Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero
Con un lungo ritardo, causato dal Covid, viene finalmente lanciata oggi la grande Conferenza sul futuro dell’Europa. Una conferenza preannunciata con maestosa solennità il 4 marzo 2019 dal Presidente francese Macron, allo scopo di rilanciare la politica europea per metterla in grado di affrontare i nuovi problemi di un’Unione che, dopo il grande balzo in avanti dell’Euro e dell’allargamento, non è stata in grado di proseguire con la cooperazione nel campo fiscale, sociale, della politica estera e della difesa.
Un’Unione che, come compito aggiuntivo, deve oggi mettere in atto nuove politiche nel settore della salute e della difesa dell’ambiente. L’obiettivo della Conferenza è quindi molto ambizioso, così come è originale la sua composizione, che prevede la partecipazione diretta di varie centinaia di cittadini, tra i quali un terzo di giovani, scelti a sorte in tutti i 27 paesi dell’Unione. Essi avranno il compito di discutere liberamente sulle grandi questioni che toccano l’Europa e di elaborare nuove proposte.
In conseguenza degli eventi negativi e positivi dello scorso anno, questo progetto è passato sotto silenzio: da un lato la lotta contro il virus ha assorbito il corpo e la mente dei cittadini europei e, dall’altro, la loro attenzione politica è stata monopolizzata dall’arrivo del NextGenerationEU, che ha inaspettatamente illuminato il quadro europeo di colori più chiari, anche se molti pensano che si tratti solo di colorazioni provvisorie.
È però giunta l’ora di porre fine a questo silenzio dei media e dei politici, come ha opportunamente suggerito l’appello dei Federalisti Europei. La Conferenza che parte oggi (pur appesantita dall’orrendo acronimo di CoFoE) può infatti giocare un ruolo importante, proprio perché si svolgerà con un metodo assolutamente nuovo e coinvolgente anche se, per alcuni aspetti, discutibile. Essa sarà però in grado di fornirci il quadro complessivo degli obiettivi futuri che l’Unione Europea potrà perseguire con concrete prospettive di successo.
Sta quindi iniziando una partita decisiva fra due diversi concetti d’Europa. Il duro confronto fra più Europa e meno Europa è cominciato ancora prima dell’inizio della Conferenza: dodici paesi hanno infatti presentato un documento nel quale, pur dichiarando di condividere molti nobili obiettivi comuni, come le politiche ambientali, la transazione digitale, il rafforzamento della democrazia e l’inclusione sociale, aggiungono però che tutti questi obiettivi debbono essere raggiunti senza alcun mutamento della legislazione esistente.
Tra i dodici firmatari non abbiamo i paesi maggiori, ma è ugualmente un bel parterre: Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, i tre paesi baltici, Finlandia, Irlanda, Malta, Olanda, Slovacchia e Svezia.
Prima di tutto perché sono tanti anni che non si procede a una discussione così ampia e diffusa come quella proposta. Sappiamo invece che le spinte popolari possono produrre risultati inaspettati.
In secondo luogo il Covid, nonostante tutti i problemi e tutte le polemiche, ha dimostrato che i grandi eventi imprevisti possono essere affrontati con successo solo se si opera insieme. Infine le tensioni internazionali e l’impressionante performance di Cina e Stati Uniti ci dicono chiaramente che i nuovi grandi obiettivi della scienza e della tecnologia (compresi i progressi necessari per mettere in atto una seria politica per l’ambiente) possono essere portati avanti solo con una strategia condivisa da tutti i paesi europei.
A questo punto bisogna solo che la prossima Conferenza cominci, discuta e poi metta in votazione i nuovi obiettivi e i nuovi traguardi comuni: se tutti si sentiranno di condividerli sarà successo completo, se qualcuno non se la sentirà, dovrà valere la regola che non si può continuare a fare procedere l’Europa alla velocità dell’ultimo vagone.
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