Brexit: anche a Londra conviene concludere rapidamente la tragicommedia
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero
Non mi risulta che vi sia mai stato un periodo idilliaco nei rapporti fra Unione Europea e Gran Bretagna. Ricordiamo in primo luogo quanto sia stato difficile il processo di ingresso, concluso nel lontano 1973, dopo anni di complicate trattative e ripetuti veti del Presidente francese De Gaulle. Non molto più facile è stata poi la convivenza nei decenni successivi, con ripetute tensioni anche riguardo ai principali capitoli della politica estera, della politica economica e della politica di difesa. Come prova di queste difficoltà basta tenere presente che ben tre primi ministri britannici hanno dovuto porre fine al loro mandato in conseguenza di divergenze interne riguardo alla politica nei confronti dell’Europa: Margaret Thatcher, John Major e David Cameron.
Adesso, che è arrivato il turno di Theresa May, non dovremmo quindi stupirci. Siamo invece di fronte a una differenza qualitativa perché si tratta non di dimissioni riguardanti particolari rapporti con l’Unione Europea ma di come uscire definitivamente dal legame con l’Europa. Si tratta cioè di una decisione con conseguenze enormi e sostanzialmente irreversibili.
Theresa May ha cercato fin dall’inizio del suo mandato di arrivare a un duplice compromesso: da un lato con la Commissione Europea e dall’altro con il Parlamento britannico. Più difficile appariva il primo compito, che è stato tuttavia raggiunto con un progetto di accordo soddisfacente da entrambe le parti. Un accordo che, pur sancendo la definitiva uscita della Gran Bretagna dall’UE, ne limitava tuttavia i danni preservando molti dei legami economici e politici esistenti.
Impossibile è stato invece il compromesso che appariva più semplice: quello con il Parlamento britannico, che per ben tre volte ha rifiutato di ratificare l’accordo di uscita.
Con le dimissioni di Theresa May questo processo, cominciato quasi tre anni fa col referendum del 23 giugno 2016, accelererà certamente i suoi tempi di conclusione. E anche se non sappiamo ancora quali saranno queste conclusioni, proveremo a prendere in esame le ipotesi più probabili.
Prima di tutto le annunciate dimissioni avranno effetto a partire dal prossimo 7 giugno, proprio a ridosso della visita in Gran Bretagna del Presidente Trump, che è stato il più autorevole e influente sostenitore della Brexit. Una visita che, a meno di sempre possibili dichiarazioni controproducenti da parte di Trump, finirà col rafforzare la candidatura di Boris Johnson, politico prediletto dal Presidente americano e già oggi probabile successore di Teresa May. Allo scopo di rafforzare il suo ruolo di candidato “in pectore” Boris Johnson si è affrettato a dichiarare che la Gran Bretagna uscirà dall’UE il prossimo 31 ottobre, con o senza un accordo.
Il suo progetto è quindi semplice, ma non semplice da mettere in atto anche con l’appoggio di Trump. È previsto infatti un complicato processo di selezione del leader del partito prima attraverso un voto tra i deputati conservatori e poi, nel ballottaggio finale, fra i 100.000 iscritti. Se Boris Johnson riuscirà a prevalere nella scelta dei parlamentari conservatori, dove si annidano i numerosi suoi nemici, riuscirà certamente a prevalere fra gli iscritti, in assoluta maggioranza favorevoli ad un’uscita rapida e senza condizioni.
Il cambiamento di governo e il rischio, da parte del partito conservatore, di perdere il possibile nuovo referendum o le possibili nuove elezioni, giocherà in ogni caso in favore della rapida conclusione di questa storia infinita. Sarà bene quindi che i 67 parlamentari, che saranno inviati a Bruxelles a rappresentare la Gran Bretagna, tengano pronte le valige per ritornare alle loro case fra pochi mesi. È questa la probabile conseguenza di una serie di eventi che ritenevamo impossibili e di una serie di errori provocati in buona parte dall’incerta e fragile leadership di Theresa May.