2005, ma entrato in vigore solo dopo molti anni, poneva vincoli all’inquinamento ambientale facendo prevalere il così detto “principio di precauzione“.
Un principio per cui, anche se non tutte le conseguenze dell’aumento della quantità di anidride carbonica ( CO2) nell’atmosfera sono rigorosamente precisate, i danni potenziali sono così grandi da obbligare ad un severo controllo delle emissioni.
A quasi quattro anni dalla firma del “grande” accordo dobbiamo invece constatare che il mondo si muove in direzione opposta rispetto agli obiettivi sottoscritti a Parigi. Nei giorni scorsi l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha pubblicato un rapporto in cui si legge che, nel 2018, i consumi di energia nel mondo sono aumentati del 2,3% rispetto all’anno precedente: il maggiore incremento dell’ultimo decennio. Dato che le fonti fossili rimangono dominanti, le emissioni di CO2 sono addirittura cresciute dell’1.7%. Nello stesso rapporto è scritto che gli investimenti nella produzione di energie rinnovabili sono calati per il secondo anno consecutivo, mentre sono cresciute le risorse impiegate nel petrolio e nel gas.
Oggi, sul totale degli investimenti, i 2/3 si dirigono verso gli idrocarburi e solo 1/3 verso le energie rinnovabili.
Il tutto mentre il progresso tecnologico ha prodotto un vero e proprio crollo dei costi di produzione delle energie rinnovabili: dal 2010 al 2018 il costo del solare è calato del 75% e quello dell’eolico del 20%.
Il tutto mentre il progresso tecnologico ha prodotto un vero e proprio crollo dei costi di produzione delle energie rinnovabili: dal 2010 al 2018 il costo del solare è calato del 75% e quello dell’eolico del 20%.
La politica della conversione energetica si è dimostrata molto più difficile del previsto anche in paesi che avevano scelto la via di una politica “virtuosa” come la Germania. Di fronte alle proteste sociali provenienti da un’area del paese particolarmente depressa il governo tedesco ha dato infatti via libera alla costruzione di una centrale elettrica alimentata a lignite, un combustibile ancora più inquinante del carbone. Mal poste sono inoltre, a questo proposito, le speranze sulle positive conseguenze della diffusione dell’auto-elettrica. Ottimo rimedio per abbassare l’inquinamento delle città ma del tutto neutrale riguardo alle emissioni di CO2, che dipendono dalla fonte di energia usata per azionare le batterie che muovono l’auto elettrica.
Il destino del pianeta dipenderà quindi sempre di più dalle sole regole della convenienza economica. Il che non è certo una prospettiva rassicurante. Ed ancora meno rassicurante è constatare che questo problema non è stato affrontato da nessuno nelle campagne elettorali delle recenti elezioni europee. La nostra democrazia, ancora una volta, non sembra essere in grado di prendere le decisioni che implicano sacrifici immediati, anche se questi sono necessari per garantire il nostro futuro.